Ora che il mercato elettorale si è chiuso senza più sorprese, più o meno, su per giù e pressappoco è possibile immaginare come andrà a finire.

Una vittoria consistente della destra, ma insufficiente a smuovere il menhir della Costituzione, a meno che qualcuno non voglia senza troppo clamore dare una mano, magari quelli che già ci avevano provato e che una inspiegabile allucinazione annovera oggi tra gli indiscussi paladini della Carta del ’48. Del resto, di «dare una mano» quando dovessero essere in ballo i superiori interessi del paese il centro-centro si è già detto disponibile.

Per esempio quando si tratterà di difendere rendite e profitti o di tenere a bada l’ingordigia dei salariati, stufi di aspettare lo «sgocciolamento» dall’alto. Oppure di partecipare a imprese belliche e assistere annuendo alla militarizzazione dei rapporti internazionali.

Quanto al centro-sinistra, sulla sua capacità di recuperare credibilità e consenso dopo anni di politiche liberali ben più incisive dei modesti correttivi che le venivano talvolta affiancati ogni dubbio è lecito. Per non parlare del mestiere dell’opposizione, ben difficile da esercitare avendo da tempo reciso ogni relazione con le insorgenze sociali e promosso un personale politico autoreferenziale e geneticamente moderato.

Il partito-movimento, non più quello delle origini, né quello governativo dei Dpcm, tra il non più e il non ancora, sembra destinato a un ruolo testimoniale e, nel migliore dei casi, tribunizio, sia pure non necessariamente insignificante. In un simile, probabile scenario, la destra-destra potrà agevolmente arrecare numerosi danni, anche se non sembra all’orizzonte l’instaurazione di un regime.

Il modello autocratico di Orbán, oggi osannato dalle nostre destre, o quello più articolato del nazionalismo bigotto polacco, difficilmente potrebbe essere riprodotto in una società piuttosto conflittuale e divisa come quella italiana, scettica, diffidente e largamente insoddisfatta. Meno sensibile alla coesione ideologica e dove il revanscismo nazionale supera raramente il livello della chiacchiera, soprattutto quando rischia di toccare il portafoglio.

Il pericolo maggiore, in presenza di una crisi lunga, profonda e potenzialmente devastante sul piano sociale, malgrado i pochi indicatori positivi che la propaganda si sforza di pescare nella più effimera contingenza, è che in Europa i falchi nordici e la retorica della «frugalità» riprendano quota, una volta sospinta la pandemia nell’oblio e nell’ordinaria amministrazione, spianando la strada a una infernale combinazione di nazionalismo e austerità.

Fino a quando l’Unione europea continuerà ad essere percepita più come una fonte di risorse che come una punitiva dispensatrice di regole finanziarie, gli italiani non si lasceranno trascinare in avventure nazionali dall’esito incerto. Ne deriva per Bruxelles una grave responsabilità quanto alla pretesa di essere al tempo stesso garante delle rendite finanziarie e guardiana dei valori democratici. Funzione, quest’ultima, già messa a dura prova dalla guerra in Ucraina, che ha decisamente smussato l’attrito con i governi autoritari dei paesi dell’est aderenti all’Unione.

In un simile contesto di crisi la vocazione dei governi della destra è contenere al massimo la conflittualità sociale, indirizzare l’intervento pubblico verso la «sicurezza» in senso lato, dalla spesa militare agli apparati repressivi interni, sostenere le imprese sul doppio fronte del vantaggio fiscale e del contenimento delle rivendicazioni salariali, facendone il motore di nuova occupazione «frugale» ed obbediente, riconfigurare sul modello aziendale servizi e istituzioni.

Fin qui cose non molto lontane dallo spirito del centro-centro e spesso anticipate dallo stesso centrosinistra. Basti pensare al Job Act o alle devastanti riforme di scuola e università.

Più facile è entrare in rotta di collisione con il ciarpame ideologico «postfascista» e l’attacco ai diritti civili e alle libertà individuali con cui la destra soddisfa sempre più insistentemente il suo fabbisogno identitario, ma a patto di rinunciare a timidezze e mediazioni al ribasso, tanto più quando difetta la forza parlamentare per contrastare la riscossa reazionaria.

Questo è forse l’unico terreno sul quale il centrosinistra potrebbe recuperare qualcosa dell’imponente astensionismo che lo affligge. Ma è più che probabile che il grosso si terrà lontano dalle urne. Non per intrinseco nichilismo o indifferenza, non per consumata sfiducia nei confronti della democrazia, ma perché si è convinto che la politica sia fuggita altrove, lontano dalla geometria elettorale e dalle sue giravolte.

Lasciando ad altri lo sforzo improbo di convincere al voto i renitenti, converrà ricordare sin d’ora che non tutto è destinato a esaurirsi con una affermazione elettorale della destra-destra. Sui due terreni sui quali questa svilupperà la sua offensiva, quello del disciplinamento della forza lavoro e quello della repressione ideologica delle scelte di vita, possono scendere in campo una intransigente resistenza sindacale e un radicale movimento antiautoritario.

Chi non crede più nella capacità dei partiti di difendere ed estendere la democrazia (l’una cosa non si dà senza l’altra) dovrebbe fin da ora attrezzarsi per questo. Cominciando col gettare anche qualche pietra nello stagno della campagna elettorale.

MARCO BASCETTA

da il manifesto.it

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