La “parte giusta della Storia” non è tra quelle in campo

Mentre una colonna di blindati russi lunga circa 60 km viaggia verso il fronte interno ucraino, mentre le città sono costantemente bombardate, mentre Mariupol è praticamente cinta d’assedio e...
Vladimir Putin e Volodymyr Zelens'kyj

Mentre una colonna di blindati russi lunga circa 60 km viaggia verso il fronte interno ucraino, mentre le città sono costantemente bombardate, mentre Mariupol è praticamente cinta d’assedio e Kiev è quasi tagliata fuori dal resto del paese, il dibattito che prende corpo in televisione e sui giornali è la follia del presidente russo.

E’ il più comodo degli alibi di tutti i tempi e di tutti gli avversari del presunto pazzo al potere, ritenere e far ritenere in preda al delirio di onnipotenza chi invece lucidamente, fin troppo lucidamente, ha pianificato una serie di contromisure espansionistiche ed imperialiste nei confronti di uno specularissimo espansionismo imperialistico mostrato da quel campo opposto che chiamiamo “Occidente” e che, molto più veritieramente, dovremmo definire l’Alleanza atlantica tra USA ed Europa.

Il finto spaesamento di tante cancellerie, presidenti e commentatori di ogni parte politica davanti alle mire di Putin non può e non deve sorprendere perché, se da un lato la Russia si mette dalla parte sbagliata della Storia aggredendo un paese sovrano e facendolo a pezzetti, uccidendo indiscriminatamente militari e civili, aprendo uno scenario di guerra nel cuore dell’Europa, dall’altra non c’è la ragione morale e la legittimità politica a tutto tondo.

La politica estera di Putin era evidente già da tanti anni: ben prima dell’occupazione della Crimea si sapeva che su quella intercapedine tra Unione Europea e Russia rappresentata da Bielorussia e Ucraina, poggiava tutta la fragilità di un ordine precario, fatto di tregue stipulate solo in nome di un attendismo pronto a guadagnare tempo, per riposizionarsi meglio da entrambe le parti.

Mosca da un lato e la NATO dall’altro hanno giocato fino ad oggi ad un posizionamento delle proprie pedine, cercando di capire chi avrebbe fatto la prima mossa con la prima minaccia. Chi si sarebbe stancato prima dell’aspettare, del rimandare piani di allargamento delle proprie sfere di influenza nel ridisegno di una geopolitica mondiale che mutava repentinamente dall’Asia all’Africa, dagli stravoglimenti governativi in America Latina ai veri e propri cambiamenti di asse nel Medio Oriente.

La guerra scoppiata nemmeno una settimana fa viene alimentata con invii di enormi quantitativi di armi da parte dei governi europei. Certo, si dirà, gli ucraini vanno aiutati e i russi non si possono fermare solo con le sanzioni economiche, con l’espulsione dallo SWIFT o con il crollo del rublo e l’obbligare la borsa moscovita alla chiusura. Tutto assolutamente vero. E, del resto, questo è – probabilmente – l’unico modo per evitare che la NATO e gli USA scatenino davvero un conflitto planetario con il rischio che, asticella dopo asticella alzata, si arrivi al termonuclearismo vero e proprio, ben oltre le gravissimi minacce di Putin.

Alla guerra si può rispondere in due modi soltanto: facendole guerra o rifiutandosi di parteciparvi. Non c’è eroismo nell’uccidere e non c’è vigliaccheria nel non voler ammazzare nessuno. Ci vuole molto più coraggio ad essere imbelle in un mondo spartito tra le grandi potenze a suon di fucilate, cannonate e bombe a grappolo, che ad imbracciare un fucile e sparare contro qualcuno.

Questo non è pacifismo tout court, insensibilità nei confronti delle sofferenze del popolo ucraino. E’ l’esatto opposto: è reclamare il diritto ad una terza via che sfugga al dualismo che oggi impera e che pretenderebbe di costringerci a schierarci. O con l’Occidente o con Putin.

Una scelta impossibile, perché chi si è sempre schierato contro ogni guerra, contro ogni intromissione politica ed economica di uno Stato nei confronti di altri Stati, meno che meno oggi può vedere nella difesa del governo ucraino la difesa della pace; mentre può scorgere nel sostegno al popolo ucraino l’unica scelta coerente con un percorso di stretta attualità storica che ha sempre condannato la guerra rinverdendo tanto il punto di vista evangelico quanto quello più laico dell’internazionalismo e del confronto aperto tra le nazioni.

I russi, però, non li fermi con le parole e quindi va dato atto che tutti coloro che si stanno opponendo all’aggressione di Putin all’Ucraina sono dalla parte giusta di una storia tutta nuova e, allo stesso tempo, non slegata dai suoi prodromi che affondano le radici nei decenni scorsi: anni in cui l’Occidente ha consentito a Putin di muoversi liberamente in Africa e in Medio Oriente.

Non c’è leader europeo che non gli abbia stretto la mano e si sia congratulato con lui per la sua visione “europeista” del mondo russo, mentre giornalisti oppositori del regime venivano assassinati, ex appartenenti al KGB finivano male i loro giorni a causa del Polonio e giovani omosessuali che reclamavano diritti civili anche in Russia erano arrestati a migliaia proprio come i pacifisti che osano sfidare il regime in questi giorni nelle più grandi città della Grande Madre.

L’ipocrisia occidentale si sposa perfettamente con il cinismo con cui poi tratta le nuove aree di spartizione di territori che finiscono per essere il centro del contendere: del conflitto in Donbass è interessato molto poco a tutte e tutti. Si sapeva che la guerriglia indipendentista aveva strappato alcuni lembi di terra, occupato Donetsk e Lugansk e che, dopo gli accordi di Minsk, si era trovato un compromesso temporaneo per riposizionarsi, per riconsiderare le forze e tutte le condizioni economiche e politiche presenti sul campo.

Davanti alla minaccia russa di una invasione dell’Ucraina, se davvero l’Occidente fosse dalla parte giusta della Storia, l’ultima cosa da fare sarebbe stata quella di tollerare, dopo le sue prime dichiarazioni, altre aggressioni verbali di Stoltenberg nei confronti di Mosca. Se davvero Putin fosse entrato in corto circuito di follia, la circospezione andrebbe aumentata davvero esponenzialmente, curando al massimo i rapporti diplomatici e non lasciando che ad una megalomane voglia di ricostituzione delle antiche frontiere sovietiche si contrapponesse il ringhiare della NATO.

Non esiste una parte giusta da cui stare se non quella della pace, della fine immediata del conflitto che va accompagnata dal progressivo smantellamento dell’Alleanza atlantica: si è dimostrata efficace solo nella reazione offensiva alle minacce di Putin e non ha mai rappresentato, né tutt’ora rappresenta un deterrente contro i conflitti. Se è vero che le democrazie debbono difendersi dalle tirannie e dai dittatori, è altresì vero che il monopolio della forza non lo hanno solo gli autocrati ma anche i presidenti democraticamente eletti.

Sappiamo cosa distingue la libertà occidentale dall’autoritarismo russo e cinese: il rispetto formale dei diritti civili. Per il resto le similitudini tra i differenti centri di potere politico ed economico rischiano di non contarsi, tante e tali sono. In quanto a considerazione dei diritti umani, non esiste nessun potere statale che sia al riparo dalle accuse di Amnesty International che monitora ogni giorno le violazioni di trattati, di costituzioni, di norme del diritto e di leggi che quei poteri dicono di voler rispettare.

E, poi, per quanto concerne i diritti sociali, il rispetto della dignità della persona nel lavoro e sul lavoro, vale il principio per cui laddove la globalizzazione ha esteso i disvalori del liberismo nel mondo – quindi praticamente un po’ ovunque, Russia e Cina comprese – lo sfruttamento è compreso nella normalità quotidiana, nelle legislazioni che dovrebbero tutelare i moderni proletari e i tanti schiavi di una modernità che si imbelletta con la immane produzione di merci che finge essere la vera ricchezza sociale ed individuale.

Dobbiamo fermare Putin e dobbiamo fermare gli opposti imperialismi, senza illuderci che la bandiera dell’Ucraina, così tanto sventolata oggi, sia praticamente la bicromia sintetica di un pluricromatismo pacifista che viene scambiato purtroppo come cedevolezza, come rassegnazione, come utopismo idealistico.

Vince ancora una volta l’opportunismo della realpolitik che uniforma le coscienze e le dirige verso una guerra imprevista per i tempi con cui si è sviluppata, ma assolutamente prevedibile se davvero dalla parte nostra, quella delle democrazie occidentali, vi fosse la buona fede che si dice esserci nel voler contrastare qualunque precipitare dell’umanità in un nuovo grande, totale conflitto mondiale.

Accettare le critiche pretenziose di inconcludenza affibbiate dagli interventisti “dalla parte giusta della Storia” al movimento per la pace è innaturale prima ancora che incoerente. Le mire di Putin sono assolutamente eticamente definibili come “criminali” e “omicide”: una guerra è un crimine, è per l’appunto omicidio, violenza sulle masse, indiscriminatamente. E’ lo sconvolgimento di quella “normalità” di vita che, ogni giorno, pure comprende tante altre piccole guerre e sofferenze che ci hanno abituato a definire il altro modo: dalle morti nei cantieri allo sfruttamento nei campi, dal mantenimenti di tutta una serie di privilegi da parte dei ricchi alla guerra tra i poveri fomentata nel nome del patriottismo e del “prima gli italiani”.

Non sono forse guerre anche queste? Per lo meno è lotta di classe, che i finti partiti progressisti etichettano come anacronistica nel nome delle “compatibilità” del sistema, della “sostenibilità” e della “governabilità”. Ma quante belle parole per nascondere surrettiziamente il dramma quotidiano di milioni di persone che non riescono a vivere e che tirano avanti senza potersi curare, senza poter vedere i loro diritti sociali, civili e quindi umani trovare piena affermazione…

Putin è riconoscibile come autocrate e tiranno. Solitamente le dittature non si nascondono per quello che sono. Almeno quelle che fanno sfoggia del loro potere per intimidire il resto del mondo e pavoneggiarsi per superiorità e potenza. Le democrazie autoritarie, invece, sono più infidamente subdole: de jure sono rispettose di tutti i diritti dei cittadini e, poi, de facto li negano al primo sciopero, alla prima protesta contro politiche che restringono i finanziamenti pubblici a vantaggio di quelli, ovviamente, privati.

Non schierarsi dalla parte di Putin non vuol dire stare dalla parte di Biden e Stoltenberg. E così il viceversa. Non esistono scelte possibili soltanto nell’alternanza tra due diversi, ed al tempo stesso simili, sistemi di controllo dei popoli per l’arricchimento di un numero sempre minore di individui.

Così come non si può scegliere soltanto tra la guerra e la guerra. Ma anche tra la lotta contro le guerre fatta da chi decide anche di imbracciare un fucile e battersi per una vera rivoluzione democratica e popolare nel suo paese e chi invece pensa che sia più giusto evitare che un’arma in più spari, che altre pallottole volino veloci contro corpi vivi che, in pochi istanti, cadono a terra per somigliare alle pietre delle case appena bombardate.

MARCO SFERINI

1° marzo 2022

foto: screenshot You Tube

categorie
Marco Sferini

altri articoli