Non si tratta soltanto di mantenere viva la memoria, di non smettere neppure per un istante di interrogare il passato e le cupe ombre che talvolta sembra proiettare sul presente. Al contrario, quelle vicende vanno analizzate, indagate senza sosta, messe al confronto le une con le altre, i protagonisti di una stagione con quelli della fase successiva, finché gli intrecci, le complicità, le ramificazioni risultino evidenti e offrano una interpretazione ulteriore, utile e necessaria su quanto accade ora intorno a noi.

Questi i presupposti da cui muove Il ritorno del Reich. Sulle tracce di un nuovo piano Odessa, la rinascita della rete nera di Antonella Barranca e Andrea Palladino, in libreria da oggi per Round Robin Editrice, pp. 264, euro 16). Frutto di un intenso lavoro di documentazione sulle fonti storiche come sulle «carte» giudiziarie e che integra molte delle inchieste giornalistiche sul tema pubblicate anche nel resto d’Europa, il volume intende esplicitamente ripercorrere quel «filo nero» che dagli sconfitti della Seconda guerra mondiale conduce, a detta degli autori, all’affermazione delle nuove destre a livello internazionale, dall’Europa agli Stati uniti fino alla Russia di Putin.

Il punto di partenza, spiega fin dalla prefazione Matteo Albanese, politologo dell’Università di Padova, è proprio la sconfitta, militare e ideologica, del 1945 e «la riorganizzazione transnazionale», tentata e spesso riuscita con grande successo «di un pensiero, di un’ideologia, quella nazifascista, che, come ogni cultura politica, è qualcosa di vivo, cammina sulle gambe degli uomini».

Come un rivolo che si disperde per poi riaggregarsi più forte e più tenace di prima, i protagonisti della sanguinosa débâcle dei fascismi, criminali di guerra, ex gerarchi, collaborazionisti di ogni sorta, si trasformano così nella prima generazione di una destra che si vuole nuovamente protagonista della scena pubblica, creano «le condizioni perché l’“idea” non muoia con loro».

Il primo scenario si snoda all’interno della stagione della Guerra fredda che vede tale «personale politico» integrare gli apparati di sicurezza dei Paesi occidentali «in lotta contro il comunismo». Il repertorio è ampio, e in parte noto: le prime figure vengono dalla battaglia che si è appena conclusa – gli Hass, i Barbie, gli ex SS finiti a libro paga dell’intelligence, seguono i nomi legati alla stagione della Strategia della tensione, quale che siano stati gli esiti dei processi che li hanno riguardati, Clemente Graziani, Stefano Delle Chiaie, Elio Massagrande e molti altri.

Nel frattempo, mentre già la rivincita per via militare ha lasciato la propria traccia di morte in tutta Europa, emerge una nuova sfida «in nome di una rivoluzione conservatrice antiglobalista e, per molti aspetti, antimoderna» che punta all’egemonia culturale come a spostare su posizioni radicali la destra moderata: gli strumenti di base li offrono i testi di Ernst Jünger e Julius Evola, ma rapidamente si aggiunge il laboratorio della Nouvelle Droite parigina e, su tutti, la figura di un «intellettuale organico» degno di altre stagioni, Alain de Benoist.

Sono i primi segnali di un nuovo protagonismo che nel corso degli ultimi due decenni si è trasformato anche in consenso elettorale – in particolare, nel nostro Paese, prima la Lega e ora Fratelli d’Italia -, come nel definirsi di nuove potenzialità geopolitiche, l’America trumpiana o la Russia dove le idee di Aleksandr Dugin, ispirate sia a Evola che a de Benoist, sembrano tracciare le coordinate delle scelte del Cremlino. A settant’anni dalla sconfitta del fascismo, sottolineano Barranca e Palladino, in nome di «una visione “naturale” della politica» che evoca spettri identitari e incubi razziali il passato sembra tornare di drammatica attualità.

GUIDO CALDIRON

da il manifesto.it

foto tratta da Wikipedia