Lo squadrismo dei bianchi, l’argine del voto nero

Trump/Biden. Un’offensiva che conserva i tratti eversivi che hanno caratterizzato l'amministrazione uscente, con la complicità di parti del Partito repubblicano. Anzi esalta quei tratti eversivi, reazione rabbiosa a una sconfitta, avvenuta grazie all’impegno delle odiate minoranze, che, agli occhi del presidente battuto e dei suoi accoliti, ha anche il sapore di una rivincita di Barack Obama
L'assalto dei trumpiani a Capitol Hill

Squadristi pro-Trump danno l’assalto al senato degli Stati Uniti. La seduta congiunta di senatori e deputati convocata per ratificare l’elezione di Biden è sospesa. Danno la caccia ai repubblicani che hanno osato opporsi all’ordine di Trump di capovolgere il voto popolare del 3 novembre.

In cima alla lista dei bersagli da colpire è Mike Pence, il vice presidente sempre fedele al suo capo anche nei suoi momenti più folli. E Mitch McConnell, il leader dei senatori, politico vecchio stile, attento a non contrastare mai le intemperanze frequenti di Trump. Non stavolta. Di qui la condanna del MAGA, il movimento Make America Great Again, il «partito» di Trump che, ai suoi ordini, ha sempre cercato di pilotare il Grand Old Party.

Anche con minacce fisiche, come s’è visto ieri. Accade tutto questo nel giorno in cui in Georgia il tentativo estremo di Trump e dei suoi accoliti di conservare la maggioranza al senato fallisce, con l’elezione dei due candidati del Partito democratico, Un voto che vede protagonisti un nero cresciuto nella tradizione di Martin Luther King e una mobilitazione dell’elettorato African American, che è stata decisiva.

Quel che si vede a Washington e in Georgia sono le due Americhe del nostro tempo. I prossimi giorni renderanno più chiaro quanto è successo e se e come potrà avere ulteriori sviluppi drammatici.

Intanto vanno registrati gli aspetti positivi del voto in Georgia, anche perché esso segna l’esistenza di un argine vero alla deriva fascistoide impressa dalla destra di Trump nello scontro politico. Il 3 novembre scorso il voto degli African American è stato determinante per l’elezione di Joe Biden. Martedì scorso in Georgia, nel ballottaggio per l’elezione di due senatori dello stato, è stato decisivo per conseguire un pur precario controllo del senato da parte dei democratici, che sommandosi alla maggioranza dem alla camera dei rappresentanti, consente al nuovo presidente di poter contare su un Congresso amico, anche se permanentemente in bilico.

Si tradurrà in più potere, in più posti che contano, il ruolo avuto dagli African Americans. Questo è chiaro. Ma quanto è avvenuto in queste due cruciali tornate elettorali non ha solo conseguenze politiche contingenti. Ha un valore storico e va visto nella prospettiva di un’America maggioritaria determinata a mettere la parola fine alla pretesa di una parte consistente della popolazione bianca di detenere le leve del potere, con disprezzo perfino ostentato verso le minoranze, in particolare quella che ieri era orgogliosamente rappresentata dal reverendo Raphael Warnock, eletto senatore nello stato di Martin Luther King e del suo assistente, il reverendo Andrew Young, sindaco di Atlanta negli anni Ottanta.

Un successo, quello di Warnock, simbolicamente ancora più rilevante perché, come in notevole misura il voto di novembre, è anche l’esito della grande mobilitazione promossa e sostenuta dal movimento Black Lives Matter, una presenza che ha segnato con forza la scena sociale e politica degli ultimi due anni. L’Election Day e il voto in Georgia sono dunque il punto d’arrivo di una lotta con la quale Biden, anche con la scelta di Kamala Harris al suo fianco, ha saputo interloquire, un percorso duro che non chiude certo la lunga stagione americana delle grandi tensioni e delle profonde lacerazioni, ma indubbiamente consente al nuovo presidente e ai democratici di contrastare da posizioni di maggior forza l’offensiva di Trump e dei poteri che lo sostengono.

Un’offensiva che conserva i tratti eversivi che hanno caratterizzato l’amministrazione uscente, con la complicità di parti del Partito repubblicano. Anzi esalta quei tratti eversivi, reazione rabbiosa a una sconfitta, avvenuta grazie all’impegno delle odiate minoranze, che, agli occhi del presidente battuto e dei suoi accoliti, ha anche il sapore di una rivincita di Barack Obama.

Si è visto ieri, proprio nel giorno dei risultati della Georgia, il tentativo estremo di un gruppo di senatori repubblicani, guidati da un personaggio peggiore dello stesso Trump, il texano Ted Cruz, di sovvertire i risultati elettorali nel corso della riunione congiunta di senato e camera dedicata alla ratifica dell’elezione di Joe Biden, mentre una folla di seguaci si radunava a Washington per ascoltare il loro capo sproloquiare di brogli e di elezioni fraudolente e della sua intenzione di “non riconoscere mai e poi mai una vittoria rubata”. per piiu dirigersi verso il Congresso e occuparlo come fosse un colpo di stato.

Che cosa significa la mancata “concessione” della vittoria democratica da parte di Donald Trump e di pezzi del suo partito? Non influirà sull’insediamento di Joe Biden e Kamala Harris ma apre la strada a una situazione senza precedenti, con Trump nelle vesti di presidente che si sente deposto illegittimamente – e dunque non un “ex” presidente – e pertanto costantemente intenzionato a delegittimare il successore per riprendersi il suo posto.

Lo farà allestendo nel suo resort a Mar-a-Lago una sua Casa Bianca “alternativa” da cui incessantemente contrasterà l’azione del presidente democratico. L’area di Mar-a-Lago e dintorni è destinata a diventare il centro nevralgico del Maga, il movimento pro-Trump (Make America Great Again), dove già si muovono ideologi, strateghi, organizzatori e finanziatori della rivincita di Trump.

L’incubo di un Trump “a vita”. l’horror fantapolitico che si prefigura con la sua rielezione, si presenta di nuovo nella inedita versione del presidente che non si fa da parte. Un brutto film che potrebbe accompagnare la presidenza che s’accinge a entrare in carica, ma che potrebbe anche finire presto e molto male per il suo protagonista. Ieri al Congresso si è visto un Partito repubblicano diviso e allo sbando.

Un partito che l’ha sempre vissuto come un intruso ma al quale si è piegato per convenienza. Una parte resta al suo fianco. Ma sarà ancora con lui che alle prossime elezioni di medio termine, tra due anni, il GOP potrà sperare in una rimonta? La botta presa in Georgia fa pensare che la sua boria di capo indiscusso funziona solo con i suoi mazzieri che con lui inevitabilmente finiranno sotto processo.

GUIDO MOLTEDO

da il manifesto.it

foto: screenshot

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