Shoah. La memoria dell’orrore

L'opera monumentale di Claude Lanzmann, il più importante film mai realizzato sulla più tragica esperienza dell'uomo moderno

Sette milioni di civili sovietici (inclusi oltre un milione di ebrei), sei milioni di ebrei, tre milioni di prigionieri di guerra sovietici, due milioni di civili polacchi, ucraini e bielorussi non ebrei, 300000 civili serbi, 250000 rom e sinti, 250000 disabili, 150000 massoni, 70000 criminali comuni e individui definiti asociali, 20000 civili sloveni, 15000 omosessuali, 7.000 miliziani anti-franchisti spagnoli, 1900 testimoni di Geova, piccoli gruppi di afroeuropei, un numero indeterminato di oppositori politici e di partigiani (principalmente di Jugoslavia, Grecia, Italia, Francia e Belgio). Questi sono i numeri, approssimativi, ma impressionati, delle vittime dello sterminio nazista.

1. lo sterminio degli ebrei ispirò centinaia di pellicole

L’olocausto, i rastrellamenti, le deportazioni, le camere a gas sono state portate più volte portate sullo schermo. Dai primi cinegiornali che entrarono nei campi di concentramento e di sterminio a Schindler’s List, da Bastardi senza gloria a Quel maledetto treno blindato, da Il bambino con il pigiama a righe a Notte e nebbia, da Il giardino dei Finzi Contini a Il diario di Anna Frank.

Altre pellicole provarono, invece, a strappare un amaro sorriso da quei tragici eventi come Il grande dittatore di Charlie Chaplin o in tempi più recenti La vita è bella di Roberto Benigni (definita una “mascalzonata” da Mario Monicelli) e Train de vie del rumeno Radu Mihăileanu. Ma un unico film è riuscito a raccogliere le testimonianze dei pochi sopravvissuti, dei carnefici e perfino dei luoghi, una pellicola realizzata dal francese Claude Lanzmann che, grazie ad un lavoro meticoloso, riuscì a scoprire elementi che gli storici e gli studiosi non conoscevano ancora. Il regista, dopo aver inizialmente titolato l’opera Il testimone dei testimoni, diede nuovo significato ad una parola ebraica che racchiudeva tutto un immenso dolore, una parola, traducibile come “tempesta devastente”, che da allora divenne sempre più di uso comune per rappresentare l’orrore nazista, Shoah.

2. Il grande dittatore di Charlie Chaplin

Il regista nacque il 27 novembre 1925 a Bois-Colombes da Armand Lanzmann (1900-1974) e Paulette Grobermann (1903-1995), coppia discendente da più ramificate famiglie ebree di mezza Europa riunitesi a Parigi alla fine dell’Ottocento. Dalla loro unione nacquero anche Jacques (1927-2006) scrittore, sceneggiatore e paroliere e Évelyne Rey (1930-1966) attrice teatrale e cinematografica suicidatasi a trentasei anni. La coppia si separò quando la donna scappò con lo scrittore serbo Monny de Boully. Il padre crebbe quindi da solo i figli e, da veterano del primo conflitto mondiale, anziché soffermarsi sulla cultura, insegnò loro tecniche di fuga ai rastrellamenti che stavano moltiplicandosi nella Francia occupata dai nazisti. Insegnamento poco ortodosso, ma assai utile.

Nel 1943 Claude Lanzmann iniziò a frequentare il liceo Blaise Pascal di Clermont-Ferrand, dove si era trasferito con la famiglia, e si iscrisse al Mouvement jeunes communistes de France, i “giovani comunisti” allora in clandestinità. Divenne quindi uno degli organizzatori della Resistenza di Clermont-Ferrand, partecipando attivamente a diverse battaglie: Alvernia, Margeride, Mont Mouchet. Nonché a numerosi agguati, soprattutto nell’Alta Loira, che avevano il compito, nell’estate del 1944, di rallentare l’ascesa delle truppe tedesche verso la Normandia.

3. Claude Lanzmann

Finita la guerra i Lanzmann tornarono a Parigi. Claude potè così riabbracciare la madre che, insieme al nuovo compagno, era stata arrestata dalla Gestapo, riuscendosi a salvare miracolosamente solo grazie all’intervento del poeta Jean Rousselot. Nel 1945 il futuro regista si iscrisse al liceo Louis-le-Grand, dove conobbe e divenne amico dello scrittore Jean Cau. Quindi Lanzmann, dopo aver fallito l’esame di ammissione all’École normale supérieure, decise di frequentare filosofia alla Sorbona. Nel 1947, su consiglio dell’amico Michel Tournier si trasferì in Germania per studiare all’Università Eberhard Karl in Turingia, per “vedere i tedeschi in abiti civili”. L’anno successivo ottenne la posizione di lettore all’Università di Berlino. La questione ebraica, poco presente in giovane età, stava diventando sempre più importante nella vita di Claude Lanzmann.

Tornato in Francia, dopo aver lavorato come giornalista per la rivista “France Dimanche”, nel 1952 Lanzmann conobbe il filosofo francese Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir, con la quale ebbe una bella relazione conclusasi nel 1959. I tre divennero grandi amici. Dal loro incontro nacque la collaborazione per la rivista “Modern Times”, per la quale Lanzmann alternò l’attività di saggista e giornalista, divenendone Direttore nel 1986.

4. Lanzmann con Simone de Beauvoir e Jean-Paul Sartre

Fortemente anticolonialista, nel settembre del 1960 Lanzmann fu tra i promotori del “Manifesto dei 121” intitolato “Dichiarazione sul diritto alla ribellione nella guerra algerina”. Un manifesto di libertà che si chiudeva con queste parole “La causa del popolo algerino, che contribuisce in modo decisivo alla rovina del sistema coloniale, è la causa di tutti gli uomini liberi”. Una presa di posizione forte che costò caro a molti dei firmatari, inclusa la richiesta di pena di morte per i promotori.

Come se non bastasse, con non poche polemiche, Lanzmann dalle pagine di “Modern Times” difese in più articoli l’URSS e l’amata Israele, da ricordare il celebre numero della rivista, oltre mille pagine, intitolato “Le conflit israelo-arabe” (“Il conflitto arabo-israeliano”).

5. Pourquoi Israël (1973)

Partendo da quel reportage all’inizio degli anni ’70 Claude Lanzmann, senza aver frequentato alcuna scuola di cinema, decise di prendere una macchina da presa per realizzare Pourquoi Israël (Perché Israele, 1973). In oltre tre ore di film il regista, raccogliendo decine di testimonianze, cercò di catturare la storia di Israele, anche per rispondere alle critiche di chi lo accusava di essere anticolonialista in Algeria, ma “colonialista” in Israele. La pellicola, dopo la prima a New York avvenuta il 7 ottobre del 1973, ottenne successo in tutto il mondo.

Nell’estate del 1973, prima ancora che Pourquoi Israël uscisse nelle sale, Lanzmann aveva iniziato a lavorare ad un progetto sullo sterminio degli ebrei. Conoscere la storia del suo popolo lo aveva stimolato ad entrare “nel cuore dell’inferno”, per dare testimonianza di un evento considerato senza testimoni. Per fare da “testimone di testimoni”. Claude Lanzmann non si recò subito nei luoghi dell’orrore, ma iniziò a cercare le persone. Non solo gli ebrei sopravvisuti, ma anche i nazisti ingranaggi consapevoli di quella “catena della morte”, gli abitanti delle città vicine ai campi di sterminio. Il primo soggiorno fu in Polonia nell’inverno tra il 1977 e il 1978. Scoprì con stupore e orrore l’esistenza di un villaggio di nome Treblinka e della sua stazione ferroviaria. Partì tutto da lì. Le riprese iniziarono cinque mesi dopo, nell’agosto del 1978.

6. Franz Suchomel, ripreso di nascoto da Lanzmann

Leggendo gli atti del processo di Treblinka, Lanzmann conobbe la figura dell’ufficiale delle Schutzstaffel, le famigerate SS, Franz Suchomel (Krumau, 3 dicembre 1907 – 18 dicembre 1979). Il regista risalì all’indirizzo del nazista che accettò, nonostante la contrarietà della famiglia, di essere registrato ma non filmato. Il regista lo filmò ugualmente di nascosto. I due si incontrarono in una città stelta dall’SS: Braunau am Inn, la città natale di Adolf Hitler. Una delle testimonianza più agghiaccianti, anche grazie ad una meticolosa ricostruzione dello sterminio. Il regista pose una domanda precisa sul modo adottato per uccidere “diciottomila ebrei al giorno”. Suchomel, senza scomporsi, rispose: “Diciottomila è troppo […] da dodici a quindicimila si”. Per il nazista sterminare gli ebrei era un lavoro come un altro, al punto da dichiarare Treblinka “una catena di morte ben funzionante”.

Devastanti anche le testimonianze di altri nazisti quali Walter Stier, membro del Partito Nazista e capo dell’ufficio 31 della Reichbahn (le ferrovie del Reich), secondo cui quei treni erano “treni speciali”, quali quelli di una comune gita. Una testimonianza forte che sottolineò anche che gli ebrei deportati pagavano, senza saperlo, la loro morte a causa della confisca dei loro beni da parte della Gestapo. O ancora, sempre ripreso di nascosto come i precedenti, il racconto della guardia nazista Franz Schalling che descrive il funzionamento del campo di sterminio di Chełmno, o le immagini del criminale di guerra Josef Oberhauser (Monaco di Baviera, 21 gennaio 1915 – Monaco di Baviera, 22 novembre 1979) che spilla nervosamente birre nel bar dove lavora, ma si rifiuta di rispondere alle domande del regista sul campo di sterminio di Bełżec.

7. Josef Oberhauser, criminale di guerra, spilla birre in un bar

Ma per certi versi sono ancora più inquietanti i ricordi, a soli trent’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, della gente del luogo che minimizza, banalizza, quasi irride lo sterminio. Come un uomo a Grabòw in Polonia, a meno di venti chilometri dal campo di Chełmno, che rimpiange gli ebrei solo perché “c’erano delle donne bellissime”. Dato sottolineato anche da alcune donne quasi sollevate per la deportazione di quella “concorrenza femminile”. O i contadini che vedevano impassibili l’orrore nelle campagne, o alcuni polacchi contenti perché gli ebrei avevano le case più belle. Mentre la signora Martha Michelson, moglie del maestro nazista di Chełmno, ricorda che gli ebrei passavano incatenati in paese, ma nessuno aveva il coraggio di rivolgere loro la parola. In troppi assistettero impassibili allo sterminio.

Molte ore del girato di Lanzamnn fu dedicato ai “Sonderkommando”, i deportati ebrei costretti a collaborare con i nazisti per “preparare” gli altri ebrei e “ripulire” le camere a gas. I loro volti, ripresi magistralmente dal regista, ci portano dentro l’orrore. Il primo a comparire è Szymon Srebrnik (Łódź, 10 aprile 1930 – Israele, 16 agosto 2006) deportato ancora bambino nel campo di campo di sterminio di Chełmno, sopravvisse alla sua stessa famiglia, diventando il tuttofare del campo, incluso l’estrazione dei denti d’oro dalle carcasse. Ma il ricordo più frequente, ricordato anche dai contadini del luogo, è legato ad una canzone popolare che il giovane Srebrnik era costretto a cantare per la gioia delle SS.

8. Szymon Srebrnik

Drammatico anche il ricordo di Mordechaï Michał Podchlebnik (1907 – 1985) che aveva il compito di sepellire i cadaveri a Chełmno. Insostenibile fu per lui riconoscere i corpi della moglie e dei tre figli. Trasferitosi in Israele, fu uno dei testimoni chiave contro Adolf Eichmann. Aveva, invece, il compito di costruire i forni crematori Filip Müller (Sereď, 3 gennaio 1922 – Tschechoslowakei, 9 novembre 2013).

E ancora i volti di Simha Rottem, Itzhak Zuckermann, Motke Zaidl, Hanna Zaidl, Jan Piwonski il ferroviere polacco di Sobibor, Itzhak Dugin, Moshe Mordo, Richard Glazar, Paula Biren, Pana Pietyra, Pan Filipowicz, Inge Deutschhkron, Pan Falborski, Czeslaw Borowi, Armando Aaron e Henrik Gawkowski macchinista costretto, insieme ad altri, a portare i treni con i deportati a Treblinka. Lanzmann noleggiò un treno a vapore per far ripercorrere a Gawkowski, il cui volto compare nel poster ufficiale del film, il terribile viaggio della morte.

Quindi il racconto di Jan Kozielewski, più noto come Jan Karski (Łódź, 24 giugno 1914 – Washington, 13 luglio 2000) che organizzò una resistenza degli ebrei nel ghetto di Varsavia. E le parole dello storico Raul Hilberg (Vienna, 2 giugno 1926 – Williston, 4 agosto 2007), uno dei più eminenti studiosi della Shoah.

9. Rudolf Vrba

Storia diversa per Rudolf Vrba (Topoľčany, 11 settembre 1924 – Vancouver, 27 marzo 2006), noto per essere fuggito dal campo di concentramento di Auschwitz e per aver fornito informazioni dettagliate sull’Olocausto grazie al saggio redatto da lui stesso e da Alfred Wetzler, anch’egli evaso, “Oswiecim, hrobka styroch miliónov l’udí” (“I protocolli di Auschwitz” noto anche come “Rapporto Vrba-Wetzler”) in cui per la prima volta vennero descritte le atrocità compiute ad Auschwitz, inclusa la catalogazione dei prigionieri con i famigerati “triangoli” e il numero identificativo inciso sulla pelle.

I ricordi raccontano anche di due suicidi di leader ebrei: Adam Czerniaków, Presidente del Consiglio ebraico di Varsavia, e Freddy Hirsch, carismatico capo del campo famiglie ceche ad Auschwitz. Il primo non resse i rastrellamenti, il secondo sperava di salvare almeno i bambini.

Fino ad arrivare alla testimonianza forse più nota quella di Abraham Bomba, il barbiere di Treblinka costretto a tagliare i capelli a uomini e donne all’interno della camera a gas. Prima della testimonianza raccolta da Lanzmann, nemmeno gli storici sapevano di questo macabro passaggio che illudeva gli ebrei prima dello sterminio. Una testimonianza sofferta. Bomba non riusciva ad andare avanti, si mise a piangere. Con dolcezza Lanzmann lo esortò ad andare avanti. Per testimoniare “l’indicibile”, per “dissacrare la parola e risacralizzarla a un altro livello, un livello di verità”.

10. Abraham Bomba

Racconti che ripercorrono l’orrore senza mostrarlo. E poi ci sono i luoghi. I nazisti cercarono di cancellare ogni traccia, ma Claude Lanzmann seppe ritrovare le orribili realtà. Le foreste giovani che nascondevano i campi, i prati verdeggianti in cui venivano “scaricati” i cadaveri, il fiume che “accoglieva” le ceneri. Vicino a quei luoghi: le fattorie, le chiese, i borghi che avevano visto e udito ciò che succedeva nei campi di sterminio. E poi le stazioni di Auschwitz, Treblinka, Sobibor. E ancora un dettaglio su un mucchio di valigie dei deportati. Come affermò lo stesso Claude Lanzmann: “un film sulla radicalità della morte più che sui sopravvissuti”.

La lavorazione del film occupò il regista a tempo pieno per undici anni dal 1974 al 1985, cinque anni solo per il montaggio delle oltre trecentocinquanta ore di riprese. Il film venne definitivamente intitolato Shoah, la cui versione integrale uscì a Parigi nell’aprile del 1985.

11. Shoah (1985)

Un’opera definitiva e monumentale sull’Olocausto, senza commenti da parte del regista e senza l’uso di filmati di repertorio. Un capolavoro sia dal punto di vista cinematografico, sia dal punto di vista storico. Lanzmann analizzò l’evento storico nei minimi dettagli. Grazie alle testimonianze raccolte conosciamo così il funzionamento all’interno dei campi, il ruolo degli “ebrei utili”, i “Sonderkommando”, e sfatiamo il luogo comune secondo cui gli ebrei si fecero condurre alla morte senza presentimenti e senza opporre resistenza. Come scrisse la compagna Simone de Beauvoir quelle voci “per la maggior parte del film dicono tutte la stessa cosa: l’arrivo dei treni, l’apertura dei vagoni dai quali cadono i cadaveri, la sete, l’ignoranza mescolata alla paura, il denudamento, la ‘disinfezione’, l’apertura delle camera a gas. Ma, neppure per un istante, abbiamo un’impressione di ripetizione”.

Da ricordare, inoltre, il finale con il racconto del sopravvissuto Simah Rotem (Varsavia, 24 febbraio 1924 – Gerusalemme, 22 dicembre 2018) che cammina nel ghetto di Varsavia ormai completamente spopolato, in un silenzio agghiacciante e surreale. L’uomo sereno afferma: “Sono l’ultimo degli ebrei e aspetto i tedeschi”. Drammaticamente attuale.

Un ultimo riferimento va fatto alle lingue di Shoah. Nel film si parla polacco, ebraico, yiddish, francese, italiano, tedesco, inglese. Lanzmann, coadiuvato dalle traduttrici Barbara Janicka, Francine Kaufmann e dalla signora Apfelbaum, volle rispettare la diversità di lingue e consigliò sempre di vedere la sua opera con i sottotitoli, senza ricorrere al doppiaggio.

12. Simah Rotem

In Italia Shoah venne per la prima volta mandato in onda nell’estate del 1987 sulla Rai, ma solo in una versione antologica di tre ore curata dal regista per il Ministero dell’Educazione nazionale francese. Nel 2005 la versione integrale fu, invece, trasmessa dall’emittente Planet in occasione della Giornata della Memoria. Il capolavoro di Lanzmann è stato, infine, riproposto da Einaudi in quattro DVD nel 2007, con importante libro di accompagnamento e un commento video di Moni Ovadia che afferma: “Dopo aver visto Shoah di Claude Lanzmann io non sono stato più l’uomo di prima, mai più”.

Lanzmann realizzò in seguito altri film, Tsahal (1994) sull’esercito israeliano, Lights and Shadows (2008) un’intervista a Ehud Barak in occasione del sessantesimo anniversario della nascita di Israele, Napalm (2017) su un viaggio del regista in Corea del Nord nel 1958 e sul suo ritorno nel 2015, e tornò più volte sull’enorme quantità di materiale filmato per Shoah, utilizzando interviste che per ragioni di tempo e scelte montaggio, non furono inserite del “film fiume”. Testimonianze che secondo l’autore meritavamo, inoltre, film a parte.

13. Un uomo che passa (1997)

Nel 1997 uscì Un vivant qui passe (Un uomo che passa), una lunga intervista realizzata nel 1979 a Maurice Rossel (1916/1917 – dopo il 1997), medico delegato del comitato internazionale della Croce Rossa in Germania, che nel 1944 fu inviato nel campo di Theresienstadt, nei pressi di Praga, per controllare le condizioni del “campo modello” dei nazisti. Nella realtà Theresienstadt era un campo di concentramento come gli altri, ma i nazisti lo “sistemarono” prima dell’ispezione cosicché la Croce Rossa Internazionale e Rossel furono ingannati.

Nel 2001, invece, Lanzmann montò l’intervista fatta a Yehuda Lerner (Varsavia, 22 luglio 1926) nel film Sobibor, 14 octobre 1943, 16 heures (Sobibor – 14 ottobre 1943, ore 16.00) che ripercorre la ribellione, partita nella data che da il titolo alla pellicola, nel campo di Sobibor ad opera di un gruppo di ebrei guidati, tra gli altri, dallo stesso Lerner. L’opera di Lanzmann ripercorre le origini, lo sviluppo e l’epilogo di questo episodio poco conosciuto della resistenza nei campi di sterminio. Il tema, seppur romanzato, venne affrontato anche nei film Escape from Sobibor (Fuga da Sobibor, 1987) adattamento per la TV diretto da Jack Gold con Alan Arkin e Rutger Hauer e Sobibor (2018) di Konstantin Chabenskij con Christopher Lambert.

14. Sobibor – 14 ottobre 1943, ore 16.00 (2001)

Claude Lanzmann tornò anche sull’intervista a Jan Karski realizzata nell’ottobre del 1978. In due giorni il regista registrò oltre otto ore di intervista, ma solo quaranta minuti vennero montati nella versione definitiva di Shoah. Il film Le rapport Karski (Il rapporto Karski, 2010) riprende quell’incontro per dare il giusto merito ad una figura centrale della resistenza polacca nel ghetto di Varsavia, nonché all’uomo che raccontò per primo al mondo il dramma dell’Olocausto.

Ben più controversa la figura del rabbino Benjamin Murmelstein (Leopoli, 9 giugno 1905 – Roma, 27 ottobre 1989) che il regista intervistò a Roma nel 1975. Murmelstein, l’unico dei decani europei ad essere sopravvissuto alle persecuzioni naziste, fu rabbino a Vienna e poi capo dello Judenrat (il consiglio ebraico) del campo di concentramento di Theresienstadt. Nel film Le Dernier des Injustes (L’ultimo degli ingiusti, 2013) Lanzmann e Murmelstein, unici protagonisti dell’opera, tornano sulla strategia del rabbino che, nel campo dove morirono di stenti 33 mila ebrei e altri 80 mila furono deportati, “trattava” col nemico nella speranza di ritardare l’azione dei nazisti. Murmelstein comparve anche nel film farsa Der Führer Schenkt den Juden eine Stadt (Il Führer dona una città agli ebrei) diretto da Kurt Gerron, anch’egli rinchiuso a Theresienstadt. Il rabbino si scontrò con Adolf Eichmann e riuscì a far fuggire 121000 ebrei, ma nel dopoguerra fu processato in Cecoslovacchia per collaborazionismo. Venne scagionato da ogni accusa. Si trasferì a Roma dove fu respinto dalla comunità ebraica. Il film di Lanzmann provò quindi a riabilitare la figura di Murmelstein, uomo colto e intelligente, che visse nella capitale isolato e in povertà. Alla sua morte il rabbino capo Elio Toaff ne rifiutò la sepoltura nel campo ebraico del cimitero Flaminio (o Prima porta) a Roma accanto alla moglie, relegandolo ai margini dello stesso.

15. L’ultimo degli ingiusti (2013)

L’ultimo lavoro di Claude Lanzmann fu Les quatre soeurs (Le quattro sorelle, 2018), una serie TV per il canale Arte. Quattro puntate realizzata con quattro interviste ad altrettante donne sopravvissute gli esperimenti del dottor Josef Mengele: Ruth Elias, Paula Biren (già comparse brevemente in Shoah), Ada Lichtman e Hanna Marton.

Claude Lanzmann morì il 5 luglio del 2018 a Parigi, il giorno dopo la proiezione di Les quatre soeurs al cinema. Quasi in silenzio. Venne insignito della medaglia alla Resistenza, fu nominato Commendatore della Legion d’onore, Commendatore dell’Ordine nazionale del merito. Gli venne conferita la laurea honoris causa all’Università ebraica di Gerusalemme, all’Università di Amsterdam, all’Adelphi University e alla Europena Graduate School. Ottenne premi e riconoscimenti per i suoi film, soprattutto per Shoah, e l’Orso d’oro alla carriera nel 2013. Ebbe molti amori, diverse accuse di molestie (pare avesse baciato un’addetta alla sicurezza a Tel Aviv, e per questo il movimento MeeTo si scagliò contro di lui), tre mogli, Judith Magre, Angelika Schrobsdorff e Dominique Petithory, e due figli Angélique Lanzmann, nata nel 1950, e Félix Lanzmann, figlio di Dominique Petithory, nato nel 1993 e ucciso da un tumore nel 2017. Oggi il regista riposta proprio nella tomba dell’amato figlio nel cimitero parigino di Montparnasse.

16. Claude Lanzmann, il testimone dei testimoni

Quella di Lanzmann fu una vita dedicata all’Olocausto. Nella sua volontà di raccontare l’indicibile e la radicalità della morte, teorizzò che “in un certo senso nessuno è stato ad Auschwitz. Perché chi c’è stato ed è morto subito, non c’è stato, non ha conosciuto Auschwitz, non ha saputo cos’era, in qualche modo. Non ha capito la ragione della propria morte. Chi arrivava ad Auschwitz e, nel giro di poche ore veniva gasato e ridotto in cenere, moriva senza aver minimamente compreso la propria morte […] quanto a chi c’è stato ed è tornato, se è sopravvissuto è stato appunto perché ha percorso delle tappe diverse. Indipendentemente dal dolore che ha conosciuto e dai rischi che ha corso, è stata un’altra cosa: non è finito nelle camere a gas”.

Un lavoro unico e prezioso, non solo per la storia del cinema. Shoah, e i film nati da quell’immenso materiale, rappresentano un patrimonio unico e non più ripetibile. Un’orrore da tramandare alle future generazioni, affinché non si ripeta più. Per non dimenticare.

MARCO RAVERA

redazionale


Bibliografia
“Shoah” di Claude Lanzmann – Einaudi
“Storia del cinema” di Gianni Rondolino – UTET
“Il Mereghetti. Dizionario dei film 2019” di Paolo Mereghetti – Baldini & Castoldi

categorie
Corso Cinema



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