Il Leviathano che non abbiamo visto

Le circostanze in cui ci siamo venuti a trovare sono effettivamente molto enormi, molto più grandi di noi. E non tanto perché siamo davanti ad eventi politici, sociali, antropologici...

Le circostanze in cui ci siamo venuti a trovare sono effettivamente molto enormi, molto più grandi di noi. E non tanto perché siamo davanti ad eventi politici, sociali, antropologici che si intersecano e che formano un Leviathano che sembra invincibile, quanto per il fatto che tutto quanto è avvenuto in questi mesi ha dimostrato la nostra insufficienza, la nostra pochezza in quanto riferimento per le persone più fragili e deboli, meno tutelate dallo Stato e sempre più sfruttate e vessate da ingiustizie anche queste enormi.
Una analisi seria della cosiddetta “fase” deve partire dalla consapevolezza, apertis verbis, di questa realtà tremenda: abbiamo perso in pessimo stile e in grande quantità.
Oggi Rifondazione Comunista riesce ad avere come bacino di consenso elettorale poco più di 300.000 elettori da portare in dote a Rivoluzione Civile: questo significa che le potenzialità similari di Verdi, PdCI e dello stesso Movimento Arancione di Luigi de Magistris sono residuali, così come lo è stata l’invenzione repentina della lista stessa formata da Ingroia.
Esperimento generosissimo come l’impegno del suo inventore, ma forse dovevamo intuire che quelli che gravitavano intorno a noi erano sommovimenti così vasti, telluricità così sproporzionate rispetto alla nostra capacità di adattamento e contenimento allo stesso tempo, da non poter essere affrontate con la fretta della sommatoria di partiti, movimenti e società partecipata e partecipante ad un progetto di sviluppo a sinistra di una prateria fin troppo lasciata morire di inedia, di desolazione, di abbandono.
Non abbiamo colmato questo vuoto a sinistra e abbiamo, dunque, fallito. Ce lo siamo ormai detti in tutte le modalità possibili e quindi credo sia venuto il momento di abbandonare la retorica della fustigazione permanente e spingerci sul piano della prospettiva.
I sentimenti ci abbandonano, la passione viene meno anche nelle compagne e nei compagni più presenti nell’attività politica quasi quotidiana. Anche i più resistenti alla fine cedono in campo.
La tentazione di ritirarsi a vita privata è forte, ma non l’ho mai presa in considerazione. E non tanto perché la mia vita privata sarebbe comunque una vita politica, un impegno similare se non uguale a quello ultraventennale che ho vissuto sino ad ora; penso, molto modestamente, che non ci è consentita tregua in questo frangente e che proprio perché abbiamo toccato il fondo dobbiamo (non possiamo) risalire e dobbiamo farlo però con tempi e modi adeguati, senza fughe in avanti, senza precipitazioni che ci porterebbero solamente a rese dei conti interne, a cristallizzazioni e a divisioni ulteriori.
Per questo pensavo, e tuttora penso, che non c’è responsabilità singola o collettiva che possa assolvere al compito palingentico di fare tabula rasa e proclamare: “Si ricomincia da zero”. Non esiste uno zero assoluto in questo contingente disastro che la sinistra e i comunisti devono affrontare.
Non c’è colpevole assoluto come non ci sarebbe salvatore assoluto. Nessuno può essere indicato come responsabile – lo ripeto, sia singolare che collettivo – di ciò che è avvenuto almeno in questa ultima fase, quella delle elezioni politiche. E nemmeno esiste, di contraltare, chi potrebbe – singolarmente o collettivamente – portarci alle percentuali elettorali dignitose quando avevamo ancora quasi tre milioni di cittadini che votavano la falce e martello del nostro simbolo sulla bandiera romboidale.
Chi poteva prevedere che anche una gran parte della borghesia imprenditoriale italiana si sarebbe schierata nuovamente con Berlusconi e con Grillo piuttosto che con il rassicurante Mario Monti?
Chi poteva anche solo pensare che il centrosinistra sarebbe stato insufficiente a sè stesso anche con Monti alleato per delineare la tanto agognata governabilità anche al Senato?
E, ancora: chi avrebbe mai potuto pensare che Berlusconi avrebbe risalito così fortemente la china tanto da ritornare in auge e contendere al centrosinistra la guida del governo?
Nessuno avrebbe potuto prevedere l’insieme di questi eventi. Personalmente, seppure isolato, pensavo che Grillo avrebbe avuto il 25 – 26 % dei voti. Avrei potuto scommetterlo e avrei purtroppo vinto.
Ma non avrei scommesso mai sull’insuccesso montiano, tanto quanto sul successo berlusconiano.
E così ero convinto che ci fossero almeno 5 persone su 100 votanti capaci di sentirsi attratti da Rivoluzione Civile. Non ne indicavo 10, ma semplicemente la metà. E’ finita, come sapete… Solo 2 su 100 hanno accolto la nostra proposta politica alla Camera e meno di 2 su 100 l’hanno accolta al Senato.
La vergognosa campagna del voto utile e l’onda tsunamica grillina hanno impedito a Rivoluzione Civile di essere in Parlamento e di diventare una forza politica anche per il futuro.
La discussione che ha coinvolto i comunisti in questi giorni mi è sembrata, da molti punti di vista, articolata, a tratti anche un po’ convulsa, ma certamente non priva di sensazioni che toccassero queste corde, avvertendo tutta la immensa portata del disfacimento di una alternativa organizzata in Partito e in tensione politica rispetto alla società in cui viviamo.
Uno dei nodi strategici per comprendere la trasversalità, ad esempio, del voto a Grillo è proprio questo: il consenso grillino non nasce da una critica al sistema capitalistico, ma si cementa sulle ingiustizie che pure sono prodotte da questa disastrosa economia, fermandosi a questo punto, senza cercare di capire come mai queste stesse ingiustizie vengono alimentate sempre.
Grillo indica gli uomini, i politici, la casta. Dà loro la colpa (che pure hanno per aver ridotto la politica a cosa così lurida e indecente da far montare il sentimento antisentimentale, il qualunquismo più forte possibile in milioni e milioni di persone…) e suggerisce di affidare al popolo la guida del Paese. Vuole un governo senza partiti e vuole un’amministrazione della cosa pubblica fatta dai cittadini e non dalle forze politiche.
Il tutto appare fantastico: finalmente il popolo si riappropria della sua sovranità. Ma nel momento in cui lo fa, finisce per perderla, perché a guidarlo c’è comunque un capo, un leader, anzi ce ne sono ben due. E se non sei d’accordo con le loro linee direttrici diventi immediatamente loro nemico, avversario, espulso dal progetto di rigenerazione dello Stato.
Ecco che la pillola dorata è appunto solo dorata esternamente. Dentro c’è la solita retorica populista, la voglia di azzerare gli strumenti che invece dovrebbero far parte della costruzione e del consolidamento della democrazia repubblicana: partiti, sindacati, singoli comparti delle istituzioni.
La nostra risposta, come comunisti, è stata troppo colpevolizzante e simile all’antiberlusconismo di un tempo. Ci sono quasi nove milioni di elettori che si rifiutano o che non comprendono quanto la Costituzione insegna. E noi pensiamo di battere questo sommovimento antidemocratico come?
Non avevamo e non abbiamo ancora una risposta. E la risposta non può essere certo delegata all’alibi della crisi economica: questa esisteva ancora prima dell’ondata grillina. E anche la stessa crisi della sinistra comunista e della sinistra in generale antecede a questi eventi.
Dunque dobbiamo non adeguarci ai tempi per mode e maniere, ma per arrivare a comprenderne il significato, per sviscerare il pensiero comune, almeno quello prevalente e portarlo nuovamente su un piano di egualitarismo, almeno di percezione del medesimo come di qualcosa di necessario per migliorare la società.
Oggi il concetto di “uguaglianza”  è sentito non sulla base della contrapposizione (che dovrebbe essere evidente!) tra capitale e lavoro, tra padrone-imprenditore e proletario-lavoratore, ma tra casta e società civile. Tra politico e cittadino.
E’ la rivoluzione al contrario: si eleva il ruolo civico della persona e si sacrifica a questo il suo ruolo vero che la fa “cives”: quello di produttore di ricchezza per altri.
Non siamo, pertanto, in grado di riprendere, almeno in tempi brevi, una lotta sociale e di classe come viene da noi intesa da sempre. Non ci capirebbe nessuno. O almeno ci capirebbero pochissime persone e pochissimi lavoratori e lavoratrici.
E’ per questo che condivido lo spirito del documento approvato dal Comitato politico nazionale di Rifondazione Comunista. Lo cito testualmente in alcune frasi che reputo fondamentali per arrivare ad un “risorgimento” della sinistra e dei comunisti in questo Paese:

“L’incalzare e l’approfondirsi della crisi e il malcontento suscitato dalle misure assunte per contrastarla, tanto inique quanto inefficaci, hanno determinato nel contesto italiano un rivolta dell’elettorato che si è espressa però non sul terreno della lotta di classe ma su quello della contrapposizione dei cittadini contro la casta.”;

“Si rende indispensabile aprire una fase di riflessione e confronto per ridefinire il ruolo di Rifondazione Comunista, con la consapevolezza che siamo di fronte alla chiusura del ciclo di Rifondazione per come l’abbiamo conosciuta e che sia ineludibile la necessità di rimetterci in discussione.
Ripensare il ruolo del Prc non implica rinunciare al progetto della Rifondazione Comunista ma cercare di individuare le strade per rilanciarlo sul piano dell’elaborazione teorica e programmatica, della pratica sociale, del radicamento, dell’organizzazione, della relazione con tutto ciò che si muove al di fuori di noi.”;

molto importante questo passaggio sulla comunicazione:

“La riflessione che vogliamo collettiva non va ristretta entro le forme congressuali e della logica delle mozioni, ma sviluppata attraverso seminari tematici, assemblee territoriali, l’utilizzo di internet, coinvolgendo gli iscritti e con l’apertura al contributo di compagni della sinistra e dei movimenti. Sviluppare l’orizzontalità e partire dai contenuti sono due aspetti fondamentali per rendere fecondo e non rituale il percorso.”.

Reputo questo ultimo passaggio fondamentale: è dalla comunicazione che dobbiamo partire e ripartire secondo un adeguamento sull’interazione. Non ci è più concesso parlare unidirezionalmente, ma deve esserci imposto di creare oltre a dei luoghi di ritrovo nelle nostre sedi, nelle società di mutuo soccorso e nelle case del popolo, anche nella piazza virtuale del web, perché ormai le notizie volano, le opinioni vengono espresse con una velocità impressionante e chi frequenta un social network sa molto e fin troppo bene che la voglia di commentare è incommensurabile.
Le chiacchiere da bar esistono ed esisteranno sempre, ma si muove molto l’opinione comune attraverso la virtualità del computer. Per troppo tempo abbiamo pensato di poter ancora esigere dalla nobiltà del volantino (che pure non va archiviato come mezzo di propaganda e di discussione con la gente per le vie e le strade di tutti i territori) quello che un foglio di carta ciclostilato più non poteva produrre: il consenso viaggia veloce come le parole e si forma, si radica molto più rapidamente di quanto noi pensiamo.
Abbiamo speso le nostre energie nell’affissione dei manifesti e, parimenti, siamo stati oscurati da tv, giornali e anche su Internet. A tutta la nostra insufficienza politica abbiamo dovuto aggiungere anche queste mura che ci venivano erette contro.
Ora dobbiamo rinnovarci, adeguarci in questo senso e rilanciare una moderna soggettività comunista, anticapitalista, culturalmente composita, plurale nel suo formarsi, così da fare in modo che Rifondazione Comunista sia un suo angolo portante.
Un congresso oggi ci avrebbe messo davanti ad una realtà monca, senza una conoscenza degli sviluppi che avremo in questi mesi in cui si formerà probabilmente un governo che avrà vita breve.
Un congresso va fatto e si farà. Dobbiamo avere più della pazienza. Dobbiamo essere in grado di condividere le pene di una lunga strada che nemmeno il congresso porterà alla fine, ma che aprirà invece cambiando il gruppo dirigente e rinnovando l’intero Partito senza riferimenti storici al leninismo piuttosto che allo spartachismo.
Con la morte nel cuore dico e scrivo queste cose. Ma non è più il tempo di riferimenti storici sui modelli futuri. Ma non è nemmeno il tempo di salti nel vuoto, nel buio di un futuro che, già prima e ancora più oggi, non riusciamo ad intravedere.

MARCO SFERINI

12 marzo 2013

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