Le destre nell’autunno della democrazia italiana

La combinazione casuale non esiste. O, per meglio dire, il Fato come inconsiderabile mitica divinità antica non è certamente il dispensatore delle congiunture politiche, economiche e sociali che permettono...
Il tridente di destra: Salvini, Meloni, Berlusconi

La combinazione casuale non esiste. O, per meglio dire, il Fato come inconsiderabile mitica divinità antica non è certamente il dispensatore delle congiunture politiche, economiche e sociali che permettono lo strutturarsi determinati eventi che, senza una prevedibilità nemmeno lontanamente scientifica, sfociano spesso in grandi rivoluzioni progressiste o in catastrofi disumane di proporzioni globali.

Considerazioni queste che riguardano, molto velatamente ancora e per fortuna, il quadro complicatissimo della politica italiana legata ad una coda pandemica non irrilevante, con tutto il suo portato di disavventure sanitarie, di disorganizzazione delle strutture ospedaliere, di decomposizione pubblica di quello che un tempo fu il Servizio Sanitario Nazionale (si rimpiangono a proposito le vecchie USL e quasi anche la SAUB), unitamente alla sciagura bellica, all’invasione russa dell’Ucraina e alla guerra parallela della NATO contro Mosca.

Il tutto condito da un revanchismo sovranista che oltrepassa i confini nazionali, che propone comunque sempre il progetto di Steve Bannon: puntare sulla destabilizzazione del Vecchio continente per dare un colpo quasi mortale al mondialismo, all’ordine globale stabilito dai grandi apparati di gestione del capitalismo e della finanza planetaria. Non si tratta di un attacco al sistema, ma ad una certa interpretazione dello stesso: quella liberaldemocratica che, tuttavia, lasciando per strada i vecchi princìpi di un tempo, accoglie a braccia aperte la spietatezza liberista.

E’ grazie a queste combinazioni, tutt’altro che ascrivibili alla volontà del Fato, che si sta per creare una sorta di “tempesta perfetta” della destra sovranista che punta ad un rafforzamento nazionalistico, identitario e conservatore dello Stato nazionale (non della Repubblica, laicamente intesa in questo senso) sposando, simultaneamente, la teoria liberista dell’allontanamento del “pubblico” dalla riorganizzazione sociale.

Si tratta di dare gambe ad un programma politico determinato a migliorare le condizioni dei ceti meno abbienti, più deboli e indifesi sul terreno dei diritti del lavoro, della salute, del sistema previdenziale e di ogni alto comparto, come la scuola, dove si forma il cittadino in quanto tale.

Ancora una volta rischia di prevalere la perfida accoppiata tra il falso pragmatismo di un capitalismo forsennatamente divoratore delle piccolissime ricchezze di grandi masse e l’ideologia perversa di chi pensa che le differenze siano stigmi e non un patrimonio da tutelare.

Il sincretismo che ne viene fuori è una amalgama di preconcetti tanto economici, che escludono il fare parti differenti tra diverse condizioni sociali, e presupposti quasi ideologici che fissano nella potenza dello Stato come regolatore dei privilegi il solo compito possibile per poter mantenere poi un potere che altrimenti sfuggirebbe se i sovranisti si mettessero contro i grandi regolatori dei flussi finanziari che stanno alla base del PNRR, che fanno quindi completo riferimento alla prima tanto odiata, ed ora tanto coccolata, Unione Europea.

Ma le contraddizioni dei fautori di un neonazi-onalismo di nuova generazione, che nasce dalle pseudo-ceneri di un neofascismo mai del tutto rinnegato (così come mai dai leader sovranisti è stata fatta aperta professione di antifascismo), passano in secondo piano dal momento in cui la debolezza del cosiddetto “fronte avversario” consente a Fratelli d’Italia e Lega di essere considerati alla stregua di forze politiche capaci di rappresentare e dirigere il governo del Paese.

Non si tratta di delegittimare i propri competitor, ma di metterne a nudo tutte le evidenti pretestuosità nelle proposte programmatiche che, solo per il fatto di essere il cemento su cui si fonda la nuova ed eterna alleanza tripartita che, nella stagione del “governo di unità nazionale“, è stata profondamente divisa tra maggioranza e opposizione.

La capacità stabilizzatrice del centrodestra, quella in sostanza di ricompattarsi abilmente ad ogni tornata elettorale, soprattutto nazionale, poggia sull’opportunismo più becero e consumato. Lo stesso che ha fatto galleggiare giunte regionali e istituzioni ancora più locali per evitare di perdere proprio il potere. La dedizione del cosiddetto “centrosinistra“, invece, va ad un’altra teorizzazione: quella dell'”agenda Draghi“, di cui nemmeno Draghi era dapprima a conoscenza, e che è, apertis verbis, diventata la ragione costituente di una alleanza improvvisata dopo la fine del “campo largo” rovinosamente auspicato da Enrico Letta.

Mentre le destre si sono mosse internazionalmente (e continentalmente) per stabilire delle connessioni con le peggiori forze che si richiamano ai disvalori di dittature del passato che non passa, autocrazie più recenti e oligarchie onnipresenti, il PD e i suoi alleati, orfani dell’associazione col progetto neocentrista di Calenda e Renzi, hanno solo teorizzato una nuova gestione italiana della fase liberista, lasciando intendere a Confindustria e alle grandi centrali del capitale e della finanza che, dopo la fine dell’esecutivo guidato da Mario Draghi, l’asse riformista-liberista che intendeva portarne avanti il metodo e la sostanza si è dissolto senza la possibilità di un ricongiungimento post-elettorale.

Tutto può, soprattutto in politica, sempre assolutamente accadere. Ma, almeno apparentemente, la determinazione di Calenda è quella di chi intende, iniziando da questo primo giro di giostra elettorale, iniziare a surclassare il ruolo interclassista e un po’ democristiano di un PD che non è mai riuscito fino in fondo ad essere né riformista di sinistra né liberale di centro. L’anomalo bicefalo del nuovo secolo della politica italiana è ribollito nella sua stessa ambiguità, nel suo proporsi come asse di equilibrio tra capitale e lavoro, tra sindacato e padronato, tra social-popolarismo (erede della fusione a freddo tra DS e PPI) e nuove tendenze mercatiste.

Ecco perché la destra prevale e supera le proprie lapalissiane contraddizioni: perché il presunto suo avversario è molto più intriso di servilismo verso il piano liberista del becerume sovranista e nazionalista. L’alimentazione delle illusioni di un vero cambiamento sociale la destra le ha vendute smargiassamente, con una ripetuta faciloneria, con una sfacciataggine insulsa che dovrebbe mettere al riparo da una coazione a ripetere gli stessi errori del passato come elettorato attivo.

Eppure non è così. Perché sul fronte (presuntivamente) opposto, non è mai nato un vero riformismo di centrosinistra, ma solo una condiscedenza della ex-sinistra socialdemocratica dei DS verso una nuova ipotesi centrista; mentre si è fatto di tutto per marginalizzare la sinistra di alternativa, per impedirle di avere un posto accanto ad un progressismo moderato. Come accaduto in Francia, dove persino i socialisti si sono aggregati alla NUPES di Mélenchon per fronteggiare tanto il macronismo quanto il lepenismo.

In Italia mancano una destra moderata di governo, veramente liberale, ed una sinistra moderata ed una di alternativa capaci di determinare non tanto quella maledizione dell’alternanza, santificata come genitrice di un governismo stabile e duraturo, quanto una riaffermazione di un processo dialettico sia parlamentare sia sociale in termini di cultura politica, di civismo e, quindi, di partecipazione allargata alla gestione delle tante istituzioni che promanano dalla e nella Repubblica.

La tempesta perfetta delle destre è, dunque, possibile in assenza di un controcanto politico, sociale ed istituzionale che, sostenuto da forze riformiste, progressiste e radicalmente alternative (come la stessa Unione Popolare) affronti di petto la questione della presa in carico da parte del nazionalismo conservatore dei bisogni essenziali del mondo del lavoro, del disagio diffuso, della povertà crescente, mettendo un freno alle prepotenze del mercato, alle imposizioni dell’Unione Europea (di concerto con la Federal Reserve, il FMI e la Banca Mondiale), alla politica imperialista della NATO che viene, disinvoltamente, sposata da chi oggi si appresta a governare l’Italia, appena dopo il 25 settembre.

Anche da qui occorrerebbe smascherare l’imbroglio: partendo da una Europa delle patrie, teorizzata da Bannon, da Meloni, da Orbàn e dai leader di Vox in Spagna, che cozza inevitabilmente col progetto federativo di Bruxelles, Francoforte e Strasburgo, con l’asse (tanto per fare un esempio) Macron – Scholz. I sovranisti sono all’apice del loro successo in Italia. Questo li metterà nella condizione, probabile, di governare ma anche di schivare tutte quelle trappole che saranno fatte giocare da un mondo economico, padronale e finanziario che li vorrà condizionare alla massima potenza.

Sarà tragicamente interessante assistere a questo duello, in cui il compromesso prevarrà nel nome della vicendevole compromissione dei diritti dei più deboli, spacciando per grandi riforme sociali nuovi prelievi fiscali dalle tasche dei lavoratori e dei pensionati, magari non proprio con quell’obbrobrio fiscale che sarebbe la “flat tax“… Forse con una maggiore tutela dei privilegi di quel 4% di popolazione che detiene il 60% della ricchezza nazionale e il 40% della proprietà complessiva privata in Italia.

Unione Popolare può iniziare a strutturarsi oggi, con questa difficile prova elettorale. Guai a pensarsi solo in funzione di un reingresso in Parlamento. Deve essere un obiettivo, ma non può fondarsi ancora una volta tutta la speranza di rinascita della sinistra nel solo momento del voto. Dobbiamo essere pienamente consapevoli della nostra marginalità, ma anche delle potenzialità che vi sono nelle tante contraddizioni che i diversi poli in campo cercano di appannare alla vista degli elettori, sostituendole con promesse e prebende che avranno breve vita.

Tutte le leadership che si sono susseguita da un quindicennio a questa parte, hanno fatto la fine delle meteore: un passaggio intenso, qualche importante danno alle fondamenta democratiche e costituzionali, e poi la repentina sostituzione dopo la crisi verticale di consensi seguita alle disillusioni cicliche di una popolazione e di un elettorato sempre meno attenti alla gestione pubblica (da parte del privato…).

Questa abitudine malsana all’imperizia politica come una costante, una sorta di tradizione ormai consolidata del panorama istituzionale della nostra Repubblica, va scardinata, superata, per ridare dignità, e quindi vera sostanza, ad una inscindibile connessione tra promessa di cambiamento e realizzazione anche parziale dello stesso. Perché la macchina burocratica dello Stato ha tempi molto più lunghi della facilità con cui si promettono milioni di posti di lavoro o si annuncia da un balcone di aver sconfitto la povertà.

Per cambiare il corso della politica italiana bisogna intervenire nei rapporti di forza sociali, bisogna ricostruire la coscienza della classe dei lavoratori e delle lavoratrici e di tutti coloro che si trovano nella condizione del salariato precarissimo, instabile e senza una minima prospettiva di futuro.

Unione Popolare deve darsi come obiettivo politico-comportamentale quello di non cambiare sé stessa in funzione dell’andamento modaiolo di una politica opportunista. Rimaniamo ciò che siamo, anche dopo il voto, e avremo vinto una prima scommessa: percepirci come il punto di ripartenza per la rifondazione della sinistra di alternativa in una Italia dove il conservatorismo originario ha il volto di Giorgia Meloni e dove il liberismo può continuare a scegliere tra tante innumerevoli imitazioni dell’originale berlusconiano, e poi di quello montiano e, infine, draghiano.

MARCO SFERINI

2 settembre 2022

foto: screenshot

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