La “questione salariale” sarà, con ogni probabilità, uno dei temi centrali della campagna elettorale. Siamo discretamente convinti che sia i partiti di destra che di centro-sinistra invocheranno una riduzione del cuneo fiscale come unico strumento per un aumento delle buste paga.

Sarebbe, a nostro avviso, più appropriata una chiara e onesta discussione sulle cause che hanno portato alla evidente stagnazione salariale: l’Italia è pressoché ultima tra i paesi dell’Eurozona, con una riduzione del potere d’acquisto dei redditi da lavoro del 2,9% negli ultimi vent’anni (dati Eurostat).

Tre sono i nodi che dovrebbero essere sciolti per risolvere tale questione: salario minimo, contrattazione collettiva, reddito di cittadinanza. La cornice imprescindibile del ragionamento è la presa d’atto che il lavoro attuale è sempre più facilmente precario, fragile, ricattato. Per tale motivo, i tre argomenti vanno tenuti insieme e intersecati per costruire una solida rete di salvaguardia delle condizioni, del valore e della qualità del lavoro contemporaneo.

Sul tema del salario minimo sono stati versati fiumi di inchiostro, soprattutto dopo la delibera europea che ne chiede l’introduzione, anche se non la impone. Il ministro Orlando aveva promesso, con molte circospezioni, un intervento al riguardo. Ricordiamo tuttavia che la Cisl e gli imprenditori italiani sono contrari all’idea di un salario minimo legale che prescinda dalle condizioni lavorative mentre la stessa Cgil nicchia, temendo di essere superata nella capacità contrattuale dalla legge di tutela.

Nell’attuale crisi della contrattazione collettiva, innescata da una precarietà dilagante e fuori controllo, solo l’introduzione di un salario minimo legale ad un livello minimo di 12 euro lordi per tutte e tutti, a prescindere dal tipo di prestazione effettuata, può creare un “pavimento” capace di fermare il dumping salariale verso il basso.

Il Ccnl, del resto, è minato dall’esistenza di una pletora di contratti, più o meno fasulli (sono circa 900) spesso firmati da sindacati gialli e da associazioni padronali consenzienti per legalizzare condizioni capestro. A questo grave problema si aggiunge un cronico ritardo nel rinnovo dei contratti che si aggira oggi sui tre anni di media. Una vera e propria strategia padronale per abbassare il costo del lavoro a cui i sindacati fanno fatica a rispondere per la debolezza del loro potere contrattuale: l’Italia è l’unico paese europeo in cui si indicono scioperi non sul merito della trattativa ma per chiedere che essa cominci.

La “vacatio contrattuale” viene ricompensata con una cifra miserevole, di gran lunga inferiore a quella che spetterebbe agli addetti se il contratto venisse rinnovato nei tempi previsti. Tale dilazione genera un’ulteriore perdita di potere d’acquisto. Sarebbe perciò necessario stabilire che, per ogni mese di ritardo nel rinnovo contrattuale, venga corrisposto dalle imprese un indennizzo di rimborso sulla base, come minimo, della dinamica dell’inflazione.

Questi due punti hanno a che fare direttamente con la riduzione del salario, in un contesto dove la contrattazione collettiva mostra tutta la debolezza a fronte dell’elevata inflazione. Per risolvere la questione esiste un unico modo: un meccanismo automatico di adeguamento dei salari all’aumentare dei prezzi. Un provvedimento che oltre a impedire la perdita del potere d’acquisto favorirebbe la domanda interna, considerando che le imprese hanno potuto godere, in questi anni, di oltre 40 miliardi di aiuti diretti e indiretti.

Il terzo nodo riguarda il reddito di cittadinanza che si lega da vicino alla possibilità di scegliere e dunque di stimolare la qualità del lavoro. Di fatto, l’esistenza di un reddito sganciato dal lavoro, seppure tra molti vincoli, impegna i datori di lavoro a fare offerte decorose, a rispettare il diritto al riposo, a riconoscere il senso del lavoro. Lungi dal minarne la centralità, il reddito di cittadinanza rilancia la possibilità di selezionare migliori condizioni, dunque di creare lavoro migliore. Non si può parlare di questione salariale e contemporaneamente chiedere l’abolizione del reddito di cittadinanza, essendo consapevoli – grazie ai dati dell’Inps – che il 23 per cento dei lavoratori ha una paga più bassa del RdC.

È necessario, in tutto questo ragionamento, sviluppare l’idea di un nuovo statuto dei diritti della persona al/nel lavoro e non direttamente ancorati alla condizione professionale. La precarietà e le crisi ricorrenti – da ultima l’emergenza sanitaria Covid 19, con ciò che ha comportato in termini di impatto sul lavoro – hanno contribuito a peggiorare progressivamente la situazione. L’attuale condizione del lavoro femminile è forse l’esempio più eclatante di tale processo.

ANDREA FUMAGALLI
CRISTINA MORINI

da il manifesto.it

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