Dal 2035 la vendita di auto nuove a benzina o diesel sarà proibita nella Ue: la proposta è stata approvata ieri dal Parlamento europeo, respingendo un emendamento del Ppe che proponeva di lasciare un 10% al mercato delle non elettriche.

Ma poche ore prima a Strasburgo c’è stato un vero colpo di scena sul piano Fit for 55, l’ossatura del Green Deal europeo, su 3 capitoli degli 8 al voto in questa plenaria sui 14 totali del «pacchetto clima», che impegna la Ue a diminuire del 55% le emissioni di Co2 entro il 2030, per arrivare alla neutralità Co2 nel 2050: l’Europarlamento ha bocciato – e rimandato in commissione Ambiente (Envi) per un nuovo negoziato – la riforma del mercato delle emissioni di Co2, con la conseguenza della sospensione del voto che doveva approvare la carbon tax alle frontiere esterne – la contropartita per far passare la riforma del permesso a inquinare – e il punto sull’istituzione del Fondo sociale per il clima, che dovrebbe compensare le difficoltà della transizione climatica per i meno abbienti.

La riforma dell’European Trading System, il sistema di scambio delle quote di emissione di Co2, e la progressiva abolizione delle quote gratuite di cui gode la grande industria, è stata respinta con 340 voti contro, 265 a favore e 34 astensioni. Sono i gruppi di sinistra S&D, Verdi e Left che hanno permesso il blocco di questa parte del Green Deal (con divisioni tra socialisti, per ragioni nazionali, italiani, spagnoli e rumeni in testa): la ragione avanzata è che i compromessi concessi dalla commissione Ambiente alle esigenze dell’industria e delle lobbies hanno «snaturato» il «pacchetto clima».

Ieri pomeriggio, in seguito a un emendamento della destra, la sinistra ha chiesto una sospensione di seduta di 3 minuti ed è tornata in aula con la scelta choc di bocciare il testo.

Grossa tensione a Strasburgo e accuse reciproche tra sinistra, Renew e Ppe, relatore di questa parte del testo, accusati di aver ceduto su calendario e obiettivi. «Una brutta sorpresa» per il presidente della commissione clima Envi, Pascal Canfin (Renew). «Non si può chiedere il voto all’estrema destra per ridurre le ambizioni e poi chiedere il nostro voto per sostenere il tutto», ha commentato la socialista spagnola Iratxe Garcia. «Colpo di fulmine!» per la Verde francese Karima Delli, «la maggioranza deve rivedere il testo a causa di regole non abbastanza ambiziose, il clima non aspetta».

Per il relatore, il tedesco Peter Liese del Ppe, è stato «un giorno terribile, è una vergogna vedere l’estrema destra votare con i socialisti e i verdi». L’ecologista David Cormand riassume così: c’è stato un «ondeggiamento al Parlamento dopo una serie di emendamenti che hanno completamente annullato l’ambizione della fiscalità carbonio, a causa dell’alleanza tra la destra e una parte dei liberali con l’estrema destra».

Manon Aubry, della France Insoumise (gruppo Left) sottolinea il «rovesciamento della situazione, grazie a una coalizione con Verdi e socialisti abbiamo ottenuto il rinvio in commissione del testo per rifiutare questo passo indietro climatico inaccettabile, vergogna ai liberali che si sono alleati all’estrema destra per soddisfare le lobbies». Secondo l’ex candidato di Europa Ecologia alle presidenziali francesi, Yannick Jadot, «il meccanismo di aggiustamento del carbonio alle frontiere è uno strumento efficace per riorientare la politica industriale verso tecnologie verdi e durevoli.

Questo strumento contribuirà a creare un circolo virtuoso che porterà alla reindustrializzazione, ma è essenziale agire il più rapidamente possibile, cioè uscire prima possibile dalle quote gratuite, non possiamo permetterci di aspettare il 2034, ne dipende il rispetto dei nostri impegni climatici».

Per la sinistra e i verdi nella limatura del testo iniziale della Commissione di Bruxelles è stata oltrepassata una «linea rossa» inaccettabile: la commissione ambiente (Envi) si era accordata per una diminuzione del mercato delle quote di emissione di Co2 del 67% entro il 2030, migliorando la proposta della Commissione su un calo del 61%, sempre rispetto al 2005.

Ma il testo messo al voto fissava la diminuzione al 63%. C’è anche una questione di calendario: per eliminare le quote gratuite concesse alla grande industria, è stata proposta la data del 2034, in nome della «competitività», mentre la Commissione aveva stabilito il 2032. Così, anche la carbon tax alle frontiere, contropartita del calo progressivo degli Ets, sarebbe slittata al 2034.

Adesso questa parte del pacchetto clima ritorna in commissione Ambiente del Parlamento europeo, alla ricerca di un nuovo accordo. Potrebbe essere raggiunto già per la prossima plenaria di luglio e messo al voto – sempre che ci sia l’accordo degli stati membri – o più probabilmente il tutto sarà rimandato in autunno. Passata invece la parte sugli Ets nell’aviazione, per quanto riguarda i voli dall’Europa verso paesi terzi.

ANNA MARIA MERLO

da il manifesto.it

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