Notte e nebbia. Filmare l’orrore

Il documentario di Alain Resnais nel decennale della Liberazione dal Nazismo
Notte e nebbia

Nacht und Nebel. Queste le parole utilizzate dai nazisti per definire i prigionieri politici che, in base al decreto “Richtlinien für die Verfolgung von Straftaten gegen das Reich oder die Besatzungsmacht in den besetzten Gebieten” (“Direttive per la repressione dei reati commessi contro il Reich o contro le forze di occupazione nei territori occupati”), dovevano scomparire “nella notte e nella nebbia”. La citazione riprendeva le parole Richard Wagner nell’opera “Das Rheingold” (“L’oro del Reno”), la realtà richiamava, invece, gli ordini del Führer che il 7 dicembre del 1941 aveva emanato quel decreto, teso, oltre che a catturare ed eliminare gli oppositori politici, a nasconderne le sorti.

1. Henri Michel, lo storico della Resistenza che commissionò Nuit et brouillard

Quando nel decennale della Liberazione di Auschwitz lo storico e partigiano Henri Michel insieme alla studiosa Olga Wormser, ebrea e comunista tra i massimi esperti nella storia della deportazione, commissionarono, a nome del Comité d’Histoire de la Deuxième Guerre Mondiale, un film per ricordare quei tragici eventi, il titolo venne da se: Nuit et brouillard appunto Notte e nebbia.

Incaricata di realizzare la pellicola fu la Argos Films, casa di produzione fondata nel 1949 da Philippe Lifchitz, cresciuto a poca distanza dagli Champs Elysées, e da Anatole Dauman nato a Varsavia da una famiglia di ebrei russi emigrati in Francia prima del tristemente noto rastrellamento. Fu proprio quest’ultimo a contattare il regista. La scelta cadde su un documentarista, Alain Resnais.

Il regista era nato il 3 giugno 1922 a Vannes, una cittadina della Bretagna chiusa e bigotta. Cagionevole di salute il piccolo Alain venne, praticamente, chiuso in casa dai genitori. Iniziò così a leggere libri e fumetti, a scoprire la musica classica, la fotografia, la pittura, il cinema. In una parola: l’arte. Superati i problemi di salute, Resnais si trasferì a Parigi e capì quale era la sua di arte: la “settima”.

2. Alain Resnais

Dopo una prima pellicola girata nel 1936, L’Aventure de Guy, e una serie di film “privati”, prevalentemente incentrati sulla storia di pittori (Visite à Oscar Dominguez, Visite à Lucien Coutaud, Visite à Hans Hartnung, Visite à Félix Labisse, Visite à César Doméla, Portrait d’Henri Goetz), Resnais debuttò con un film “vero” grazie al critico d’arte Gaston Diehl che gli commissionò il documentario Van Gogh (1948), un ritratto inedito del pittore olandese incentrato sui luoghi dell’artista (Nuenen, Parigi, Provenza e Auvers-sur-Oise) che si aggiudicò la Medaglia d’oro per il miglior film d’arte figurativa alla Mostra di Venezia nel 1948 e l’Oscar come Miglior cortometraggio a 2 bobine nel 1950.

Resnais dopo Van Gogh realizzò una serie di documentari, quasi tutti su commissione, che ne definirono metodo e orizzonte tematico. Da segnalare Guernica (1950) atto di accusa contro il Nazismo e la guerra ispirato alla celebre opera di Pablo Picasso; Gauguin (1950) sulla vita del pittore francese ritiratosi in Polinesia e Les statues meurent aussi (1953) realizzato insieme a Chris Marker, studente di Jean-Paul Sartre, sull’arte dell’Africa nera. Commissionato da Alioune Diop per la “Présence africaine”, rivista semestrale panafricana ancora oggi sugli scaffali delle edicole francesi, il documentario suscitò polemiche e censure poiché, nel descrivere la bellezza e le opere dell'”arte negra” (alcune maschere “anticipano” La Noire de… di Ousmane Sembène), denunciò la distruzione di tale patrimonio artistico e culturale ad opera della colonizzazione europea. La Francia stava attraversando un rapporto “delicato” con l’Africa e Les statues meurent aussi venne proibito fino al 1963.

3. Les statues meurent aussi (1953)

Lo stile e il coraggio del regista attirarono così l’interesse di Anatole Dauman che gli propose di dirigere il documentario per il decennale della Liberazione. Resnais si stupì di ricevere quella telefonata. La prima reazione fu piuttosto cauta, per non dire contraria. Secondo il regista, infatti, solo chi aveva vissuto l’orrore poteva raccontarlo. Ma poi aggiuse: “Senta, posso rifletterci ancora ma occorrerebbe che… Io conosco un po’ Jean Cayrol, che è uno scrittore che ammiro molto, è un amico di Marker, lavora da Seuil. Lui è stato deportato. Se Cayrol accetta di lavorare al progetto, forse ci posso ripensare […]”. Dauman insistette insieme a Henri Michel e Olga Wormser, ma Resnais fu irremovibile: senza Cayrol niente film.

Jean Cayrol (Bordeaux, 6 giugno 1910 – Bordeaux, febbraio 2005), scrittore membro della Resistenza francese, era stato arrestato e deportato nel campo di concentramento di Gusen, triste “succursale” di Mauthausen, come prigioniero politico. Aveva sul petto il triangolo rosso e sulla schiena la scritta NN. Era un Nacht und Nebel. Sopravvisse, anche grazie all’aiuto del religioso Johann Gruber (passato alla storia come il “Santo di Gusen”), ma quell’atroce esperienza aveva ormai segnato la sua vita e la sua produzione letteraria.

4. Jean Cayrol

Cayrol scrisse, infatti, numerosi testi sul tema, a partire dalla raccolta di poesie “Poèmes de la nuit et du brouillard”, composte tra il febbraio 1944 e l’aprile 1945, ma l’idea del film non lo convinceva, non voleva rivedere quell’esperienza. Alla fine, pare su insistenza di Marker, lo scrittore e intellettuale accettò “senza piacere né entusiasmo”. Dauman ottenne così anche l’adesione del regista, che si convinse definitivamente anche grazie alla presenza di Hanns Eisler, incaricato dal Comité d’Histoire de la Deuxième Guerre Mondiale di scrivere la musica del film.

Hanns Eisler (Lipsia, 6 luglio 1898 – Berlino, 6 settembre 1962), compositore austriaco a lungo collaboratore di Bertolt Brecht, era emigrato negli USA durante gli anni del Nazismo. Una volta rientrato in quella che era diventata la Germania Ovest venne accusato di comunismo ed espulso nella Germania Est. A Berlino insegnò al conservatorio e compose, col poeta Johannes Becher, “Auferstanden aus Ruinen” (“Rinati dalle rovine”), inno nazionale della Repubblica Democratica Tedesca dal 1949 al 1990.

Le immagini di Resnais, le parole di Cayrol, la musica di Eisler. In due parole: Nuit et brouillard.

Il regista visionò chilometri di pellicola girati dalle forze alleate e da quelle tedesche, trovando immagini inedite della “vita” all’interno dei campi nazisti. Utilizzò prevalentemente filmati inglesi, che riteneva molto “diretti e forti”. Il materiale d’archivio andò così a coprire nove decimi del film. La parte restante della pellicola fu, invece, girata dallo stesso Resnais nei luoghi dell’orrore, prevalentemente in Polonia tra Auschwitz e Birkenau, tra rovine ed erba ricresciuta. Il passato in un tenebre bianco e nero, il presente nei colori tenui del tepore solare.

5. Hanns Eisler e Bertold Brecht

Dopo un primo montaggio, realizzato con Chris Marker, il film venne mostrato in anteprima a Cayrol. L’uomo vide riemergere l’orrore. Rimase talmente scosso da sentirsi male. L’intellettuale disse così al regista: “Non posso lavorare direttamente in sala di montaggio. È troppo per me. Le farò un testo”. Ma quel testo, che riprendeva le poesie raccolte in “Poèmes de la nuit et du brouillard”, divenne troppo autobiografico, poco adatto alle immagini. Resnais provò a riadattarlo con Marker, prima che Cayrol, ripresosi dalla visione, decise di rielaborarlo in un francese “illustre”. Il testo, nell’edizione originale del film, venne letto dall’attore Michel Bouquet.

Le immagini dell’orrore furono accompagnate anche dalla musica di Eisler che sviluppò uno spartito basato sul contrappunto: il “diminuendo” con le immagini forti del passato, il “crescendo” con le sequenze girate nel presente.

A dieci anni dalla Liberazione di Auschwitz Nuit et brouillard, un magnifico mediometraggio che mostrava per la prima volta le immagini dello sterminio, era pronto per essere distribuito. La prima venne fissata al Festival di Cannes del 1956. Ma quella prima non si tenne. La Germania minacciò ripercussioni diplomatiche. Chiese ed ottenne il ritiro. Resnais disgustato commentò: “Ignoravo che al festival il governo nazista avesse una sua rappresentanza”. I deportati della regione di Nizza e Cannes minacciarono di occupare la croisette e il palazzo del Festival con gli abiti dei lager qualora la pellicola non fosse stata proiettata. Alla fine il film, ovviamente tolto dal concorso, fu mostrato su un grande schermo. Quasi di nascosto.

6. Notte e nebbia (1956)

Nuit et brouillard, che si apre e si chiude con le immagini del presente, mostra per la prima volta la “vita” e la morte all’interno dei campi nazisti. Le sequenze di repertorio riportano i vagoni carichi di deportati, le “tipologie” anche architettoniche dei lager (alcuni dotati di circo interno e orchestra), i corpi scheletrici, le teste mozzate, le torture, i capelli delle prigioniere usati come tessuti, i bordelli e le case per nazisti e kapò, le nudità umilianti, i bulldozer che spostano, quasi fossero rifiuti, i corpi straziati, le immagini della Liberazione, su tutte quella iconiche dei bambini. Le sequenze del presente riprendono, invece, i luoghi della deportazione (cosa che farà vent’anni dopo anche Claude Lanzmann in Shoah) le baracche, le latrine, il filo spinato, i forni, i dormitori, le camere a gas. Un monito finale invita al ricordo, ma anche alla vigilanza.

Un’esperienza inafferrabile, innestata, disumana, incomunicabile, raccontata contrapponendo “tutto il made del mondo (i cadaveri ammassati coi bulldozer, gli occhi accusatori e brucianti degli scheletrici sopravvissuti, l’accumulo “capitalista” degli oggetti e dei resti: capelli di donna, orologi, occhiali, denti) all’indifferente routine dei carnefici, al dolore delle riprese contemporanee, con la vita che continua, i fiori, i bambini, gli alberi” (Mereghetti).

7. l’immagine senza e con “képi”

Un “film necessario”, per usare le parole del regista greco naturalizzato francese Ado Kyrou, che in Francia continuò ad essere censurato. Motivo? In un’immagine di archivio scattata nel campo di Pithiviers, dove venivano rinchiusi gli ebrei, si vede un “képi” (in italiano “chepì”) il copricapo militare francese rigido, cilindrico, con visiera, spesso utilizzato nella Légion. Un documento di pochi secondi che mostrava la complicità dei francesi nello sterminio nazista. Il regista, pur di far circolare il film, nascose il “képi” dietro una trave.

Notte e nebbia iniziò così a circolare, ma solo nei cineforum. Nel normale circuito di distribuzione fece, infatti, fatica a trovare spazio. All’epoca i corto o mediometraggi venivano proiettati nelle sale prima di altri film. L’opera di Resnais non era abbinabile a nessun altra.

Nonostante le limitazioni Nuit et brouillard ottenne successo, aprendo anche una non banale riflessione sul guadagno economico da un’opera politica. Il film si aggiudicò il premio Jean Vigo nel 1956 e iniziò ad essere distribuito su scala internazionale. A comprarlo per primo, sorprendentemente, fu la Germania Ovest, poi da quella dell’Est. In Francia dal 1960 venne finalmente fatto circolare nelle sale con tanto di locandina, fatto insolito per un mediometraggio. Nello stesso anno fu rilasciato anche in Italia, assemblato all’interno di un film a episodi intitolato sempre Notte e nebbia. Decenni dopo Resnais ritrovò il frammento originale col “képi”, che si pensava perduto, e lo reinserì. Nel 1997 uscì la versione originale, nel 2015 la versione restaurata, curata dall’immensa Cineteca di Bologna.

8. Notte e nebbia, un film necessario

Un film che è un’esperienza di vita. Amato da Godard e Trauffaut, che lo definì “una lezione di storia crudele, ma meritata”, citato in altri film (è quello che vedono le sorelle in Anni di piombo di Margarethe von Trotta), Notte e nebbia rappresentò anche una svolta per Alain Resnais. Il regista lamentò sempre il fatto di non aver avuto accesso a tutto il materiale d’archivio e, per questo, rimase spesso defilato nell’assumersi i meriti dell’opera, ma grazie al successo ottenuto dal film passò ai lungometraggi. Il primo inaugurò “semplicemente” la stagione della Nouvelle Vague. Si intitolava Hiroshima mon amour, ma questa è un’altra storia.

Tornando a Nuit et brouillard il film, alternando passato e presente, mostrò per la prima volta l’orrore nazista e la fragilità dell’essere umano. Un monito quanto mai attuale “per non dimenticare e per incitare alle vigilanza. Senza sosta”.

MARCO RAVERA

redazionale


Bibliografia
“Alain Resnais” di Paolo Bertetto – Castoro
“Alain Resnais” di Sergio Arecco – Le Mani
“Hiroshima mon amour – Notte e nebbia” – Cineteca di Bologna
“Storia del cinema” di Gianni Rondolino – UTET
“Il Mereghetti. Dizionario dei film 2021” di Paolo Mereghetti – Baldini & Castoldi

Immagini tratte da: immagine in evidenza, foto 6, 7, 8 Screenshot del film Notte e nebbia; foto 1, 5 da it.wikipedia.com; foto 2 da www.lacooltura.com; foto 3 Screenshot del film Les statues meurent aussi; foto 4 da gettyimages.
Le immagini sono di proprietà dei legittimi proprietari e sono riportate in questo articolo solo a titolo illustrativo.

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