L’agonia di una democrazia consumata dal liberismo

Democrazia e sovranismo sono incompatibili, anche quando si tratta della cosiddetta “più grande democrazia del mondo“, “la più antica“, quella che per prima è divenuta tale grazie al «We...
Il "popolo di Trump" irrompe nel Congresso americano: razzisti, suprematisti bianchi, neonazisti, complottisti di QAnon...

Democrazia e sovranismo sono incompatibili, anche quando si tratta della cosiddetta “più grande democrazia del mondo“, “la più antica“, quella che per prima è divenuta tale grazie al «We the People…», alla Costituzione scritta e non solo al tramandamento orale di una serie di consuetudini, pure importanti e necessarie allo sviluppo di un paese. Non possiamo prescindere da questa antiteticità se vogliamo leggere l’assalto al parlamento degli Stati Uniti d’America in chiave sia politica sia sociologica, entro un contesto di recente storia della Repubblica stellata, evitando la trappola del ritenere tutto ciò un semplice isolato “episodio” di una folla scatenata da un esplosivo comizio del presidente uscente Donald J. Trump.

Il potere di qualunque Stato si fonda sulla forza: ne è caratteristica costituente, nel vero senso del termine. Non esiste uno Stato sovrano senza una forza politica, una forza armata e una forza di polizia: il controllo del territorio è controllo dei cittadini che, di più ancora, avviene attraverso tutta una serie di normative che fanno apparire libera la vita di ognuno di noi mentre è legata da disposizioni che non possiamo non rispettare. Pena, la fine del moderno “contract social” che ci si è dati per avere quell’equilibrio tra rappresentanza istituzionale e base popolare da cui deriva la cosiddetta “sovranità“.

La democrazia, dunque, è l’opposto delle regole imposte per diritto divino, dei capi di Stato voluti dal cielo e di qualunque conducator, statolder, duce, principe primo tra i pari. Gli Stati Uniti d’America sono una democrazia apparente da molti decenni: ma non sono l’eccezione, perché la traduzione effettiva del puro principio democratico, quello ellenico per antonomasia, del “potere popolare” altrimenti detto e correttamente tradotto dal greco antico, esigerebbe la fine di un regime strutturale economico che crea diseguaglianze così ampie da confliggere apertamente con quello che pretenderebbe essere il regime dell’uguaglianza formale.

Quando si vuole discutere seriamente di democrazia, si deve avere ben chiaro in mente che la democrazia che conosciamo e che chiamiamo così è una declinazione moderna di una forma che è divenuta pura formalità: un alibi per poter rendere “sostenibile” il capitalismo per interi popoli che finiscono per accettare il terribile scambio tra libertà civili e ingiustizia sociale.

Le forze politiche non sovraniste, quelle liberali e liberiste, quelle democratiche per l’appunto, salvaguardano questo equilibrio diseguale: mantenere il libero mercato e la divisione in classe della società entro una cornice di formale uguaglianza dei diritti e delle libertà. I sovranisti, invece, fanno un salto di squalificazione della democrazia: la utilizzano e la strumentalizzano a tal punto da infrangere la quadratura liberale del cerchio. Ed allora, se nemmeno basta assicurarsi la tutela dei privilegi dei grandi possidenti e delle classi dominanti in un contesto sociale di repressione silenziosa (si fa per dire…) delle rivendicazioni operaie e del mondo del lavoro, la domanda è: che cosa vogliono i sovranisti? Che cosa vuole Trump?

Il potere. E’ evidente. E mantenerlo al di là di ogni irragionevole dubbio, ma non con tutti i mezzi a disposizione: farlo manu militari sarebbe la fine del mito americano come potenza illustre, faro del mondo, “esportatrice della democrazia“. Ogni certezza sull’affidabilità degli USA in politica estera crollerebbe nel momento in cui i mercati non potessero più fidarsi di un governo che agisce per un semplice tornaconto personale, facendo carta straccia della Costituzione e di quel minimo formalismo che è necessario mantenere, nell’ipocrisia generale di una politica consapevole delle violazioni quotidianamente sistematiche dei più elementari diritti degli sfruttati e delle tante minoranze del grande Paese.

Trump promette al grande capitale finanziario la sua protezione, ma si tratta di un prodotto ormai logoro, stantio e maleodorante. Puzza di fanatismo esasperato, un qualcosa che oltrepassa i confini della tolleranza e dell’accettabilità (in molti casi) di quella xenofobia, di quel razzismo, di quella intolleranza e discriminazione delle minoranze che gli è propria: neri, omosessuali, donne, diritti civili e sociali sono stati per quattro anni (ed anche di più) sotto il feroce attacco dell’amministrazione sovranista del MAGA (“Make America Great Again“).

Il Mike Pence che oggi, insieme a gran parte dei senatori repubblicani, si smarca dalla decandenza trumpista e dalla caricatura di un presidente che si riduce ad esagitare il manipolo di sostenitori popolari che gli è rimasto, la teppaglia armata di tutto punto, invitandola ad avanzare verso Capitol Hill, quel Mike Pence non è privo di colpe e non può divenire oggi il difensore di un parlamento che ha contribuito a distruggere dalle fondamenta affiancando Trump nella sua decostruente gestione del governo e della società americana.

I personaggi istrionici, vestiti come Buffalo Bill, con tute mimetiche e pistole e fucili alla mano sono degli utili idioti che vengono spinti avanti, per dimostrare al mondo che la folla non si controlla se decide di essere un insieme di indomiti “patrioti“: li chiama così Trump, mentre Biden lo invita a rivolgersi dalle televisioni alla nazione per mettere fine allo spettacolo penoso cui hanno dato vita.

Sono loro quella di una forza che gli deriva ormai da sempre meno rappresentanti dell’Grand Old Party e da invece un sempre più nutrito popolo di neofascisti, negazionisti del Covid, complottisti di QAnon (gente, per intenderci, che crede che i leader del Congresso americano bevano sangue come i vampiri e siano adepti satanici…): sono il suo partito. Il “partito di Trump” che il grande miliardario pieno di debiti evoca, cui si rivolge con toni enfatici e per niente smorzanti gli eccessi da tentato colpo di Stato cui abbiamo assistito: «We love you», dice. «Vi amo», «Ci hanno rubato le elezioni. Vi hanno sempre trattato male. Io vi voglio bene, ma ora andate a casa», che tradotto vuol dire: «State pronti ad una seconda ondata di proteste».

Blandisce i facinorosi eversori che hanno rotto i vetri del parlamento, che si sono seduti sugli scranni dei presidenti di Camera dei rappresentanti e Senato, che hanno rubato leggii e sconsacrato un tempio istituzionale. L’effetto delle immagini è dirompente in tutto il mondo: il simbolo è stato disegnato con accurata precisione. Più dei ricorsi nei singoli Stati americani per cercare di raccattare voti che non ha mai avuto e vittorie che non ha mai conseguito, Trump punta su una legittimazione popolare della sua estenuante protesta, sulla possibilità di portare avanti la giaculatoria sul non riconoscimento della legittimità della carica presidenziale affidata dal corpo elettorale a Joe Biden.

Il carattere intimidatorio del sovranismo, scevro dal rispetto di qualunque regola, la caratteristica propria che possiede e rivendica di stare nel perimetro democratico per usarlo e disfarlo a proprio piacere ricorda molto da vicino il programma dei nazisti che già dalla metà degli anni ’20, per parola di Goebbels e di Goering, andavano affermando che una volta preso il potere non lo avrebbero più lasciato. Si lascia la scelta al popolo fino a che questi non fa la scelta che i sovranisti vogliono, dopo di che la democrazia formale può pure essere superata.

Purtroppo, senza una democrazia sociale, quindi veramente sostanziale, il pericolo sovranista (erede diretto di un autoritarismo che origina dalla triste storia novecentesca) sarà sempre alle porte: i governi liberali e liberisti non lo potranno arginare facendo pagare ai più deboli di questa società i costi delle pandemie o delle guerre messe in piedi per sbarrare le porte a degenerazioni terroristiche cui hanno dato la loro benedizione quando si trattava di movimenti che, indirettamente, facevano gioco alla politica imperialista a stelle e strisce.

Ciò vale tanto al di là dell’Atlantico quanto al di qua, nella vecchia Europa dove l’argine al sovranismo sono gli interessi comuni di Stati che singolarmente non reggerebbero il confronto con le grandi polarizzazioni del capitale in Asia e nelle Americhe. Fino a quando il collante europeo sarà rappresentato soltanto dalla tutela dei privilegi di grandi interessi economici e non dalla costruzione di un vero stato-sociale, il sovranismo di casa nostra avrà buon gioco a mostrare il liberismo per quello che, alla fine della tenzone, si rivela essere: un sistema di sfruttamento della povera gente senza scrupolo alcuno. La forma moderna di un capitalismo che la pandemia ha ancora di più messo alle corde, ma che il mondo imprenditoriale è pronto a sfruttare per accrescere i propri profitti senza soluzione di continuità, senza nessuna pausa di riscatto parzialmente sociale.

La contraddizione è evidente: il liberismo alimenta il sovranismo e il sovranismo si serve della rabbia popolare per custodire la ferocia accaparratrice del liberismo stesso. Il circolo vizioso non lo si spezza provando a mitigare gli effetti dell’economia di mercato su miliardi di salariati e di moderni proletari. Il circolo vizioso lo si interrompe solo mettendo fine al liberismo e superando il capitalismo.

Allora, e solo allora il sovranismo perderà qualunque ascendente sulle masse di sfruttati che, privi di una sponda a sinistra (per favore, ci si risparmi l’offesa intellettiva prima ancora che politica del sentire chiamare il Partito Democratico USA ed anche quello italiano come partiti di sinistra…), si voltano verso le destre più estreme e combattono una rivoluzione antisociale senza saperlo, sposando teorie complottiste che hanno un sapore di rivolta nella mera contrapposizione ad un sistema che viene percepito come ingiusto ma verso il quale non si hanno armi efficaci per batterlo socialmente.

C’è tanta decadenza democratica nell’assalto del “popolo di Trump” al Campidoglio americano. Un punto di non ritorno è stato raggiunto ed oltrepassato. Ma se ne può sempre stabilire un altro e fare in mondo che, questa volta, sia non solo a protezione di una democrazia formale, ma di un nuovo patto sociale, di un nuovo internazionalismo e di una visione alternativa di società che purtroppo Biden e Harris non sono in grado di offrire né al popolo statunitense né al mondo intero.

MARCO SFERINI

7 gennaio 2021

foto: screenshot

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