Salvini e Orbán tentano il rilancio post pandemia

L'incontro a Budapest. I sovranisti aggiornano il loro progetto puntando a costruire una "Dc" tutta a destra
Victor Orbàn e Matteo Salvini

Un piede nel cuore dell’Europa più istituzionale che ci sia, quella dell’ex presidente della Bce. L’altro in un sovranismo che cerca di depurarsi dall’antieuropeismo con il sogno di costituire, un giorno, il gruppo più forte del Parlamento europeo. Il Salvini ultimo modello viene presentato a Budapest, ospite il maestro Viktor Orbán, che incorona il leghista «nostro eroe perché ha saputo fermare l’immigrazione via mare come noi la abbiamo fermata via terra», e con loro il polacco Morawiecki. Promettono di rivedersi a Varsavia in maggio, pandemia permettendo, poi a Roma. Garantiscono che, se per ora sono solo in tre, presto si moltiplicheranno.

Lo slogan se lo inventa l’italiano: «Rinascimento europeo». Morawiecki si entusiasma: «Mi piace molto». I caratteri della nuova età dell’oro li illustra, lirico, il capo leghista: «Un’Europa che fa poche cose ma bene, non usa mai l’arma del ricatto contro le scelte nazionali: salute, lavoro, bellezza, sicurezza, valori comuni cristiani, identità e futuro». Ma soprattutto «una forza comune europea che difenda i confini». Nonché, aggiunge terragno Orbán: «Valori della famiglia tradizionale, anticomunismo, lotta all’immigrazione illegale». Ma anche, va detto, «all’antisemitismo». L’italiano concorda in pieno: «Quando l’Europa, nella sua carta costitutiva, negò le sue radici giudaico-cristiane sbagliò in partenza». Non è stato l’unico errore ma ora, prosegue don Matteo, «stiamo lavorando perché finisca il periodo più buio per i popoli europei. L’epidemia e il fallimento sui vaccini hanno dimostrato l’inefficienza delle élites attuali. Però dopo il dramma può esserci la resurrezione».

In fondo la chiave della rappresentazione andata in scena ieri a Budapest sta proprio in quest’ultimo passaggio. Il Covid ha cambiato tutto e per ora ha travolto proprio quelle forze sovraniste e antieuropee che appena due anni fa erano all’offensiva in tutto il continente e dimoravano dall’altra parte dell’oceano, alla Casa Bianca. La cacciata di fatto di Viktor Orbán dal Ppe ha chiuso anche ufficialmente quell’epoca. Ma neppure le istituzioni europee se la passano troppo bene. Dunque c’è la possibilità di riorganizzare le truppe e di rivedere da capo a piedi il progetto sovranista adeguandolo alla nuova temperie politica.

A illustrare in poche e precise parole il nuovo strumento da costruire è ancora una volta Orbán: «Milioni di cittadini europei sono senza rappresentanza politica, avendo il Ppe scelto di allearsi e di cooperare con la sinistra. Lavoriamo per dare una voce ai democratici cristiani». Salvini duetta: «Ci proponiamo come nucleo fondante e storico di qualcosa di alternativo alla sinistra». Una Dc europea, dunque. Una Dc ufficialmente orientata a destra, alla Scelba, ma non estremista: «Non ci sono estremisti a destra», giura l’ungherese.

È un percorso obbligato ma impervio quello che hanno imboccato ieri i tre leader già antieuropei il cui progetto iniziale è stato debellato dalla pandemia. Sono stretti fra la Dc che già c’è, il Ppe, per i moderati punto di riferimento senza dubbio più rassicurante del terzetto di Budapest e una destra rampante che trova nella principale rivale di Salvini, Giorgia Meloni, la sponda italiana. Ma altra strada da battere per il leader leghista non c’è e si spiega così la mansuetudine nei confronti del governo. Oggi Salvini ha molto più bisogno di Draghi di quanto Draghi ne abbia di lui.

ANDREA COLOMBO

da il manifesto.it

foto: screenshot YouTube

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