Come mettere al riparo la Repubblica da nuovi tentativi autoritari

La fragilità dei regimi democratici può alimentarsi proprio grazie a quella pluralità di posizioni e di espressioni sia intellettuali, sia civili, sia sociali che sono previste come fondamento dell’antitesi...

La fragilità dei regimi democratici può alimentarsi proprio grazie a quella pluralità di posizioni e di espressioni sia intellettuali, sia civili, sia sociali che sono previste come fondamento dell’antitesi per antonomasia agli autoritarismi, ai tentativi presidenzialisti che sfociano, spesso e volentieri, in oligarchie ed autocrazie dal sapore antico e dai tratti invece ipermoderni.

E’ la contraddizione necessaria, lo scotto da pagare per vedere affermate quelle istanze di libertà che, altrimenti, sarebbero soffocate sotto la cappa asfissiante degli Stati-etici, di quelli teocratici e di quelli totalitari propriamente detti perché non lasciano spazio a nessuna iniziativa che non provenga, non emani e non ritorni nel suo ciclo di diffusione nazionale e locale, al vertice del potere che tutto uniforma su sé stesso e non lascia spazio alcuno alla critica collettiva o individuale.

Esempi di conclamati attorcigliamenti antidemocratici nelle più grandi democrazie al mondo, consolidate da un liberalismo mai veramente così garante della stabilità delle nazioni, si possono avere proprio partendo dalle vicende ultime che negli Stati Uniti d’America stanno scrivendo un ulteriore capitolo della saga golpista trumpiana, di quell’assalto al Campidoglio che fece sgranare gli occhi un po’ a tutti nel mondo.

Come fosse stato possibile che una folla di fanatici suprematisti bianchi, xenofobi, razzisti, seguaci di QAnon e quindi fedelissimi del presidente appena sconfitto da Biden, si fosse diretta contro una delle massime istituzioni costituzionali e federali della Repubblica stellata, è un mistero solo nominalmente scrivibile e dicibile come tale. La Commissione della Camera dei Rappresentanti degli USA ha informato una fila di ricerche, dossier e indagini che continuano ad ingrossare gli archivi della procura generale.

La presidenza di Donald Trump, non c’è ombra di dubbio, è stata la più deflagrante e dirompente sul terreno della preservazione dei diritti costituzionali sanciti dalla Rivoluzione settecentesca e di tutti quegli emendamenti che ne hanno garantito l’applicazione e l’ammodernamento mano a mano che il paese si sviluppava, si ingrandiva e si poneva sulla scena mondiale come potenza dominante, imperiale con la pretesa di essere la democrazia per antonomasia, l’esempio calzante per ogni popolo che volesse assurgere al rango di “libero“, “uguale” e, per l’appunto, “democratico“.

Nel primo dopoguerra europeo, è la Repubblica federale di Germania, quella cosiddetta “di Weimar” (dalla città in cui venne fondata e ne venne redatta la Costituzione) a mostrare al Vecchio Continente i primi segnali di fragilità endemica che prendono corpo sotto il peso dell’inflazione galoppante scatenata dai debiti di guerra e dalla conseguente crescente povertà che raggiunge livelli inimmaginabili anche solo poco tempo prima.

Cosa possono, dunque, le armi della democrazia contro i tentativi di sovvertimento del potere che si sostengono grazie al crescente disagio sociale? A prima vista verrebbe da dire, con un qualche comprovato motivo, che le contromisure per stanare e fermare sul nascere chi tenta, proprio grazie alla garanzia universale della libertà sociale, civile e politica, di stravolgere le costituzioni democratiche sono ben pochi se il gioco viene truccato, se le regole vengono relativizzate e seguite solo per quel tanto di formalità che permette di apparire agli occhi della popolazione come i maggiori garanti di ciò che si sta per sovvertire.

Ma, in realtà, tanto nel caso americano quanto in quello novecentesco di Weimar (ma si potrebbero citare numerosissimi esempi di paesi che hanno dovuto sperimentare le falle della democrazia nei passaggi da regimi autoritari a governi popolari o comunque di chiara matrice plurale), esistono ed esistevano gli strumenti per arginare la deriva autoritaria.

Il segreto per fermare i tentativi di torsione autocratica, oligarchica e dittatoriale sta sempre nei rapporti di forza tanto sociali quanto parlamentari. Scindere il necessario connubio tra impegno civico e impegno politico dei rappresentanti eletti è certamente uno dei primi passi per degradare, indebolire e frantumare preventivamente i capisaldi della democrazia.

Il parlamentarismo, checché se ne dica magnificando riforme semi o del tutto presidenzialiste, rimane il luogo di formazione legislativa più genuino perché alimenta una dialettica che non permette la supremazia di questa o quell’idea in chiave di morale superiore, di pretesa assoluta di verità di un principio rispetto ad un altro. Con tutte le incertezze, le claudicanze istituzionali e i malfunzionamenti nello scambio tra elettori ed eletti, un parlamento che è al centro delle istituzioni di uno Stato, meglio ancora se di una repubblica, è il punto di appoggio fondante di una separazione dei poteri necessaria nella sua equipollenza.

Non è un caso che, a partire dalla fine delle esperienze di coalizione del vecchio Pentapartito e di repentino successo di una modernità politica legata al rampantismo imprenditoriale come sicuro successo anche sociale di una rinascita nazionale promessa come “miracolo” da Berlusconi, più e più volte, il tema delle riforme istituzionali non abbia interessato quelle parti della Carta del 1948 che concernevano direttamente la vita dei cittadini, bensì l’architettura dello Stato, la conformazione precipua della Repubblica, i rapporti tra i poteri e il nume tutelare del bicameralismo perfetto che ha impedito tante modificazioni legislative e (in)costituzionali che, altrimenti avrebbero stravolto tanto la vita dei cittadini quanto l’assetto dello Stato.

I tentativi di controriforma proposti dal centrodestra prima e dai diversi centrosinistra, che si sono succeduti sia come maggioranze di governi politici, sia come sostegno di unità nazionale nei governi tecnici, hanno proposto ufficialmente un rafforzamento della democrazia repubblicana mediante un ridimensionamenti – essenzialmente – del ruolo centrale del Parlamento, una sua amputazione camerale e, infine, il taglio della metà dei parlamentari nel nome del “risparmio” sui costi della politica.

Già il fatto che queste presuntuose riforme fossero fatte sulla scorta di una compressione delle spese che riguardavano l’amministrazione dello Stato a partire dal luogo in cui si formano le Leggi, laddove si esprime la volontà della nazione e, quindi, del popolo italiano, avrebbe dovuto essere di per sé stesso un campanello di allarme, un fenomeno evidente della crisi di una democrazia che non bastava più alle classi dirigenti economiche e finanziarie per sentirsi al sicuro nell’ambito concorrenziale interno ed esterno al Paese.

La crisi strutturale ha investito le sovrastrutture istituzionali e ha spinto le forze politiche ad approfittare di occasioni succosamente gustose per inebetire larghe masse di popolazione, irretite con argomentazioni bugiarde sulle invasioni di migranti, sull’aumento vertiginoso dell’insicurezza sociale collegata alla criminalità più o meno organizzata: la crisi della Repubblica democratica e parlamentare era d è diventata crisi della povertà, dell’indigenza, dell’affaticamento sociale e della rassegnazione, quindi, ad affidarsi all’uomo dei “pieni poteri“, solo al comando e capace di interpretare una volontà di riscatto nell’assunto per cui il povero era nemico di un altro povero.

Provando a cancellare ogni tentativo di recupero di una coscienza di classe e, pertanto, di una nuova stagione di lotte conseguenti tra il mondo del lavoro e quello dell’impresa, la teoria liberista, secondo cui lo Stato deve essere forte ma deve esserlo contro lo stesso bene pubblico e comune, privilegiando la tutela esclusiva del privato, è stata fatta propria dalle destre e dal centro moderato e timidamente “progressista” (molto tra virgolette) che oggi dicono di contendersi la guida del Paese a far data dal prossimo 25 settembre.

Se noi, oggi, paventiamo il governo di Giorgia Meloni come quello più a destra nella storia della Repubblica, lo possiamo tristemente fare perché a monte è stato fatto, per anni e anni, un lavoro di marginalizzazione degli elementi fondanti la Repubblica: a cominciare da un egualitarismo sociale che voleva dire mettere avanti a tutto la difesa dei ceti più deboli, dei lavoratori, di chi resta indietro e ha tutto il diritto di essere riportato allo stesso livello di ogni altro cittadino.

Aver preso in considerazione, soprattutto da parte delle forze del centrosinistra, la commistione tra accettazione dell’economia di mercato, e dei suoi disvalori liberisti, con lo sviluppo di una democrazia sociale incompatibile sul rovesciamento del ruolo tra pubblico e privato, ha dato adito ai sostenitori politici del mondo imprenditoriale, come del solo capace di produrre ricchezza per l’interità nazionale, per il Paese come comunità quasi priva di distinzioni di classe, di stabilire il primato dell’aziendalismo avanti a quello del lavoro.

Se a tutto questo aggiungiamo il lento, progressivo e mai veramente abbandonato rovesciamento delle verità storiche, attraverso un revisionismo dei fatti soprattutto novecenteschi e bellici, atto a stabilire una “pacificazione nazionale” della memoria, forzando nel rapporto tra oggettività e ideologismo, tra origine della democrazia nello stabilimento della Repubblica come linea di demarcazione definitiva con il passato fascista e contro ogni probabile revanchismo  e rigurgito neoautoritario, il puzzle si completa senza nemmeno tanta fatica.

Il disegno di fare dell’Italia un paese presidenzialista, dove il Parlamento fosse ridotto a dipendere dal volere dell’esecutivo, è il sogno che le destre accarezzano fin dalle stagioni stragiste e oscure degli anni appena a ridosso della tragedia bellica e della rovina del Paese da parte della criminale dittatura dei Mussolini.

Quel disegno non è venuto meno: viene imbellettato con abilità dialettiche, con dichiarazioni di accettazione della democrazia tanto italiana quanto europea, con la proclamazione della propria assoluta fedeltà ai valori di un atlantismo mortifero e imperialista e con, al contempo, il mantenimento delle proprie posizioni in un campo conservatore che puzza di xenofobia, razzismo, diseguaglianza civile e discriminazione a più livelli.

Il rischio evidente che la Costituzione possa essere stravolta da un nuovo Parlamento in cui le destre abbiano oltre i due terzi della maggioranza necessaria per controriformare la Carta a proprio piacere, senza passare nemmeno per i referendum popolari, esiste e non possiamo negarlo. Ma non possiamo nemmeno ritenere utile un voto dato a formazioni di centro o di presunto centrosinistra per arginare questo pericolo, perché se c’è una disposizione morale e civile, nonché sociale e politica, che la Repubblica ci chiede di mettere in pratica è di esprimerci secondo quella che è la nostra volontà, secondo l’idea di Paese che abbiamo. Ognuno e ognuna di noi.

La vischiosità della legge elettorale ci impone di sacrificare ancora una volta le nostre idee e i nostri progetti sociali nel nome di un voto cosiddetto “utile” per fermare i progetti delle destre? E’ proprio con questo atteggiamento di subalternità ai ricatti altrui che si è formato quel vuoto a sinistra che nessuno ancora ha saputo riempire con il progetto di un nuovo partito, di una nuova soggettività popolare, per davvero progressista.

Se vogliamo che qualcosa cambi non possiamo pensare che accada ripetendo gli errori del passato. Occorre prima di tutto che si sia noi stessi a cambiare. E se si tratta di elezioni, si deve cambiare iniziando dal voto. Il tragitto di strada iniziato da Unione Popolare è accidentato, pieno di difficoltà e sarebbe retoricamente insopportabile dire, con una certa spocchia, che non ci spaventano perché siamo chissà quali impavidi cavalieri erranti del comunismo e del socialismo.

Ma è una strada che non possiamo non fare. Se ci sediamo ai suoi bordi e aspettiamo che passi il carrozzone che ci porti al Paese delle Meraviglie, faremo la fine degli sciocchi.

Se invece camminiamo insieme, domandandoci, passo dopo passo, cosa è utile fare di volta in volta, forse non arriveremo noi a quella meta che ci proponiamo, ma magari terremo aperto un varco, potremo ancora puntare un indice per indicare a chi ci seguirà che quella strada è il giusto sentiero per difendere prima di tutto i più deboli, per dare loro voce e per proteggere questa nostra Repubblica da chi la vorrebbe svuotare della sua essenza e da chi, pur volendola formalmente mantenere tale, l’ha trasformata quasi nel contrario di sé stessa.

MARCO SFERINI

11 agosto 2022

foto: screenshot

categorie
Marco Sferini

altri articoli