L’ultimo tentativo di sopravvivenza dei Cinquestelle

Nonostante Giuseppe Conte abbia tentato di dare una sostanza politica alla crisi di governo che, con tutta probabilità, si aprirà oggi con la non partecipazione al voto di fiducia...
Giuseppe Conte e Mario Draghi

Nonostante Giuseppe Conte abbia tentato di dare una sostanza politica alla crisi di governo che, con tutta probabilità, si aprirà oggi con la non partecipazione al voto di fiducia al Senato sul decreto legge “Aiuti“, rimangono evidenti tutte le ipoteche pretestuose che delimitano i confini delle pur apprezzabili ragioni per cui il Movimento 5 Stelle intende venire fuori dalla maggioranza di unità nazionale.

Il documento dei 9 punti, in cui i Cinquestelle rivendicano il loro ruolo di anima critica della coalizione eterogenea nata proprio sulla salvifica figura midico-draghiana, è una piattaforma politica che, per essere credibile in quanto a rivendicazione programmatica, avrebbe dovuto essere posta sul tavolo di Palazzo Chigi ben prima di questa estate rovente.

Le intenzioni del governo erano più che note; anzi, erano un comune accordo tra il partito di maggioranza relativa presente in Parlamento e il resto delle forze politiche che hanno permesso, dopo la fine del Conte II, di dare vita ad un esperimento tecnico vissuto da molti settori dell’imprenditoria italiana e dall’Europa della BCE come un punto fermo per portare avanti le controriforme sociali con lo strumento economico-finanziario del PNRR.

Nel nome, però, di una presunta dedizione allo spirito di comune benevolenza, di salvezza nazionale e, quindi, facendo incetta di un pedissequo istinto di autoconservazione, un po’ preda di tutti gli altri partiti freneticamente predisposti a salvare capra (il governo Draghi) e cavoli (amari quanto le elezioni parlamentari del 2023), Conte si è barcamenato tra le tensioni interne al Movimento e le spinte della sua base che premevano – e tuttora insistono – perché l’originaria originalità del ribellismo pentastellato venga rimessa addosso ad una forza politica altrimenti indistinguibile dalle altre.

La crisi di governo che si apre oggi poggia, indubbiamente, sulla lacerazione sociale tra i desiderata di confindustriali e finanziaeri assecondati dal governo Draghi ma, prima di reggersi su queste motivazioni socialmente e politicamente dignitose per un partito che diceva di essere un tutt’uno con la cittadinanza, ha il suo punto di partenza nell’insofferenza che il M5S vive da mesi, stretto tra la contraddizione dettata dal crollo elettorale alle ultime amministrative e la prospettiva di non avere più nessun ruolo da vivere e da mostrare ad un elettorato fluido e mobile, capace di spostarsi improvvisamente in blocco verso altri settori.

E’ la nemesi della negazione delle ideologie come male assoluto della politica, come schematizzazione deleteria, come ingessatura di corpi intermedi e di deleghe rappresentative altrimenti vissute secondo il dettato casaleggiano-grillino di una utopica (e minacciosa) sostituzione del Parlamento reale con uno virtuale, con quella “democrazia telematica” che, giustamente, aveva allarmato tanto il mondo politico propriamente detto quanto quello dell’intellighenzia e dello studio delle categorie costituzionali e del diritto.

La “rivoluzione pentastellata“, alla fine, si è dimostrata essere pienamente circoscrivibile nella “normalità” strutturale di una economia più che tollerabile, di un capitalismo più che accettabile, di un liberismo più che condivisibile.

Il Movimento 5 Stelle non è stato l’avamposto di nessun cambiamento veramente radicalmente sociale in Italia. Cosa di non poco conto, certo, ha squadernato le agende politiche, ha fatto vivere per alcuni anni l’idea che fosse possibile introdurre un elemento altro dalla consuetudine, prosciugando – soprattutto a sinistra – i consensi di vecchie formazioni, i consolidati apparati di potere che ne hanno subìto i meccanicistici contraccolpi…

Ma, in sostanza, nel momento in cui, in virtù del consenso popolare ed elettorale raggiunto, primo partito nel Paese e in Parlamento, si è dovuto disporre a prendere decisioni per la guida di un governo, ha dovuto fare i conti con un conformismo che è venuto crescendo pari pari con la voglia di potere che avevano molti dei suoi esponenti e che ha finito col creare un “movimento nel movimento“, sempre più diviso tra “governisti” e “puristi“.

La storia socio-politica del Movimento 5 Stelle è altrettanto altalenante, in quanto a coerenza e linearità di posizioni, rispetto al rapporto tra piazza e istituzioni, tra lotta e governo.

Il grillismo delle origini, non solo non ha mai rappresentato nemmeno la più vaga traduzione pratica di una interpretazione ideale di un cambiamento sociale degno di questo nome, ma ha, invece, creato tutti i presupposti per un globtrotterismo trasformistico che ha adattato un esperimento anche avvincente e curioso, per l’anomalia che rappresentava nella modernità della politica italiana ed europea, alle peggiori attitudini conformiste e conservatrici della vita istituzionale nazionale.

Persino il Partito Democratico, che fa parte dell’elenco delle creazioni bicefale per salvare culture politiche altrimenti destinate alla desuetudine (popolarismo e socialdemocrazia), non ha mai osato tanto: interscambiarsi con la Lega prima e con il centrosinistra poi. In questo quadro di particolarità e di novità, che il parlamentarismo italiano ha registrato negli ultimi decenni, la mutevolezza camaleontica del M5S ha destabilizzato il quadro delle certezze di un tempo, ha costretto i partiti ad un aggiornamento delle loro piattaforme programmatiche e dei loro strali pubblici nei comizi sempre più incandescenti.

Prima la Lega di Salvini, poi Italia Viva di Renzi e, infine, Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, sono anche il prodotto di una serie di aggiustamenti di una piazza istituzionale e sociale che senza i Cinquestelle, probabilmente, si sarebbe comunque realizzata ma con toni, aspirazioni e numeri molto diversi da quelli attuali.

La disomogeneità della maggioranza di unità nazionale di Draghi è la caratteristica, del resto, endemica ad un governo tutto tattico e per niente strategico: la condivisione di spazi tecnicistici (rivolti soprattutto al passato del banchiere europeo) con una attualizzazione della politica ispirata più da contingenze continentali e internazionali rispetto alle esigenze primarie, non può essere imputata alle mosse di un M5S ormai logoro, incapace di risollevarsi elettoralmente e vivacchiante di rendita parlamentare.

L’anomalia del Movimento, l’eterodossia del linguaggio e delle pratiche, praticata fin dall’inizio con i “VaffaDay” grillini, se è stato il fulcro (anti)ideologico dello stesso, oggi è un vago ricordo, sepolto dalle tante giravolte estemporanee e improvvide che le correnti interne hanno imposto ad un gruppo dirigente che, al di fuori delle figure di Di Maio e Conte, non ha saputo dare vita ad un ricambio né generazionale, né tanto meno tecnico-politico allo strutturato establishment di una politica di palazzo sempre più lontana dai problemi sociali e, quindi, anche da quello che, nel momento del voto, diviene il “corpo elettorale” del Paese.

La sistemicità delM5S è diventata cultura della sopravvivenza, una necessità sempre più impellente per non affondare in mezzo alla prepotente avanzata del sovranismo rispetto al populismo praticato dai pentastellati. Quel metodo di coniugazione della voglia di cambiamento della gente con le compromissioni dettate dai protocolli istituzionali, dalle relazioni internazionali, dal confronto con realtà molto più grandi di quelle immaginate dai primi, realizzato nella dualità giallo-verde del primo governo Conte, oggi non può più funzionare.

L’arretramento nei territori, nel comune sentire popolare, e il ridimensionamento anche nelle fila del governo con la scissione di Di Maio, ultima tra le traduzioni al ribasso del valore pentastellato in entrambe le Camere, sono tutte certificazioni della parabola impietosamente discendente di una esperienza che non potrà più risollevarsi. Almeno non entro quei confini politico-programmatici che intenderebbe darsi, quasi come ammantata da una novella verginità sia di lotta sia di governo, con l’apertura della crisi dell’esecutivo Draghi.

Se si fosse trattato veramente di una messa in discussione delle politiche dell’ex banchiere europeo in materia di sostenibilità sociale, di diritti del lavoro e di spostamento del baricentro fiscale dai ceti più deboli a quelli più ricchi, ciò che rimane del progressismo italiano avrebbe potuto pensare di fare causa comune con i Cinquestelle di rito contiano. Invece, questa intempestiva rivendicazione di diritti dei più deboli, mai davvero sostenuti al governo con la Lega prima e col PD e Renzi poi, non somiglia nemmeno lontanamente ad una conversione liberal-socialista del M5S.

Le occasioni per poter dimostrare di avere davvero a cuore le sorti del mondo del lavoro, dei pensionati e dei tanti milioni di indigenti in aumento, i pentastallati le hanno avute ogni volta che si sono trovati in una condizione di rapporti di forza favorevoli per imporre agli altri partiti riforme che avrebbero potuto segnare un punto di svolta nella politica sociale del Paese: iniziando da una riforma fiscale progressiva, da una tassazione patrimoniale non una tantum, da una riforma del mercato del lavoro che contemplasse la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, da un superamento della “Legge Fornero” in materia pensionista, e così via…

E’ del tutto evidente che stiamo parlando di un impianto di trasformazione politica del piano sociale che risponde a criteri progressisti e non imprenditoriali, che vede il tutto attraverso la lente dei bisogni dei lavoratori e dei precari e non dei padroni.

Non si poteva chiedere ad un movimento, nato per assemblare i trasversalismi e per ignorare il conflitto di classe (contribuendo a ridimensionarlo notevolmente) in nome di una pace sociale fondata “solo” sul contrasto alla manifesta illegalità dei comportamenti personali, di essere una punta avanzata di una rivoluzione di massa e per la massa.

Adesso, la crisi del governo Draghi è una voragine che si apre essenzialmente sull’incertezza profonda del futuro di tanti giovani e di tanti quaranta e cinquantenni lasciati a sopravvivere tra contratti precari e parcellizzazioni sempre più numerose. La “rivoluzione” sociale dei Cinquestelle si schianta, proprio come il Movimento stesso, contro questa evidenza, sperando di raccogliere le briciole di un consenso che è tutt’altro che scontato possa tornare ad essere quello, motivato e urlante, di un tempo…

MARCO SFERINI

14 luglio 2022

foto: screenshot

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