Renzi e Berlusconi, sintonia nell’urna

Comunali. Domani i ballottaggi. Obiettivo dei due leader: sfuggire alle coalizioni. L’ex Cav si spende in tv nel rush finale ma non intende finire imbrigliato da Salvini e Meloni

Le previsioni sono rosee e Berlusconi, che in queste cose nonostante l’età ancora è capace, occupa il video. Fa scena, spara battute in schietto stile Silvio («La cosa migliore di Trump? Melania», «Grillo è un bravo comico che si faceva sempre pagare in nero»). S’inventa il suo governo ombra, con Matteo Salvini agli Interni e Luca di Montezemolo agli Esteri. Ma la comparsata a tempo pieno non basta a cancellare la prolungata assenza dalla campagna elettorale. Se le cose andranno come sondaggio comanda per lui sarà una vittoria, però con una punta e forse qualcosa in più di amarezza.

Il centrodestra punta a 10 ballottaggi su 22, male che vada. Più che la quantità conta però la qualità. Contano le piazze storicamente rosse come Genova e La Spezia. Contano le amministrazioni di centrosinistra che potrebbero finire a gambe all’aria, come a Lucca. Contano le piazze del sud come Lecce. E’ vero che la destra balla a propria volta in due roccaforti come Padova e Verona, ma nella seconda paga la rottura con Flavio Tosi, la cui compagna Patrizia Bisinella è candidata sindaca e a Padova una parte del centrodestra appoggia il candidato dem sostenuto al ballottaggio anche da Coalizione civica, Sergio Giordani. Se le previsioni saranno confermate sarà la prova che la destra unita può correre alle politiche partendo da posizioni vicine a quelle di Pd e M5S. Però non si tratta della destra che vagheggia Berlusconi ma di quella a cui mirano Salvini, Giorgia Meloni e anche una parte non secondaria di Fi, guidata dal regista delle candidature in Liguria, il governatore Giovanni Toti.

Così, ad Arcore, più che a festeggiare si preparano a parare la prevedibile offensiva che mira a imporre all’ex onnipotente quella lista unitaria che lui non avrebbe alcuna intenzione di far nascere. «Una cosa è vincere in una regione di un milione e mezzo di abitanti, un’altra in tutta Italia. Si sa che la somma di componenti diverse non è mai uguale alla somma di tutti i loro voti divisi», mette le mani avanti Niccolò Ghedini. Ma l’ex Cavaliere sa bene che resistere alla forza del voto vincente non sarà facile. In realtà anche nel suo stato maggiore considerano, sia pure a bocca storta, l’eventualità di doversi rassegnare, alla fine, alla coalizione unitaria. A questo allude Micaela Biancofiore quando profetizza «un nuovo predellino» imminente.

In effetti la sola strada certa per evitare la formula unitaria che legherebbe le mani a Berlusconi anche per il dopo voto, impedendogli di chiudere quell’accordo di governo con Renzi che resta il suo principale obiettivo, sarebbe la legge elettorale affossata a Montecitorio dal voto segreto. I contatti sono proseguiti nelle ultime settimane. Renzi non ha ancora deciso ma è tentato e la possibilità di una seconda prova è concreta. Si tratterebbe stavolta di partire dal Senato, dove la trappola del voto segreto è quasi inesistente, e di modificare un punto cardine del vecchio testo passando al voto disgiunto. Per farcela è necessario conquistare il voto di parecchi centristi o in formazione libera, con la promessa del rientro in parlamento. Sembra che Arcore e il Nazareno si siano già divisi i compiti, o più precisamente i nomi da «accollarsi» nelle rispettive liste.

La prova di domenica sarà altrettanto importante a sinistra. Una sconfitta nelle piazze chiave, tanto più se accompagnata da una vittoria a Padova dove la sinistra si presenta unita al secondo turno sulla base di un programma comune concordato, sarebbe un colpo duro, anche se non esiziale, per Renzi. Ma soprattutto sarebbe un’arma preziosa nelle mani di quell’area, solo in parte interna al Pd o alle forze politiche propriamente dette, che mira a imbrigliare Renzi all’interno di una coalizione più vasta del solo Pd. E’ il progetto di Pisapia, ma anche, e forse soprattutto, di Prodi e di tutte quelle forze sociali che hanno già messo in conto sia la fine del Quantitive Easing che la conseguente tempesta per l’economia italiana, e ritengono che solo uno schieramento più vasto del Pd, dal centro riunito intorno a Calenda alla sinistra moderata di Pisapia, possa reggere il colpo. Per Renzi il progetto sarebbe però fatale: non è l’uomo giusto per un disegno del genere. Se appena i risultati di domenica glielo consentiranno, si affretterà a metterlo fuori gioco.

ANDREA COLOMBO

da il manifesto.it

foto tratta da Pixabay

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