Era una gelida giornata del dicembre 1806 quando la milizia del West Virginia perquisì Blennerhassett House, sull’isola omonima del fiume Ohio, cercando le prove della cospirazione per rovesciare con la forza il governo degli Stati Uniti (l’Fbi ancora non era stato inventato). Il capo dei cospiratori, l’ex vicepresidente Aaron Burr, non c’era: sarebbe stato arrestato qualche settimana dopo a Mobile, Alabama.

La perquisizione del pacchiano castellozzo di Mar-a-Lago in Florida, lunedì, è effettivamente la prima nella storia contro un ex presidente degli Stati Uniti ma il caso di Aaron Burr si avvicina molto a quello di Donald Trump.

Prima di tutto, Burr non era diventato presidente per un soffio: nelle elezioni del 1800 aveva ricevuto lo stesso numero di voti dei delegati nel collegio elettorale di Thomas Jefferson, per la precisione 73. All’epoca, chi aveva ottenuto il maggior numero di consensi diventava presidente ma il secondo arrivato diventava vicepresidente anche se del partito opposto: questo inghippo sarebbe stato risolto con un emendamento costituzionale solo qualche anno dopo.

Ciò che a noi interessa è il fatto che la scelta tra Jefferson e Burr passò quindi alla Camera dei rappresentanti, dove si votava non “per testa” bensì per delegazioni di Stati, che nel ballottaggio sui due candidati si divisero esattamente a metà. Soltanto dopo 36 scrutini e infinite manovre di corridoio, l’intervento di Alexander Hamilton convinse alcuni incerti a cambiare il proprio voto e a eleggere Jefferson. Una scelta politica che Hamilton pagò con la vita: nel 1804 Burr, ancora vicepresidente, lo uccise in duello sulle rive dell’Hudson.

La somiglianza più sconcertante fra il caso di Burr e quello di Trump è ancora un’altra: nel 1809 Burr fu il primo politico di alto rango ad essere processato per tradimento e Trump, se le inchieste contro di lui proseguiranno, sarà il secondo. Burr voleva ritagliarsi un impero personale in Louisiana con l’aiuto degli inglesi (i russi di allora…) mentre ai giorni nostri l’ex presidente fellone rischia il processo per aver tentato di restare al potere ad ogni costo, organizzando l’assalto al Congresso del 6 gennaio 2021.

La fortuna di Burr, che potrebbe essere anche quella di Trump, stava nel fatto che la Costituzione degli Stati Uniti definisce in maniera molto restrittiva il reato di tradimento: occorre che i sospettati effettivamente abbiano mosso guerra contro il governo (articolo III, sezione 3). Non è sufficiente il complotto, e neppure l’arruolamento di soldati, per dichiarare colpevoli gli organizzatori: secondo il presidente della Corte Suprema di allora, John Marshall era necessario che la violenza fosse reale.

Nel caso di Trump, la pubblica accusa dovrebbe provare che non solo Trump aveva organizzato e diretto l’assalto al Congresso ma anche che il suo specifico scopo era quello di impedire con la violenza l’ingresso in carica di Joe Biden al fine di restare al potere.

Data la montagna di prove raccolte dalla Commissione della Camera che ha indagato in questi mesi questo dovrebbe essere possibile ma è probabile che l’Attorney General Merrick Garland scelga una strada più semplice: chiedere a un Grand Jury di rinviare a giudizio Trump per una serie di reati collegati, dall’interferenza con procedimenti legali in corso alla cospirazione per manipolare i risultati elettorali. Come ha testimoniato l’ex capo dell’ufficio legale della Casa Bianca Pat Cipollone, incitando i suoi seguaci a marciare sul Campidoglio Trump aveva sostanzialmente commesso “tutti i reati contenuti nel Codice penale”.

Un megaprocesso contro Trump in futuro è una possibilità ma è ben lungi dall’essere una certezza: dipende interamente dal clima politico del 2023-2024, di cui si avrà un’anticipazione con i risultati delle prossime elezioni di metà mandato per il Congresso, in novembre. Se i democratici dovessero perdere il controllo di Camera e Senato, com’è perfettamente realistico, portare Trump in tribunale potrebbe essere molto difficile: già ieri il capogruppo dei repubblicani alla Camera Kevin McCarthy ha promesso un’indagine parlamentare sul “raid” del Fbi a Mar-a-Lago nel caso il suo partito riconquistasse la maggioranza.

L’indagine che ha dato origine alla perquisizione sembra per il momento un filone minore dei vari procedimenti aperti contro l’ex presidente fellone: il pericolo più immediato per lui si trova in Georgia, dove la procura distrettuale lo accusa di tentativo di manipolare le elezioni in quello Stato, un caso a prova di bomba, visto che esiste la registrazione della telefonata di Trump al responsabile dell’organizzazione delle elezioni, in cui gli chiedeva di “trovare 11.000 voti” cioè quelli che gli mancavano per superare Joe Biden nei conteggi delle presidenziali del 2020 in quello Stato.

La saga continua.

FABRIZIO TONELLO

da il manifesto.it

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