“Operazione silenzio e distrazione” per il governo italiano

Non una parola sulla vile aggressione neofascista agli studenti del Liceo “Michelangiolo” di Firenze. Nemmeno un cenno alle dimissioni della sottosegretaria Augusta Montaruli. Le pruderie del governo vengono insonorizzate,...
Giorgia Meloni

Non una parola sulla vile aggressione neofascista agli studenti del Liceo “Michelangiolo” di Firenze. Nemmeno un cenno alle dimissioni della sottosegretaria Augusta Montaruli.

Le pruderie del governo vengono insonorizzate, ovattate dalle parole di una Presidente del Consiglio dei Ministri che preferisce parlare dei presunti successi del suo esecutivo: non che vada meglio sul fronte del Superbonus edilizio, mentre, dal bilaterale che Giorgia Meloni avrà con Volodymyr Zelens’kyj, dal cilindro di Palazzo Chigi può venir fuori l’illusione di un qualche successo in politica estera.

Sembra che il governo italiano sia intenzionato ad ampliare il suo sostegno militare all’Ucraina, andando oltre la linea attualmente tracciata dalla NATO stessa. Alcuni ambienti giornalistici vociferano di possibili trattative per l’invio, oltre che dei cosiddetti “armamenti leggeri” e dell’artiglieria pesante, anche di aerei, di caccia da combattimento.

Dall’altra parte del mondo, sempre e soltanto fonti della carta stampata e di Internet, presumono un sempre più imminente invio di armi a Mosca da parte di Pechino. Non passano nemmeno poche ore che le agenzie battono la notizia di una promessa di oltre un milione di munizioni per Kiev, questa volta su ispirazione estone: un suggerimento a tutta la UE che non sembra trovare grandi ostacoli.

Armi, armi, sempre armi. Fortissimamente armi. Ce ne perdonerà Vittorio Alfieri, ma la frase che storicamente gli si attribuisce rende molto efficacemente lo svuotamento compulsivo degli arsenali e il riempimento dell’Ucraina di ogni tipo di mezzo bellico per fronteggiare la prospettiva della paventata “offensiva di primavera” da parte russa sulla linea del Donbass e del Dnepr.

La visita del presidente americano Biden a Kiev, quanto quella odierna di Giorgia Meloni, con un Zelens’kyj che giura alle televisioni italiane che la guerra durerà ancora poco tempo e che si arriverà ad una pace duratura, riafferma invece l’impegno trilaterale (NATO, USA ed Europa) ad una continuazione indefessa del conflitto.

E’ evidente che in queste ore i poli, attraverso le visite presidenziali occidentali a Kiev e i discorsi alla nazione e al mondo di Putin e del ministro degli esteri cinese, si stanno riposizionando in termini tattici, consci che la guerra, a differenza di quanto pronosticato da Zelens’kyj, non sarà breve e in quella regione dell’Est europeo per molti decenni rimarranno irrisolte numerose problematiche anche (e soprattutto) dopo la fine del conflitto.

Difficile immaginare come si possa fare strada sul sentiero delle trattative diplomatiche: perché se questa prospettiva passa attraverso la concezione della guerra come unica soluzione per la vittoria di una delle due parti, e i piani di Kiev sono quelli di cacciare i russi da tutto il territorio ucraino, allora servirebbe più che altro un atto di fede o una magia, visto che proprio nelle regioni conquistate da Mosca vengono ammassate da settimane centinaia di migliaia di truppe, mentre nel Mar Nero sommergibili e navi da guerra pattugliano la linea del blocco marittimo.

Se invece Zelens’kyj ha in mente l’avvio di una trattativa a vasto raggio, mettendo prima in essere un cessate il fuoco da ambo le parti, è chiaro che, nonostante lo stallo tra NATO e Russia nel pantano ucraino, in questo momento il coltello dalla parte del manico è nelle mani del Cremlino.

Ma, sfortunatamente, nessun attore internazionale, sulla scena di questa guerra tra due blocchi imperialisti, è propenso ad intavolare negoziati ma solo a calcolare come sostenere sempre più energicamente lo sforzo bellico, la guerra sul campo, la difesa che è divenuta, anche da questa parte, quella del cosiddetto “mondo libero“, del tanto celebrato “occidente democratico“, una vera e propria offensiva.

Il governo delle destre è ancor più allineato all’opzione atlantica rispetto a quello di Draghi. Non esiste spazio alcuno per una apertura di un fronte del dialogo dentro ad una Europa che è divisa sul metodo e sul merito tra paesi “fondatori” e paesi di Visegrad (semplificando molto la geopolitica continentale…)

In alcune dichiarazioni rilasciate ufficialmente pochi giorni fa, il generale Mark Milley, capo di Stato maggiore dell’esercito statunitense, ha affermato molto pragmaticamente che nessuno può vincere questa guerra e che, quindi, sarebbe bene che la politica ne prendesse atto e che a farlo fosse anche l’intera Alleanza atlantica.

Il Pentagono, oltretutto, pare preoccupato per i toni di Zelens’kyj, per la continua richiesta di armi sempre più costose e impegnative che porterebbero ad una complicazione ulteriore della guerra su un fronte certamente immobile su grandi distanze ma che, da qualche mese, vede i russi avanzare di poche centinaia di metri al giorno.

Il tutto mentre i bombardamenti imperversano e mentre la Cina sembra vicina all’ingresso in una partita in cui, fino ad ora, è stata a guardare ammiccando, indubbiamente, verso Mosca.

Invece che essere promotore di una iniziativa europea che scongiuri una escalation di caratura veramente mondiale, il governo italiano pensa bene di spendere i soldi versati dai cittadini per mandare sempre più armamenti a Kiev, sostenendo, in questo, una linea macroniana che fa il pari con quella ufficiale di una Europa tutt’altro che mediatrice.

Spostando l’attenzione sulle necessità internazionali, cui anche l’Italia atlantista deve ottemperare come ipocrita e finto baluardo di una idea di democrazia fondata sulla sopraffazione e sulle guerre che le convengono, il governo distrae l’opinione pubblica dalle grane irrisolte (oltre al Superbonus, le pregresse questioni sulla vicenda “Donzelli – Delmastro” e, unitamente a ciò, il “caso Cospito“) e si prende una pausa anche dalle proprie contraddizioni interne.

La maggioranza è tutt’altro che granitica sui temi che riguardano i rapporti con il mondo delle imprese e, in particolare, in questo momento con quello delle aziende edilizie grandi, medie e piccole.

Nonostante Giorgia Meloni provi a persuaderci che “tutto va bene, madama la marchesa“, l’esecutivo si trova ad affrontare un missaggio di tensioni interne in un Paese dilaniato dalla crisi economica, dall’instabilità sociale, da una programmazione del PNRR che va nella direzione esattamente opposta a quella di un sostegno alle fasce più deboli ed indigenti della popolazione.

Il governo della “melonomics” è un composto di reflui draghiani, retaggi da comizio elettorale che vengono smentiti prontamente dalla politique politicienne cui deve sottostare qualunque esecutivo che si trovi in una congiuntura complicata come la presente: il “siamo pronti” dei giorni precedenti il voto è diventato oggi un “forse saremo pronti” e non certo per l’anno in corso.

Palazzo Chigi intende tracciare un parallelismo tra le controriforme incostituzionali sull'”autonomia differenziata” e un assetto più generale dello Stato che vada nella direzione semi-presidenzialista riferita, molto latamente, al modello francese, nonostante le forze della maggioranza, in particolare Lega e Fratelli d’Italia, siano da sempre esterofilamente simpatizzanti del blocco di Visegrad.

Una simpatia ribadita, non solo per galateo e cordialità istituzionale, proprio ieri durante la tappa polacca del viaggio di Meloni nell’Est.

Che il presidenzialismo che hanno in mente i neonazi-onalisti italiani stia a metà tra l’occidentalissima fedeltà all’alleato americano e atlantico, per pragmatismo, e le democrature slave ed esteuropee, per conformazione e sintonia ideologica, può essere una precondizione per uno spostamento sempre più a destra della UE.

Il sostegno all’imperialismo statunitense e al militarismo della NATO non garantisce il mantenimento dell’ordine capitalistico entro i confini di un liberalismo concreto e reale. Tutt’altro.

Non esistono garanzie sulla preservazione della democrazia nel nostro Paese se la si pensa, in opposizione all’oligarchismo russo e alla dittatura del partito unico cinese, come unica alternativa possibile entro i soli confini del liberismo e del mercato.

Il governo Meloni, per questo, si barcamena abilmente tra impasse interne e questioni internazionali, sperando di piacere tanto ad Ovest quanto ad Est, ma non oltre un certo confine che, oggi, è tracciato dalla guerra.

Questa abilità è la più evidente e trasformistica politica del compromesso che anche forze come quelle dell’estrema destra possono fare accettare ai loro elettori nel nome delle compatibilità e delle impellenze. Sono, pure queste, decisioni irrevocabili: se si vuole rimanere a Palazzo Chigi, se si vuole fare le proprie politiche col sostegno di Washington e di Bruxelles.

La guerra, intanto, continua e le nuove sovvenzioni a stelle e strisce e quelle nostre tricolori allontanano, facendolo sparire, qualunque possibile ruolo di pace del nostro Paese nel conflitto tra Occidente ed Oriente.

La Costituzione viene tradita proprio in questo preciso punto: nel momento in cui accettiamo di trattare le controversie internazionali con le armi, lasciando il ripudio della guerra a mera espressione cartacea, a un nobile principio. Ma niente, desolatamente, di più…

MARCO SFERINI

21 febbraio 2023

foto: screenshot

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