Omaggio alla Catalogna

Di arresti di funzionari di Stato e di personale governativo, comunque appartenente ad un ambito istituzionale, non sentivo parlare in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale se si...

Di arresti di funzionari di Stato e di personale governativo, comunque appartenente ad un ambito istituzionale, non sentivo parlare in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale se si tralasciano, con tutta ovvia evidenza, gli innumerevoli casi di corruzione che attraversano le fila del potere ovunque esteso su un determinato territorio.
Mi riferisco, quindi, ad arresti politici, giustamente definiti tali dal presidente della Catalogna e stigmatizzati in eguale misura da Ada Colau, sindaca di Barcellona celebre per le sue lotte in favore dei più deboli della società.
Che lo si ammetta o no, in Catalogna c’è da sempre una domanda di indipendentismo che è aumentata in questi ultimi decenni dopo che è stato sospeso parte dell’atto di autonomia promulgato da Zapatero.
Sembra, secondo stime fatte dai sondaggi di importanti quotidiani spagnoli (quindi non solo catalani) che dal 15% di popolazione reclamante l’indipendenza di Barcellona da Madrid si sia passati ultimamente ad una percentuale vicina al 50%.
Ciò significa che le politiche di compressione delle autonomie non funzionano e hanno un effetto boomerang: l’esatto contrario sempre di ciò che vorrebbero ottenere. La repressione non mette di buon grado chi viene represso, chi viene ostacolato e vincolato con norme restrittive che peggiorano la libertà di chi le subisce. Dovrebbe essere una norma elementare, un ABC di un manualetto di governo della politica e di politica di un governo: eppure sembra che la lezione non sia mai sufficiente seppure ripetuta molte, moltissime volte nel corso della storia.
Mariano Rajoy ordina tutta una serie di misure volte ad impedire il referendum per l’indipendenza della regione più ad ovest della Spagna: sequestro delle schede elettorali, interrogatori di oltre 700 sindaci che si sono schierati a favore della consultazione e apertamente per il “sì”, arresto dei funzionari di governo regionale che stanno lavorando alla preparazione anche solo tecnica del referendum.
In termini calcistici è un clamoroso autogol che fa venire meno anche il valore del dettato costituzionale spagnolo che non prevede consultazioni popolari per la secessione di parte di territori del Regno di Spagna. Del resto, la questione basca, molto diversa da quella catalana, è comunque lì a dimostrare che di indipendenza non se ne parla e che il governo teme un “effetto domino” per altre comunità iberiche mentre la monarchia teme addirittura per la sua fine e per un ritorno magari ad una repubblica questa volta di tipo federale.
C’è un tipo di federalismo di cui certi paesi hanno bisogno per rimanere uniti e ci sono invece altre nazioni che andrebbero in pezzi senza larghe autonomie dai poteri centrali.
Facciamo un paragone con l’Italia: i referendum promossi in Lombardia e Veneto per una maggiore autonomia non sono volti all’indipendenza di due regioni ma restano un atto che non avrà altra conseguenza se non quella di misurare il tasso di disaffezione verso la politica del governo nei confronti dei territori. E’ un tentativo di esacerbare gli animi popolari, di scaldare le ragionevoli rimostranze popolari verso una politica assente sui bisogni reali che vorrebbero essere interpretati dal leghismo d’annata come nuova marcia politica verso la conquista dell’esecutivo alle prossime elezioni politiche.
Su un altro piano, il paragone tra ragioni indipendentiste catalane e ragioni indipendentiste di Lombardia e Veneto non regge sul piano ancor prima sociale, culturale e linguistico e poi su quello politico – istituzionale. Parliamo di due regioni che sono italiane tanto quanto il Molise o il Lazio, la Toscana o la Liguria, la Puglia o il Piemonte. Tutte hanno differenti stili di vita, culture locali molto lontane fra loro, ma sono unite da un comune sentire, da una lingua unica, da una cultura che nel tempo si è sommata a quella comunalistica del ‘200 e del ‘300 e che, dopo 150 anni dall’Unità d’Italia, ha espresso per l’appunto un nuovo livello di appartenenze ad un territorio.
La Catalogna ha molto in comune con la Spagna, non fosse altro che manca solo qualche secolo per quel millennio di appartenenza al regno unitario di Aragona, Castiglia e Asturie.
Tentò Napoleone di farne una provincia di confine del vasto Impero francese, ma come Roma non poteva essere la seconda città dopo Parigi di una entità politica multinazionale, così Barcellona non si sentì mai in quei pochi anni di annessione sotto il tricolore ex-rivoluzionario una regione della Francia.
Ciò che però mi preme di più sottolineare qui non sono questi aspetti storico-politici bensì quello che oggi la Catalogna viene a rappresentare nell’immagine comune o che, almeno, dovrebbe rappresentare: un luogo dove le libertà politiche rischiano di essere compromesse similmente (per fortuna non ancora ugualmente) al terribile periodo franchista. Sequestri di materiali, oscuramento di siti Internet e di profili Facebook, arresti di funzionari regionali che agiscono dietro la deliberazione del parlamento di Barcellona, seppure in contrasto con quello di Madrid (ma questa contrapposizione è proprio l’oggetto del contendersi un potere politico) che vogliono essere una vera e propria prova di forza che l’Unione Europea non dovrebbe tollerare.
Abbiamo sempre scritto che, con tutte le sue storture e il suo nefasto ruolo di governatrice del capitalismo continentale, la UE era almeno una garanzia per i diritti sociali, civili e politici e che mai nessuna nazione si sarebbe permessa di assumere anche lievemente i tratti di una neo-dittatura moderna, ed invece ci troviamo innanzi ad una situazione dove un potere usa la polizia e l’esercito per reprimere una volontà popolare, quanto meno una richiesta popolare. Giusta o sbagliata che sia, può essere una questione risolvibile con l’incarcerazione di chi la organizza e con la repressione di chi la sostiene?
Da oggi sappiamo che l’Unione Europea e anche l’Italia considerano questa faccenda una questione “interna alla Spagna” e quindi non si esprimono se non con dichiarazioni di distanza, antidiplomatiche pur cercando di essere tali.
Da oggi sappiamo che dobbiamo rendere un nuovo omaggio alla Catalogna, che non vive per fortuna gli anni della guerra civile, ma rischia di precipitarvi se Madrid userà il pugno di ferro e l’Europa non si farà sentire: i timori di altre richieste di indipendenza in tanti Stati della UE sono evidenti. Ma si può sacrificare la libertà di un popolo dietro a tutti ciò?

MARCO SFERINI

21 settembre 2017

foto tratta da Pixabay

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