L’altra Polonia, in piazza contro il ritorno al Medioevo

Mobilitazione. Varsavia non si arrende alla legge oscurantista sull’aborto appena entrata in vigore. Migliaia in strada dopo la decisione del Tribunale costituzionale filo-governativo
Varsavia, manifestazione contro la legge oscurantista sull'aborto

Si riaccende la protesta in tutta la Polonia per la messa al bando dell’aborto terapeutico decretata da una sentenza del Tribunale costituzionale, filo-governativo. Migliaia di persone sono scese in strada nei maggiori centri del paese ma anche a Rzeszów, città del profondo sud-est, situata nel voivodato della Precarpazia, una delle roccaforti del partito della destra populista, Diritto e giustizia (PiS).

Per oggi lo «Sciopero nazionale delle donne» (Osk), una della sigle pro choice dietro le proteste degli ultimi mesi, ha chiesto ai manifestanti di fare uno sforzo e raggiungere Varsavia per una mobilitazione pomeridiana che punta a mandare in tilt il traffico della capitale polacca.

«Lasciate tracce, esprimete la vostra rabbia come in casa propria», ha tuonato la leader di Osk Marta Lempart. La donna ha anche invitato i manifestanti a non accettare multe da parte delle forze dell’ordine in assenza di informazioni sulle ipotesi di violazione commessa. Anche se il governo ha annunciato la riapertura di centri commerciali, musei e gallerie a partire dal primo febbraio, a causa del Covid-19, gli assembramenti di più di 5 persone continueranno a essere vietati.

Nel pomeriggio di mercoledì la corte aveva reso pubblica la motivazione definitiva del verdetto. Un segnale interpretato da parte del governo come un via libera definitivo alla pubblicazione della sentenza sulla gazzetta ufficiale – cosa che è poi puntualmente avvenuta in serata, tra le prime proteste nella capitale, davanti alla sede del PiS e a quella della corte presieduta da Julia Przyłebska, una «fedelissima» del vicepremier e leader del partito, Jaroslaw Kaczynski.

La decisione che rende di fatto impossibile il ricorso alle interruzioni volontarie di gravidanza per le tutte le donne che siano venute a conoscenza di danni al feto risale al 22 ottobre scorso. Ma perché la corte ha aspettato così tanto per pubblicarla? Da una lato, la dirigenza del PiS, consapevole di camminare sulle uova su un tema così delicato, ha sperato invano che si potessero raffreddare gli animi dopo le manifestazioni di dissenso degli ultimi mesi.

Dall’altro, la formazione di Kaczynski, in calo di consensi, ha preso tempo per lavorare sottotraccia ad un compromesso legislativo, in cui il presidente polacco Andrzej Duda, anch’egli espressione del PiS, si è impegnato in prima persona. Duda vuole che il Sejm, la camera bassa del parlamento, approvi una legge che lasci alle donne la possibilità di abortire in caso di malformazioni «letali». Per evitare vaghezze normative tale provvedimento dovrebbe includere, in modo piuttosto macabro, un elenco delle patologie per le quali non sarebbe consentito l’aborto terapeutico: i casi di feti ai quali è stata diagnosticata la sindrome di Down finirebbero quasi sicuramente su questa lista.

L’idea del presidente polacco non ha suscitato entusiasmo tra gli eletti del PiS che non si presenterebbero compatti al voto. Per non parlare degli alleati del partito di Kaczynski, «seduti ancora più a destra» al Sejm come i sovranisti di Polonia Solidale (Sp) del «superministro alla giustizia» e procuratore generale Zbigniew Ziobro. Con un tempismo perfetto il partito di Ziobro ha appena rilanciato una proposta di legge per la creazione di «ospizi perinatali», strutture finalizzate a offrire sostegno psicologico alle donne in difficoltà prima e dopo la gravidanza ma alle quali è stato ormai tolto il diritto di scegliere.

Una sentenza anche politica quella della corte, viziata da errori formali e basata su fondamenta molto labili: nelle motivazioni si legge ad esempio che di fronte «alla probabilità di trovarsi in presenza di un danno irreversibile al feto o di una malattia incurabile, non vi può essere presunzione automatica della violazione del benessere dalla donna incinta».

Una frase che implicitamente non esclude il rischio di danni di natura fisica e psichica alla madre o portatrice di feto e alla quale tuttavia adesso non è più consentito di tutelare la propria salute. Sono numerosi i politici all’opposizione che pensano che la protesta debba continuare a oltranza in strada: «Il testo pubblicato dal tribunale vale quanto un rotolo di carta igienica. Dobbiamo coprirci bene e lottare per i nostri diritti», ha dichiarato la deputata di «Sinistra» (Lewica) Joanna Scheuring-Wielgus.

GIUSEPPE SEDIA

da il manifesto.it

foto: screenshot

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