Il liberismo fa disastri ma la colpa è poi dei giovani

Alcune sere fa in televisione, in uno dei tanti programmi che pretendono essere di approfondimento politico e che, invece, sono più che altro dei teatri della confusione e dell’incomprensibile,...

Alcune sere fa in televisione, in uno dei tanti programmi che pretendono essere di approfondimento politico e che, invece, sono più che altro dei teatri della confusione e dell’incomprensibile, sbraitava uno degli autorevoli ospiti nei confronti di una giovane lavoratrice precaria: «Voi non avete il senso di sacrificio che esisteva una volta».

Come è abbastanza facile intuire, si discuteva del reddito di cittadinanza, del suo superamento da parte delle nuove norme introdotte dal governo Meloni che, a partire dal gennaio del 2024, lo ridimensioneranno e ne faranno un sussidio per le famiglie, letteralmente un “assegno di inclusione” indirizzato soltanto ai nuclei con soggetti disabili, minori o persone che hanno superato i sessant’anni.

L’assegno previsto dal governo nero di Giorgia Meloni potrà raggiungere la cifra mensile di cinquecento euro e avrà una durata di diciotto mesi, al massimo rinnovabili ancora un anno. In caso di rifiuto di una proposta lavorativa della durata di almeno un mese, l’assegno andrà a farsi benedire; e così pure se un’azienda dovesse offrire, in qualunque parte del territorio nazionale, un contratto a tempo indeterminato oltre i dodici mesi.

Visto che il reddito di cittadinanza è arrivato a nemmeno della metà della popolazione “occupabile” e profondamente indigente, è probabile che la nuova misura che andrà a superarlo faccia persino peggio, visto il perimetro ridotto in cui è possibile attivarlo e viste anche le clausole peggiorative che riguardano i migranti: per poterlo ottenere serviranno almeno cinque anni di residenza in Italia o almeno due anni di soggiorno senza soluzione di continuità.

Se si fa una cronistoria di questi tentativi di riconduzione delle soluzioni di evidente crisi sociale da liberismo a misure tampone per il mondo del lavoro e del non-lavoro, la prima cosa che balza agli occhi è la totale assenza di una riprogrammazione normativa, politica e sociale che faccia il paio con la scuola e l’università e, parimenti, con il sistema pensionistico nazionale.

Mentre in televisione si accusano i giovani precari di essere degli scansafatiche, il nostro Paese accumula una serie di ritardi spaventosi in termini di adeguamento dei salari agli standard europei, di riconversione delle attività produttive in attività confacenti con una visione modernamente ecologica della produzione e, quindi, della sostenibilità di una economia che non metta sempre in contrapposizione lavoro ed ambiente.

La giovane additata come una priva del senso di sacrificio aveva la “colpa” di farsi portavoce di coloro che, nel campo della ristorazione, vengono impiegati ben più di otto ore al giorno, fanno – per così dire… – gli “straordinari” al sabato e alla domenica e le loro paghe sono ufficialmente di circa undici euro all’ora, mentre nella realtà il “nero” se non prevale, almeno gareggia con il salario ufficiale e trascina queste cifre al di sotto dei dieci euro orari…

Si chiamerebbe “sfruttamento“, ma oggi è bene farne un arnese vecchio, del passato, per potersi permettere il lusso, dentro e fuori gli ambienti di lavoro, di etichettarlo come “contingenza” della crisi economica, come inevitabile conseguenza di tutta una serie di rincari e di tassazioni eccessive che impediscono al piccolo, medio e grande padrone di potersi così creare una cortina fumogena di alibi dietro cui pararsi e continuare a guadagnare senza ritegno.

Dunque, quando sfacciatamente si chiede più senso del sacrificio ai giovani che rifiutano un lavoro da cameriere al sabato e alla domenica, cioè quando c’è da faticare di più, per più ore e per una paga che non è adeguata, o si è apertamente in mala fede e, quindi, dalla parte di coloro che sfruttano i precari con contratti a chiamata, messi a fare i lavapiatti per sette euro all’ora (gli undici del contratto collettivo nazionale sul turismo e i pubblici esercizi sono molto lontani come meta…), oppure si ignorano parecchie cose al riguardo.

Fa ancora più rabbia che un conduttore televisivo sposi questa narrazione pelosa sulla non voglia di lavorare delle ragazze e dei ragazzi di oggi.

Il ruolo del giornalista dovrebbe essere quello di porre a critica un po’ tutto, anche le affermazioni di chi pretende maggiore sollecitudine nella produzione della ricchezza (privata) da parte di chi quella stessa ricchezza non la vedrà mai, ma soltanto delle misere paghe ispirate al regime dell’evasione fiscale e dello sfruttamento che passa attraverso le maglie sottili del lavoro nero.

E fa rabbia pensare che una certa sinistra si sia in molti modi e per tanto tempo adeguata a questo trattamento delle lavoratrici e dei lavoratori da parte delle piccole e medie imprese.

Se il reddito di cittadinanza era una falsa attestazione di fine della povertà, quella tanto sbandierata dal balcone di Palazzo Chigi dai grillini del tempo che fu, e se furono soltanto delle pezzuole tiepide altri interventi simili dei governi precedenti (tanto per rimembrare drammaticamente, viene alla mente il “reddito di inclusione” di Renzi), ciò che si appresta a fare l’esecutivo più a destra della storia repubblicana è allarmante per l’inversione di proporzionalità rispetto ai grandi problemi sociali del Paese.

Ma, come spesso si è scritto e commentato, ci si può attendere da un governo reazionario, fortemente liberista, che sposa in pieno le politiche europee sull’applicazione del PNRR a favore praticamente soltanto delle imprenditoria, un qualche intervento che, quanto meno, ridimensioni la dilagante nuova povertà, che argini i numeri inquietanti sulla inoccupazione e descolarizzazione giovanile (al Sud l’ISTAT sottolinea il dato di un giovane su quattro fuori dalla scuola e senza occupazione)?

Vogliamo anche in questo caso affermare che esistono decine di migliaia di giovanissimi che non intendono né studiare né lavorare e che, quindi, questo è soltanto un atteggiamento riconducibile a scelte di auto-esclusione personale e che, pertanto, non esiste un problema di carattere sociale, dettato dall’affanno complessivo imposto dalla crisi economica tanto italiana quanto globale?

Vogliamo salvarci l’incoscienza in questo modo? Ritenerci assolti perché “intanto funziona così” e pensare che non si possa fare nulla, ma soltanto stare a guardare e aspettare tempi migliori? Non verranno, anzi ne arriveranno di peggiori. Le premesse vi sono tutte. A cominciare dalle politiche del governo Meloni, dalla divisione sindacale tra CGIL e UIL da una parte e CISL dall’altra, anche se apparentemente l’unità dei confederali sulla carta c’è… Ma i problemi non mancano.

Non è realistico puntare il dito accusatorio, sia in una trasmissione televisiva sia nella concretezza della vita di tutti i giorni, contro le giovani generazioni e ritenerle responsabili di un fancazzismo che in realtà è una reazione nonviolenta e, per certi versi, anche molto poco cosciente e priva di critica ad un assedio antisociale, ad una impostazione in cui la scuola è una variabile dipendente esclusivamente delle imprese, del sistema capitalistico, del mercato.

Parlare in questi termini della crisi che si acuisce di giorno in giorno, che è ormai letteralmente sistemica, significa prendere atto che la risposta non può trovarsi più in un compromesso tra pubblico e privato stabilito in questi ultimi decenni da governi che hanno reso, alla fine, il pubblico dipendente dal privato, regalando a quest’ultimo fette di economia insperabili un tempo.

Le forze politiche tanto di centrodestra quanto di centrosinistra hanno oltrepassato i termini perfino costituzionali del rapporto tra interessi privati e pubblici e hanno creato le condizioni affinché in Italia non vi fosse più alcun argine sociale alle esigenze del capitalismo globalizzato, di un imperialismo economico europeo che ha posto le condizioni per lo sviluppo della guerra che si svolge a poche migliaia di chilometri da casa nostra.

La profondità dell’origine dei problemi che investono il Paese e la UE è ben più di quella che possiamo soltanto immaginare o osservare superficialmente: conflitti, migrazioni, povertà dilagante in ogni continente, crisi ambientale, regressione culturale e morale, sono tutti fattori che si intersecano e creano quella “intersezionalità” che un po’ tutti riconoscono come molteplicità dei piani di sviluppo da un lato, di inviluppo dall’altro delle grandi questioni del nostro tempo.

Nostro solo per modo di dire, perché, se guardiamo bene come stanno le cose, il futuro è il banco di prova di un oggi che non lascia intravedere nessuna prospettiva di crescita individuale e sociale al tempo stesso, ma parcellizza le esperienze, atomizza i comportamenti e rende egoisti anche coloro che sono più propensi a scegliere una via del compromesso, della collaborazione, del cambiamento radicale ma diluito nel corso degli anni, dei decenni.

Perché è oggettivamente impossibile immaginare un mutamento sostanziale, sul piano mondiale, in un breve lasso di tempo: significherebbe non tenere in debita considerazione la complessità a cui il capitalismo ci ha costretto tutte e tutti e infantilizzare quel processo rivoluzionario che è necessario, che le classi dirigenti osteggiano, che buona parte delle popolazioni non scoprono come unica soluzione al dramma di miliardi di persone, a quello dell’ambiente e di centinaia di miliardi di animali non umani.

L’intersezionalità delle lotte deve puntare alla liberazione unica possibile: quella guidata da un principio cardine che risiede nell’antispecismo. Nel dichiarare e nel praticare una uguaglianza al massimo livello, convenendo che non esistono diritti di proprietà di noi umani sugli altri animali e che, quindi, lo sfruttamento del lavoro dell’uomo da parte dell’uomo stesso è una parte del problema dell’esistenza su questa terra e della sua devastazione.

Ma da qualche parte, appunto, bisogna iniziare. E se si deve cominciare, si deve farlo aprendo ad una nuova stagione di lotte che mettano in discussione i rapporti di forza (anti)sociali e che, quindi, rifiutino assolutamente le elemosine di Stato, le paghe da fame e i salari al palo di una Italia che viene umiliata nella sua potenzialità produttiva: tanto di ricchezza sociale quanto morale e civile.

Continuare ad accusare i giovani di essere dei perdigiorno e i poveri di essersi andati a cercare la stessa povertà, non ci farà edotti delle cause dei problemi che ci affliggono. Sarà utile a chi vuole mantenere intatti i privilegi, continuando a foraggiarsi grazie a quel pubblico che tanto ha disprezzato in tempi ormai passati…

Il liberismo vuole lo Stato forte, ma solo per sé stesso. Forte con i deboli e blandamente tollerante contro tutte le bizzarrie del mercato e del capitale. Il liberismo è la politica della frustrazione di massa, dell’erosione democratica, della disaffezione alla partecipazione politica da parte della popolazione. E’ un disastro che bisogna fermare. Senza aspettare un secondo di più.

MARCO SFERINI

29 aprile 2023

foto: screenshot

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