La lunga strada di una nuova liberazione

Non si può nemmeno dire, scrivere che 130 morti annegati nel mar Mediterraneo sono un evento, qualcosa che non accade mai, che dunque fa notizia per la prima volta,...
Il gommone con a bordo i 130 migranti morti nel Mediterraneo

Non si può nemmeno dire, scrivere che 130 morti annegati nel mar Mediterraneo sono un evento, qualcosa che non accade mai, che dunque fa notizia per la prima volta, perché le stragi di migranti, che galleggiano con i loro poveri indumenti addosso e un salvagente che non li ha salvati affatto, sono sistemiche, all’ordine del giorno, tanto quanto i femminicidi, l’omofobia, l’odio razziale, lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e quello dell’uomo sul resto del pianeta.

Tutte queste enormi ingiustizie possono essere maledette, ricordate con un minuto di silenzio, gestite dalle fini parole di circostanza delle burocratiche cancellerie nazionali e continentali, ma non verranno mai alleggerite del peso che ci gettano sulla coscienza e sull’inattivismo cui ci siamo spontaneamente dati per disumana tendenza all’assuefazione: dai comizi elettorali dei sovranisti, che minimizzano, fanno finta di interessarsi al problema (da “umani“) e che fanno l’esatto opposto nel mettere in pratica, con proposte di legge e comportamenti di governo, i loro più squallidi e feroci istinti xenofobi, razzisti e securitari.

Mentre 130 corpi galleggiano nelle acque del Mediterrano, dopo aver chiesto soccorso per più di un giorno intero alle guardie costiere di Libia, Malta e Italia senza ricevere risposta se non l’indifferenza più totale per rimpalli burocratici, per patetiche scuse («Il mare è troppo agitato» per una nave libica… figuriamoci per un gommone!), l’Europa si volta ennesimamente dall’altra parte, gira le spalle, fa finta di guardare alla pandemia come se fosse una tragedia scoppiata appena ieri e lamenta la mancanza di poteri, di deleghe da parte degli Stati membri.

Fosse una questione che si può risolvere con una semplice carta intestata di un governo all’Unione Europea, allora potremmo ritenere inutile il pattugliamento del mare da parte di quelle Ong che sono le uniche a rispondere agli SOS dei migranti e che li cercano disperatamente: a volte arrivano prima che vengano travolti dalle onde, altre volte purtroppo il tempo non basta, le distanze sono allungate dalle condizioni meteo, da bisticci con i confini delle SAR (le aree di responsabilità affidate ai singoli Stati), tra le sovrapposizioni delle stesse e, peggio ancora, dalle menzogne, dai falsi annunci di corsa dalle coste libiche verso il centro delle tragedie in mare.

I migranti fuggono, come fuggirebbe chiunque di noi, dagli inferni dei lager che si affacciano sul Mediterraneo. Fuggono dagli scontri jihadisti e dalla schiavitù di un mercato globale che riduce a minatori, a soldati i bambini, le donne alla totale subordinazione al patriarcalismo, i più grandi alla scelta di tentare la traversata e l’approdo alle coste europee o il continuare a sopravvivere nell’indigenza più completa.

Fuggono pensando, sperando di farcela ovviamente: perché mai dovrebbe toccare proprio a me di incappare in una tempesta, di vedere rompersi il legno del gommone che resta a galla con intorno tutti i cadaveri ricolmi di acqua nei polmi, gonfi come i giubbotti fosforescenti che non salvano dal freddo, che sono solo il riflesso per gli aerei che dall’alto vedono quell’orrore ma non fanno niente.

Al confine tra Italia e Slovenia e tra questa e la Croazia, anche se nessuno ne parla più, i campi che ricordano Auschwitz sono ancora lì. La “rotta balcanica” è ferma (almeno all’apparenza): chi riesce a passare la frontiera e a entrare nel nostro Paese, racconta ciò qualche giornalista coraggioso ha documentato: fili spinati, repressione poliziesca, abusi e torture. Oltre, naturalmente, al gelo, alla mancanza di acqua e cibo.

Domani è il 25 aprile: 76 anni dalla Liberazione dell’Italia dal nazifascismo. Possiamo anche festeggiarlo, dobbiamo festeggiarlo. Ma non possiamo slegarlo dalle tante liberazioni che mancano all’appello, dai tanti popoli che vivono in condizioni di segregazione materiale, di schiavitù economica e di sudditanza in-civile e im-morale: dai curdi ai palestinesi che uno Stato ancora non lo hanno; dai migranti messicani e sudamericani che tentano di scavalcare il muro di Trump a quelli africani che provano a sopravvivere prima alle torture libiche, poi alla furia del mare e infine ai trattamenti che gli riserviamo qui con la minaccia esplicita di rimandarli nell’inferno dei lager sulle coste della Cirenaica e della Tripolitania.

Muri, frontiere, odio, xenofobia, razzismo, pregiudizi di ogni tipo sono la progenie di un capitalismo liberista esasperato dalla sovrapopolazione che ne mette in evidenza tutta l’incompatibilità con una giustizia sociale che invece reclama il diritto di essere il nuovo orizzonte del secolo presente. Un secolo dove serve far presto nel rimettere al centro dell’azione umana il rispetto verso Gaia, verso quel villaggio globale che non è solo fatto di relazioni umane, ma di interazioni tra noi e il resto del pianeta: animali, ambiente. Tutto merita rispetto e merita che la nostra presunta intelligenza sia restituita a sé stessa, adoperata per migliorare le condizioni climatiche, per sostenere la vita di tutte e di tutti.

La Terra è un inferno per troppe centinaia di milioni di esseri umani e per miliardi di animali, nonché per le foreste, i mari, l’aria che respiriamo.

Non possiamo festeggiare il 25 aprile, come data della Liberazione del nostro Paese dalla tirannia mussoliniana e nazista, senza intitolare questo evento ogni anno alla liberazione moderna che dobbiamo avere come scopo politico, sociale, civile e morale: superare questo modello di sviluppo, lottare per l’uguaglianza di tutti gli esseri viventi, per il loro diritto a non essere alla mercé di nessuno. Nessun uomo nei confronti di un altro uomo; nessuna donna nei confronti di un uomo; nessun animale nei confronti di un essere umano; nessun ambiente nei confronti dell’umanità.

La Liberazione ha nuovi orizzonti da raggiungere: per questi obiettivi dobbiamo impegnarci e lavorare ogni giorno, in qualunque momento della nostra giornata, perché ciò che facciamo non è astraibile dal contesto complessivo in cui si svolge e tutto è riducibile all’unità. Al vivere insieme in armonia. Questa è la vera liberazione umana, animale e ambientale. Questo è oggi il comunismo.

MARCO SFERINI

24 aprile 2021

foto: screenshot tv

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