Come riportare la vera democrazia nell’Italia del PNRR e del sovranismo

Che cos’è che davvero ci parla di democrazia in questa nostra Italia agostana, accaldata climaticamente, accalorata ed incandescente per una campagna elettorale anomala sotto molti punti di vista? Sono...
Giorgia Meloni ed Enrico Letta

Che cos’è che davvero ci parla di democrazia in questa nostra Italia agostana, accaldata climaticamente, accalorata ed incandescente per una campagna elettorale anomala sotto molti punti di vista?

Sono così pochi i lineamenti democratici di una Repubblica dove chi è più forte, chi è presente in Parlamento, chi vi è entrato giallo ne esce nero, chi non aveva un gruppo finisce per trovarsene uno, chi è più fragile, debole ed assente dalle Camere da molto tempo deve invece superare le dodici fatiche di Ercole o di Asterix, a seconda dei punti di vista.

Perché quello che accade va preso sul serio, ma poi nemmeno tanto, visto che i trucchi per ingannare la sincerità dell’elettorato si sprecano: a cominciare dalla puntuale ricomparsa del voto utile ogni qual volta le destre si ricompattano (e lo fanno sempre con grande sagacia e tempismo), per continuare con la legittimità di aggregazioni che coalizzano tutto e il contrario di tutto.

Non manca nemmeno il capitolo dei dibattiti televisivi: dalla RAI a La7, si prevedono sul finale della campagna settembrina duelli esclusivi per le forze politiche oggettivamente date per favorite, che si contenderanno voto su voto.

Le altre possono, con una giustificatissima punta di orgoglio, dire che staranno nelle piazze, che faranno volantinaggi tra la gente e, in qualche maniera, tutto questo serve a consolidare ancora una volta quella militanza fatta di passione, di energia coagulante che ricorda come la comunità politica sia anche altro oltre i balletti per le candidature che danno mostra impietosa di sé stessi in questi giorni.

Ma l’esclusione sistematica dai dibattiti televisivi è un altro cedimento della democrazia. E la “par condicio“, strepita qualcuno dalle colonne dei grandi quotidiani nazionali. Se fosse così, se davvero alla locuzione latina corrispondesse ciò che intende esprimere, allora le pari condizioni di partenza per la gara elettorale dovrebbero riguardare tutti, ma proprio tutti.

Invece, abbandonato il rito elegante e sobrio delle care, vecchie tribune elettorali di un tempo, la par condicio è la moderna legge per cui gli spazi autogestiti o definiti per legge saranno dati a tutti i partiti, mentre nelle zone private e franche dei cosiddetti “talk show” varrà la regola della linea redazionale.

Si farà appello alla deontologia professionale, alla libertà di scelta, di espressione, di dialettica proprio in nome dell’autonomia dei direttori di rete, dei giornalisti – conduttori, e via dicendo…

Il risultato sarà che, l’imparità regnerà sovrana, perché, oltre ai mezzi che un po’ tutte e tutti abbiamo a disposizione (social, Internet in generale), poche forze politiche, che non hanno dovuto raccogliere 60.000 firme come Unione Popolare per potersi presentare al voto, saranno ogni giorno invitate in tutti i dibattiti televisivi, alle radio, negli spazi web delle testate nazionali, eccetera, eccetera.

Questo sarà anche legale, perfettamente entro i limiti di legge, ma non è né deontologico sul piano professionale, né tanto meno democratico. Se vivessimo per davvero in una Repubblica dove il rispetto reciproco prescindesse dalla competizione politica del voto, dovrebbero essere per prime le forze maggiori presenti in Parlamento a reclamare una uguaglianza di diritti per tutti i cittadini che – come prevede la Costituzione – hanno diritto di concorrere alla formazione dalla politica nazionale.

Invece, i princìpi fondamentali dell’eguaglianza repubblicana vengono vissuti come sterili utopismi, come richiami ad un idealismo che serve soltanto di facciata, per poter dire di essere liberali nella difesa dei diritti civili e poi spietatamente liberisti nella contrazione di quelli sociali. Quel che ne resta è il devastante, desolante, sconfortante e deprimente quadro di una politica italiana priva di una vera cultura democratica, incapace di mettere da parte l’interesse singolare nel nome del buon funzionamento di quello pubblico, sociale, civile e quindi anche morale.

Il fatto che le televisioni nazionali, i giornali e gli altri mezzi dell’informazione (non sempre a torto definita anglossasonicamente “mainstream“, oppure parte integrante dell'”establishment“) rispettino le regole quel tanto per far figurare il loro comportamento nei confronti del dibattito politico appena sufficiente e passabile dal punto di vista meramente legale, la dice lunghissima sulle loro intenzioni: la maggior parte dei canali tv, dei giornali, delle radio e dei siti Internet più cliccati risponde ad editori che rispondo ad azionisti che vogliono guadagnare.

Per guadagnare, lo si sa, si deve poter avere anche appoggi politici e si deve quindi puntare su un cavallo vincente, dando l’impressione di trattare virtuosamente tutti allo stesso modo. E’ una finzione dell’aderenza giornalistica ai valori democratico – costituzionali. E’ quel che tanto che basta per poter avere la coscienza a posto sul piano del diritto. Niente di più, niente di meno.

La somma che fa il totale – avrebbe detto Totò – è sempre la medesima: chi ha più vantaggio ne avrà ancora di più e chi parte svantaggiato avrà soltanto un diritto di tribuna per lasciargli indirettamente dimostrare tutta la virtuosità dell’eccellenza democratica della disinformazione pubblica e privata della massmediologia del Bel Paese.

Se ci addentrassimo poi nei meandri della legge elettorale, allora avremmo la prova del nove dell’incostituzionalità evidente, lapalissiana e cristallina di una serie di norme messe lì, appunto, come da tradizione ormai consolidata nella formazione delle regole per l’elezione del Parlamento della Repubblica, per consentire la vittoria di chi deve poter vincere.

A discapito della volontà popolare che viene pervertita, trasformata e ridotta al contrario di sé stessa: premi di maggioranza in un misto di giochetti e trabocchetti tra uninominale e proporzionale, tra percentuali e soglie di sbarramento fatte apposta per impedire il confronto parlamentare tra le forze politiche e la formazione delle maggioranze di governo in seno alle Camere e non nelle stanze delle segreterie di partito, nelle alcove delle consorterie di poteri che rimangono nell’ombra.

Tutto (o quasi) è stato pensato e messo in essere, da decenni, per mantenere la formalità costituzionale in un contesto di emergenza permanente che giustificasse il ricorso a normative extra-ordinarie, spacciate per le migliori riforme possibili, capaci di dare al Paese quella alternanza di coalizioni che ha negato l’essenza proporzionalista, la rappresentanza adeguata in Parlamento e, di conseguenza, ha alterato quell’equipollenza dei poteri che, sempre meno percepita come tale, a tutto vantaggio dell’esecutivo, ci ha condotto al rischio che anche la formalità fosse archiviata.

I tentativi di superamento del Senato, per fortuna sventati, e quelli di riduzione del numero dei parlamentari, per sfortuna approvati sull’onda della demagogia populista della riduzione dei costi della politica, ne sono stati l’evidente conseguenza, un altra prova del deterioramento della democrazia repubblicana a far data dall’avvento del berlusconismo in poi.

Aver raccolto 60.000 firme in pieno agosto, essere riusciti a permettere ad Unione Popolare di potersi presentare su tutto il territorio nazionale per tentare di far rientrare in Parlamento la voce della sinistra di alternativa, comunista e antiliberista, ci deve inorgoglire perché – come ha giustamente scritto Paolo Ferrero – difficilmente Calenda sarebbe riuscito nell’impresa e, non per niente, la sua repentina alleanza con Renzi, oltre a considerare l’ipotesi neocentrista e a voler avere una qualche certezza di oltrepassare il 3%, era anche figlia della disperazione per i banchetti che avrebbe dovuto organizzare in ogni parte del Paese…

Ma ci deve anche far riflettere, senza appesantire troppo i nostri pensieri, sulla drammatica retrocessione del regime democratico a tutto vantaggio di quel progetto di restaturazione conservatrice che Meloni e soci vorrebbero mettere in pratica nel matrimonio con il liberismo delle classi dirigenti e dominanti.

Questi aggettivi possono sembrare altisonanticamente retrodatati, anacronistici. Eppure le classi dirigenti e dominanti esistono: si chiamano imprenditori, padroni, confindustriali, finanzieri, sfruttatori del lavoro altrui, grandi ricchi. Trovate pure tutti i sinonimi che volete. Ma esistono. Così come esistono i disoccupati di lungo, medio e non mai troppo breve corso, i lavoratori precari, le partite IVA in balia delle onde del mercato, i pensionati al minimo, gli studenti fuori sede che fanno i rider o che emigrano per trovare una prospettiva di futuro.

Chi può, secondo voi, proteggere la democrazia dalle alterazioni che fino ad ora ha patito? Chi può rompere la saldatura tra progetto sovranista e neoliberismo? Un altro centro che mira alla riconversione autunnale dell'”agenda Draghi“? Chi si è alleato con vuole tutto questo e dice di averlo fatto per salvare proprio quella Costituzione che viene continuamente calpestata e negata dall’ampio fronte liberista?

Non lo potrà fare nemmeno Unione Popolare da sola, con tutta la buona volontà (e mi sembra sia tanta) che vi stanno mettendo le migliaia di persone che hanno raccolto le firme in una stagione in cui tutti avremmo avuto diritto ad un po’ di tranquillità e di riposo. Lo potrà fare un polo progressista ricostituendo. Partendo proprio da un progetto di campagna elettorale dove inizino a convergere i progetti, le criticità da risolvere e le prospettive da innestare per l’opposizione a qualunque governo si appresti a guidare antisocialmente il Paese.

La migliore risposta all’enorme mancanza di democrazia sostanziale, fattiva e concreta in questa Italia del PNRR, della guerra, del Rosatellum e della fallita transizione ecologica all’ombra degli inceneritori, è il progetto di una ricomposizione a sinistra tra forze moderate e forze radicali.

Non occorrono matrimoni di interesse, ma convivenze consapevoli e concordate con grande, generoso spirito di mutualità, di arricchimento nelle differenze, di scambio delle opinioni e delle visioni a breve e medio termine per il lavoro, la salute, la scuola, l’ambiente, le tutele e i diritti civili.

E’ il miglior servizio che possiamo fare, come Unione Popolare e come comunisti del nuovo millennio, per un ritorno della vera democrazia nell’Italia su cui si addensano le nuvole nere del neonazi-onalismo identitario ed escludente.

MARCO SFERINI

21 agosto 2022

foto: screenshot

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