Per l’immunità culturale e sociale di massa contro il fascismo

Gentildonne un po’ démodé, ingioiellatamente sprofondate sul divano di casa propria, lo definivano addirittura “igienico“, per darne una giustificazione anche terapeutica in chiave medico-scientifica. Altri gli hanno preferito la...
Cogoleto (Genova), tre consiglieri comunali del centrodestra "votano" così il bilancio

Gentildonne un po’ démodé, ingioiellatamente sprofondate sul divano di casa propria, lo definivano addirittura “igienico“, per darne una giustificazione anche terapeutica in chiave medico-scientifica. Altri gli hanno preferito la borghese stretta di mano, abolita solo in tempi recentissimi dalla tanto sbandierata “dittatura sanitaria” del Covid-19, imposta da virologi, politici e grandi complotti internazionali allo scopo di eliminare un quarto di umanità e fare più posto nel mondo non si sa bene a chi.

Ad alcuni parte istintivo il braccio, come al Dottor Stranamore: non ci possono fare niente, è una parte inconscia che emerge e si rende evidente così, tentando di screditare quell’altra parte, fintamente rispettabile, che si sono costruiti per reinventarsi e trovare posto in una società che vorrebbero sempre più somigliante ai regimi dove regnavano ordine, disciplina, militarismo e dove le opinioni non erano permesse se non coincidenti con quella del governo. Il più delle volte si è trattato di quelle dittature militari che Gramsci aveva citato davanti al Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato, prevedendo per loro comunque sempre una rovinosa caduta. Il che, almeno nei grandi casi riguardanti il Terzo Reich e il fascismo italiano, si è verificato senza tema di smentita.

Altri ancora hanno continuato ad esibirlo, ostentandolo nelle manifestazioni in quel di Predappio, per le vie e le piazze della sfortunata Italia, preda di un rinverdimento del ventennio criminale fascista attraverso l’opera di revisionismo storico sostenuta da pacificatori della memoria, da restauratori della convivenza civile. Ma in tempo di repubblica, di democrazia e, soprattutto, di possibilità di acquisire per sé e per le proprie forze politiche nuovi spazi di consenso in elettorati fino ad allora inesplorati.

Il saluto romano è la rappresentazione plastica di un rigurgito gastroendemico che emerge dall’esofago di un corpo malsano, intriso di pregiudizi e di prevenzioni, in parte anche eredità di una anticultura incivile, prevaricante e avvilente ogni forma di confronto e di rispetto delle reciproche opinioni.

E’ e rimane il monumento improvvisato tanto dal nostalgismo dei 600 giorni di Salò quanto dalle moderne euforie per la voglia di un uomo forte alla guida del Paese, perché la democrazia è così fastidiosa: tutti quegli impicci e quelle formalità che si ritrovano in uno Stato di diritto… Magari poi servissero a migliorare la qualità della vita della povera gente. La fanno solo imbestialire, bestemmiare e stramaledire il governo, sciorinando una sequela di frasi fatte che sono sempre utili in questi casi.

Reduci fascisti ve ne sono ormai pochi: il tempo fa il suo corso, ed è implacabile, non conosce colore politico e per questo la memoria della Storia, la straordinarietà dell’evidenza dei fatti va difesa e attualizzata, contestualizzandola nell’oggi che è pienissimo di contraddizioni che vorrebbero poter essere usate per far leva contro la claudicante democrazia repubblicana.

Se fino ad oggi l’impianto istituzionale ha retto, pur con tutte le sue deficienze e lacune dovute per la maggior parte a ceti politici che volentieri scambiano l’interesse comune con il proprio interesse privato, è grazie alla Costituzione che non può essere apertamente contraddetta nei suoi valori fondanti: primi fra tutti l’uguaglianza di tutti i cittadini e l’antifascismo. Si può provare a cambiarla a colpi di maggioranza, con referendum dai quesiti evidentemente incostituzionali, ma non si può dichiarare che è legittimo il saluto romano nella Repubblica Italiana perché delle due l’una: se valesse una regola simile, non esisterebbe più la Costituzione stessa che, ricordiamolo, vieta la riorganizzazione del disciolto partito fascista sotto qualsiasi forma e sotto qualsiasi nome.

Le leggi che si sono susseguite nel tempo, puniscono l’apologia di fascismo non per un incapricciamento di chi le ha proposte, ma molto semplicemente perché se il fascismo ottiene la legittimazione di “idea“, al posto di quella che gli spetta di “crimine contro il popolo italiano e l’umanità“, è evidente che viene meno tutto ciò che ne è il contrario e che è incarnato e rappresentato dalla nostra Repubblica, dal suo Parlamento, dalla Magistratura indipendente dal potere politico, dal Governo che, a sua volta, deve essere potere equipollente ma equidistante dagli altri due.

Se, dunque, il saluto romano entra nelle istituzioni, anche di livello locale, alla fine della seduta di un consiglio comunale, quando si sta per votare il bilancio di un piccolo grazioso borgo della riviera genovese, e ciò per di più avviene nella Giornata della Memoria, ne consegue una stigmatizzazione che dovrebbe essere generale e che con grande prontezza è emersa un po’ unanimemente, fatte salve alcune timide interpretazioni guarda caso espresse dai partiti di riferimento dei consiglieri che hanno avuto la pessima pensata.

«Ma è una chiara provocazione!», proferisce un conduttore radiofonico. A quale scopo? Per affermare che si può votare un bilancio alzando il braccio teso, a dita dritte, quasi parallelamente alla linea del proprio volto, facendo uno sforzo maggiore del semplice braccio alzato verticalmente? «Io voto così», pare abbia detto uno dei tre consiglieri immortalati nelle immagini che campeggiano in ogni dove su Internet. Sbagliato. Non si vota così, come per guidare l’auto non si tengono le mani sui fianchi ma ben ferme sul volante: anche se forse Mussolini l’avrebbe fatto, circensamente, per dimostrare qualche innata capacità unica, di potenza, di controllo totale, di assoluto trionfo della volontà persino sulle leggi della dinamica, della fisica e del moto.

Insomma, le giustificazioni balbettate se le porta il vento. Le braccia tese un po’ alla nazista e un po’ alla fascista invece restano lì, in quelle foto oscene che opportunamente devono essere il simbolo di una vergogna che si può ancora arginare, perché non si tratta di goliardia, di una smargiassata, di una buontemponata: è una sfida, un tentativo di dare sempre più spazio a momenti di irriverenza che aprano varchi nell’ancora solido muro di indignazione che si solleva a difesa del carattere democratico, antifascista e laicamente repubblicano dell’Italia.

Esistono però delle contraddizioni insolute anche nel porre critiche come questa: perché non si può isolare del tutto un episodio spregevole come quello raccontato se non si mette completamente fuori dal consesso civile, civico, morale e legale ogni espressione che si richiami alla riproposizione del fascismo come ideologia, cultura e proposta politica.

Abbiamo il diritto di indignarci per il saluto romano di tre consiglieri comunali, ma allora bisogna anche stabilire che è venuto il momento, nel 75esimo anno della Repubblica, di dichiarare sciolte tutte le formazioni politiche che si rifanno non solo esplicitamente al fascismo ma che perseguono obiettivi tesi a negare i diritti fondamentali di ogni persona, di ogni essere vivente. Qualunque forza politica che distingua sulla base della “razza“, dell'”etnia“, della sessualità e del sesso, della religione, del pensiero, anche se non si definisce “fascista“, rappresenta una minaccia per l’uguaglianza civile, per la democrazia sostanziale e per quella rappresentativa.

La linea di confine tra lecito e illecito, in questi casi, non sta nell’apprendimento culturale: per conoscere i fenomeni di cui parliamo è evidente che bisogna studiarli e sarebbe bene che testi come il “Mein kampf” di Hitler o le leggi razziali del 1938 venissero letti dagli studenti al pari di altri importanti testi della cultura europea e mondiale.

La linea di confine tra opinione e apologia di fascismo sta chiaramente nell’esaltazione di tutto ciò che con assoluta evidenza si richiama al ventennio (calendari, oggettistica di ogni tipo, eventi e manifestazioni con bandiere, divise, inni, saluti romani e richiami a Mussolini, al regime, al colonialismo imperialista, ecc.), ma prima di tutto deve risiedere nella coscienza di ognuno di noi: veramente prevenire è sempre meglio che curare.

Tuttavia, l’importante lavoro della scuola, della società nella costruzione di un argine culturale e morale al sovranismo neofascista che si propone come innovativo e per niente nostalgico, è possibile se si uniscono allo sforzo intellettuale elementi sostanziali di riduzione delle cause che portano larghe fasce della popolazione a credere nella ricetta autoritaria: senza giustizia sociale non può veramente dirsi compiuto alcun viaggio verso la ricomposizione di massa del concetto di libertà, entro una cornice fortemente solidale ed egualitarista.

L’uguaglianza sostanziale, l’espansione dei diritti sociali, sono basi di appoggio indispensabili per la ristrutturazione della democrazia, per fare di ogni formalità qualcosa di più di ciò che appare essere in mezzo a problematiche contingenti e quotidiane. Il disagio economico è sempre all’origine di ogni nuova mutazione del fascismo. Non esiste nessuna trasposizione statale totalitaria che, in questo senso, sia nata dalla semplice proposta ideale di un imbianchino spiantato nato a Vienna o piuttosto da un socialista, direttore dell'”Avanti“, passato nel giro di una notte da posizioni neutraliste a interventiste alla vigilia della Prima guerra mondiale.

Se la società, che ogni giorno contribuiamo a costruire e a portare avanti, torna a studiare a fondo ciò che il fascismo è stato per l’Italia, per l’Europa e per il mondo, e lo fa avendo presente la frustrazione dei milioni di lavoratori, precari e disoccupati che non riescono a tirare avanti e tanto meno a vedere il futuro prossimo che li aspetta, allora – e solo allora – la condanna di ogni totalitarismo non sarà aprioristica ma ragionata.

Sarà una condanna certificata dai fatti e interiorizzata come morale collettiva e crescita culturale personale in una Repubblica in cui la prima barriera di difesa dai rigurgiti autoritari venga posta dalla coscienza di ciascuno, nella libera decisione per tutti di partecipare allo sviluppo della politica nazionale.

MARCO SFERINI

29 gennaio 2021

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