Toh! Chi si rivede: il proletariato!

In una trasmissione televisiva di cui ho dimenticato velocemente il nome mentre tamburellavo con le dita sul telecomando, ho ascoltato Roberto Saviano commentare le recenti elezioni presidenziali americane. Riferendosi...

In una trasmissione televisiva di cui ho dimenticato velocemente il nome mentre tamburellavo con le dita sul telecomando, ho ascoltato Roberto Saviano commentare le recenti elezioni presidenziali americane.
Riferendosi ai ceti più deboli, frangibili della popolazione, lo scrittore ha pronunciato la parola “proletariato”. Sì, ha chiamato col giusto termine i milioni e milioni di poveri e sfruttati che, nella grande Repubblica stellata, hanno votato per Donald Trump, per colui il quale il Ku Klux Klan è pronto a sfilare in una parata di gloriosa rivendicazione del suprematismo bianco e della potenza nazionale statunitense.
“Proletariato”. Non sentivo parlare di “proletari” in televisione da almeno venticinque anni, da quando qualcuno nel mondo della comunicazione, spinto da quel presunto modernismo politico che aveva a sua volta deciso che le ideologie erano da superare (se non già superate, almeno certamente nella sua intrinseca volontà di metterle da parte per far posto alla voglia di governismo…), ne aveva decretato l’ostracismo dal vocabolario giornalistico consueto, giornaliero, quotidiano.
Ed invece la parola “proletariato” ritorna, perché probabilmente è quella più vera, quella più espressiva nel significare veramente la condizione di iper sfruttamento che milioni e milioni di giovani vivono nelle aziende americane, così come in quelle di mezzo mondo. L’altra metà del mondo va oltre questo disagio sociale strutturale e si trova ancora nella miserevole situazione di profondità sociale che diviene “antisociale”, perché priva di coscienza – come bene sosteneva Marx – e quindi priva di volontà di classe, di slancio evoluzionista in termini rivoluzionari.
Ma stiamo all’oggi: il proletariato esiste non certo nella sua accezione primigenia, riferita all’etimologia originale della parola. Nessuno oggi fa figli per avere ricchezza. Ma il proletariato marxiano, quello che è il contraltare della borghesia (la classe che detiene l’esclusiva della proprietà privata dei mezzi di produzione), è vivo e a volte riesce a farsi sentire, ma non ha aspirazioni di sorta se non combattere per quelle microbiche rivoluzioni della politica che si fermano alla rivendicazione di diritti elementari: il diritto, ad esempio, a vivere in una repubblica dove l’onestà sia la consuetudine che non dovrebbe necessitare nemmeno di Costituzioni o leggi scritte.
Invece i programmi dei partiti populisti si fondano su semplicità difficili a farsi tanto quanto il comunismo, nella sua più bella descrizione brechtiana.
Molto difficile poter rispondere alla domanda: “Perché non esiste una coscienza di classe?”. Probabilmente uno dei motivi è la divisione cercata e ottenuta proprio dalla borghesia nel separare poveri da altri poveri e nello stratificare così peculiarmente il mondo del lavoro da ottenere l’effetto desiderato eliminando semplicemente i diritti più elementari, quelli che mai avremmo pensato sarebbero stati toccati persino dal più feroce sostenitore del liberismo moderno.
Al tempo dell’avvento della marea privatizzatrice delle grandi industrie e apparati di Stato, pensavamo giustamente che ricadute ve ne sarebbero state anche sul mondo del lavoro: in oltre quarant’anni la borghesia continentale ha lavorato molto unitariamente per dividere una classe sociale che prima riusciva ad essere sostanzialmente unita da idee comuni, da un comune sentire i bisogni reciproci e quegli interessi che non potevano che esserle propri.
Il capitalismo è riuscito a far prevalere la logica privata nel singolo individuo e ad estendere l’idea del “self made man” anche in una Europa che aveva conosciuto lo stato-sociale tanto all’Est quanto all’Ovest proprio grazie ai comunisti, ai socialisti di vecchio stampo, ad una socialdemocrazia nordica migliore di tante avventure rivoluzionarie meridionali, tanto europee quanto di altri continenti.
Poi, dietro questo avanzamento delle logiche individuali ed egoistiche, anche la sinistra moderata ha trionfato su quella comunista, di classe, presuntamente e spocchiosamente – a volte – rivoluzionaria.
Ecco perché la parola “proletariato” ha perso corso quotidiano, è scomparsa dalle colonne dei giornali, dal lessico nostro, delle comuniste e dei comunisti. Così come la parola “comunismo” è sparita. E abbiamo rimpianto i tempi in cui ci toccava ogni giorno spiegare che il nostro comunismo era qualcosa di profondamente differente da quello sovietico, dal socialismo reale dell’Est Europa.
C’è sempre un rimpianto maggiore da affrontare e un tempo lontano, invece temporalmente molto vicino, che diviene tale per esigenze di mercato, per una seduzione delle masse attratte dalle magnifiche conquiste del mercato nella creazione di tecnologie capaci di far apparire la vita semplice, veloce e agguantabile in ogni istante.
Salvo, poi, accorgersi che, con lo smartphone in mano, si tengono nell’altra ricette mediche a pagamento di una sanità sempre più privata, sempre meno diritto, sempre più merce da acquistare. Così va per ogni ambito di vita che un tempo era scontatamente pubblico, di pertinenza statale, proprietà sociale.
Chissà, la sciagurata vittoria di Donald Trump può essere davvero, magari, un detonatore sociale, un modo per risvegliare le coscienze dei proletari americani e per destabilizzare la buona borghesia di New York, di Los Angeles e di Washington…
Ma non possiamo sempre augurarci il male peggiore per accorgerci di ciò che stiamo perdendo. Occorre “non arrivarci per contrarietà”, come cantava Guccini in “Eskimo”, ma per coscienza. Per coscienza “di classe”.

MARCO SFERINI

12 novembre 2016

foto tratta da Pixabay

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