Decine di migliaia di seguaci del religioso sciita Moqtada al Sadr venerdì della scorsa settimana si sono inginocchiati in preghiera davanti al parlamento a Baghdad. La maggior parte era vestita di nero per il mese di Muharram e per commemorare il martirio di Hussein, il nipote di Maometto.

Altri indossavano mantelli bianchi che simboleggiano i sudari funerari e il desiderio del sacrificio. A ben guardare, la religione c’entrava poco. Con quel raduno di massa, i sadristi hanno detto di essere pronti a tutto pur di difendere le ragioni del loro leader, diventato nazionalista e fautore del superamento, entro certi limiti, del sistema politico settario, al punto da entrare in aperto conflitto con le formazioni rivali sciite filo-Iran e altre minoranze. Quello di venerdì è stato un altro «atto di fede» dopo i due assalti al parlamento dei giorni precedenti.

Al Sadr che dieci mesi fa ha vinto le elezioni ma non è riuscito a formare un governo, ha chiesto alla magistratura di sciogliere l’Assemblea per tornare quanto prima alle urne. Altrimenti, ha ammonito, «i rivoluzionari prenderanno un’altra posizione». I giudici hanno detto di non avere questo potere.

Il premier uscente, Mustafa al Kadhimi, intanto propone a tutte le forze politiche l’avvio di un concreto dialogo nazionale. È una crisi politica devastante e pericolosa che si sviluppa mentre il paese ha bisogno di impiegare le entrate generate dall’esportazione del petrolio per costruire infrastrutture civili, a partire dalle centrali elettriche, garantire servizi pubblici, creare posti di lavoro e lottare contro la corruzione e la povertà in cui vive gran parte della popolazione.

L’Iraq è chiamato anche a contenere le conseguenze del cambiamento climatico che rischiano di trasformare in un deserto totale una terra da sempre conosciuta come la Mezzaluna fertile. Gli iracheni quest’anno affrontano una stagione di caldo torrido senza precedenti – già in tempi «normali» d’estate si raggiungono anche i 45 gradi – e continue tempeste di sabbia e polvere.

La sfida è immensa. Nel 2019, le Nazioni unite hanno classificato l’Iraq come il quinto paese più vulnerabile al mondo ai cambiamenti climatici e alla desertificazione. Commentando l’aumento del numero e le proporzioni delle tempeste di sabbia, il direttore generale del ministero dell’ambiente Issa Al-Fayyad ha previsto che ci saranno una media di 300 giorni polverosi l’anno entro il 2050.

«Il cambiamento climatico sta avendo impatto pesante sull’Iraq», ha detto in una recente intervista Hazbar Osama, uno dei responsabili dell’Organizzazione meteorologica irachena insistendo sulla necessità di attuare l’Accordo di Parigi e collaborare con gli Stati confinanti per la gestione dell’acqua dei fiumi Tigri ed Eufrate.

La desertificazione è esacerbata non solo dall’aumento delle temperature ma anche dalla scomparsa delle aree verdi, dalla diminuzione delle precipitazioni in Iraq e nei paesi vicini e dalla riduzione delle riserve idriche sotterranee. Il terreno si sta allentando ed è più a rischio di disperdersi nell’aria durante le tempeste di polvere, dannose anche per la salute. Nei primi sei mesi del 2022 migliaia di iracheni sono stati ricoverati in ospedale per malattie respiratorie. E andrà peggio. L’altro allarme riguarda l’acqua. In un rapporto pubblicato lo scorso novembre, la Banca mondiale ha previsto che l’Iraq affronterà una grave penuria d’acqua entro il 2030, con meno di mille metri cubi disponibili per persona.

«La riduzione del 20% dell’approvvigionamento idrico provocherà mutamenti nei raccolti e il cambiamento climatico potrebbe ridurre il Pil reale fino al 4% (6,6 miliardi di dollari), rispetto ai livelli del 2016», si legge nel rapporto.

La dote millenaria del paese sono i fiumi Tigri ed Eufrate che forniscono circa il 98% delle acque superficiali. Dote che va spartita con altri paesi. Entrambi hanno origine in Turchia. L’Eufrate attraversa la Siria prima di entrare in Iraq e i principali affluenti del Tigri scorrono dall’Iran. Quindi si uniscono allo Shatt Al Arab prima di sfociare nel Golfo.

I flussi dei due fiumi sono diminuiti negli ultimi decenni, scendendo drasticamente dal picco di quasi 80 miliardi di metri cubi negli anni ’70. Gli ultimi dati del ministero della pianificazione iracheno mostrano che nel 2020 la fornitura d’acqua dal Tigri era di 11 miliardi di metri cubi e quella dei suoi affluenti di 19 miliardi. La fornitura dall’Eufrate è stimata in 20 miliardi di metri cubi.

L’approvvigionamento idrico totale dell’Iraq dai due fiumi, perciò, è stato due anni fa di 50 miliardi di metri cubi, 30 in meno rispetto agli anni ’70. E se le tendenze attuali dovessero continuare, l’Iraq potrebbe dover affrontare un deficit di 11 miliardi di metri cubi di acqua all’anno entro il 2035.

La diminuzione del livello di Tigri ed Eufrate in Iraq è in gran parte dovuta a dighe e progetti di irrigazione in Turchia e, in misura inferiore, in Iran. Ankara ha costruito decine di dighe che hanno ridotto i flussi a valle di entrambi i fiumi, Teheran è intervenuta sugli affluenti del Tigri approfittando della mancanza di accordi vincolanti per la condivisione dell’acqua.

Presto sulle quote d’acqua è previsto un incontro tra Iraq, Siria e Turchia, ha annunciato il ministro iracheno delle risorse idriche Mahdi Rashid Al Hamdani. E l’esperto economico, Mazen Al Mayyali, in un’intervista alla rivista Amwaj, sostiene che l’Iraq potrebbe convincere Turchia e Iran a una maggiore cooperazione usando lo sviluppo del commercio come carta vincente nei negoziati. Non ci sono certezze però.

Mentre lo stallo politico e il rischio di una guerra civile paralizzano l’attività dello Stato, attivisti della società civile irachena e volontari hanno lanciato, anche sui social, una campagna per incoraggiare il rinverdimento delle terre aride in tre distretti a Baghdad e nei governatorati di Karbala e Ninive. Consigliano la coltivazione di alcune specie di piante autoctone capaci di trattenere il suolo e l’acqua e dare ombra. E sollecitano i cittadini iracheni a piantare alberi e prendersi cura di loro.

Ma la portata della sfida è enorme e non può essere vinta senza un piano d’azione delle autorità irachene in cooperazione con gli Stati confinanti. Problemi che dovrebbero spingere al Sadr e i suoi avversari a trovare un terreno comune per il bene dell’Iraq. Invece la crisi politica si aggrava di pari passo con quella ambientale.

MICHELE GIORGIO

da il manifesto.it

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