Il Mattarellum e la sindrome da ballottaggio

Dopo aver proclamato che l’Italikum rappresentava la più bella legge elettorale mai scritta e che tutta l’Europa l’avrebbe imitata il PD renziano “a vocazione maggioritaria” ha ripiegato sul vecchio...

Dopo aver proclamato che l’Italikum rappresentava la più bella legge elettorale mai scritta e che tutta l’Europa l’avrebbe imitata il PD renziano “a vocazione maggioritaria” ha ripiegato sul vecchio “Mattarellum”, il sistema misto proporzionale (25%) – maggioritario (75% di collegi uninominali “plurality”) con il quale si era votato per le elezioni politiche del 1994, 1996, 2001 in un quadro di bipolarismo formato da alleanze molto larghe.

L’effetto era stato quello dell’alternanza, anche se non erano mancati colpi di mano di vario tipo: nella legislatura iniziatasi a Marzo a 1994, si era avuta l’affermazione del centro destra attraverso una doppia alleanza, al Nord tra Forza Italia (appena costituita) e la Lega, al Centro – Sud tra Forza Italia e Alleanza Nazionale (in quel momento semplice cartello elettorale, trasformatosi in partito grazie alla liquidazione del Movimento Sociale Italiano, avvenuta nel febbraio del 1995 con il congresso di Fiuggi).

Da quel voto scaturì il primo governo Berlusconi con la maggioranza alla Camera mentre al Senato fu necessaria la transumanza di alcuni senatori eletti con il Partito Popolare – Patto Segni: com’è noto il primo governo Berlusconi durò all’incirca sei mesi per poi cadere a causa di un avviso di garanzia rivolto al presidente del Consiglio; ne seguì un ribaltamento parlamentare con la formazione di una maggioranza PDS – Popolari – Lega Nord per appoggiare il governo Dini, formato da tecnici.

Nell’aprile del 1996 si tornò alle urne: la Lega Nord si era staccata dall’alleanza di centrodestra (in questo momento denominata Polo della Libertà) mentre Rifondazione Comunista aveva stretto un patto di desistenza con il centrosinistra, formato da DS , Popolari e altre formazioni. Si determinarono in questo modo le condizioni per il successo dell’Ulivo (denominazione dell’alleanza di centrosinistra) e la formazione del governo Prodi la cui maggioranza, però, non risultò autosufficiente e quindi necessitante dell’appoggio esterno di Rifondazione Comunista.

Nell’autunno del 1998 Rifondazione Comunista ritirò l’appoggio e fu necessaria una duplice scissione per arrivare alla fine della legislatura (cambiando nel frattempo due presidenti del Consiglio succeduti a Prodi, D’Alema e Amato): la scissione dello stesso PRC con la formazione del Partito dei Comunisti Italiani e quella del centro destra, auspice Cossiga, con la formazione (dopo qualche passaggio) dell’UDEUR.

Le elezioni del 2001, assunta dal sistema una veste più definitamente bipolare, si registrò l’affermazione di un centrodestra compatto ( l’egida, in quest’occasione era quella della “Casa delle Libertà”) comprendente Forza Italia, Alleanza Nazionale, Lega Nord e UDC.

A legislatura inoltrata, nel 2005, il centrodestra temendo nelle imminenti elezioni di subire una cocente sconfitta (com’era già accaduto nelle elezioni regionali) si provvide a mutare il sistema elettorale varandone uno proporzionale con premio di maggioranza e liste bloccate poi dichiarato incostituzionale con sentenza dell’Alta Corte 1/2014.

La ricostruzione si ferma a questo punto perché si trattava di dimostrare tre cose:

  1. Il Mattarellum per funzionare deve prevedere un forte profilo bipolare adottato da elettrici ed elettori;
  2. Per assumere questo profilo bipolare nella realtà della situazione italiana è necessario stabilire legami di larga alleanza tra diverse forze politiche;
  3. In ogni caso non esiste nessun meccanismo automatico che garantisca l’omogeneità delle maggioranze tra Camera e Senato, considerato che l’elezione di quest’ultimo in base a quanto stabilito dalla Costituzione deve avvenire “su base regionale”.

Di conseguenza il PD dovrebbe, prima di tutto, dismettere l’abito della cosiddetta “vocazione maggioritaria” indossato con la segreteria Veltroni e ben rincalzato nel corso della segreteria Renzi; in secondo luogo determinare una condizione di assetto bipolare; questione questa, al momento, del tutto irrealistica considerato che appare evidente come si siano strutturati tre blocchi, al momento equivalenti e non disponendo lo stesso PD di un plausibile sistema di alleanze.

Da aggiungere, per definire meglio la realtà del Mattarellum, che le liste per la parte proporzionale (sia pure di ridotte dimensioni) rimangono comunque bloccate senza possibilità di preferenza per l’elettrice o l’elettore e che risulta una grandissima “bufala” quella della vicinanza tra l’eletto e il suo elettorato considerata la ridotta dimensione del collegio. A parte la distanza surreale ormai esistente tra chi occupa le istituzioni e i cittadini (distanza siderale che come si può osservare nell’attualità comprende bene anche il M5S) non è risolto il problema dei candidati “paracadutati” dal centro delle segreterie dei partiti nei collegi giudicati “sicuri” per una parte o per l’altra, relegando magari i candidati locali nei collegi cosiddetti “marginali” in quelli cioè dove si rischia.

Nel frattempo si è dimostra che il PD renziano soffre ormai della sindrome da ballottaggio.

I suoi esponenti, infatti, non avevano minimamente valutato e previsto che la loro disastrosa conduzione del governo avrebbe portato a una situazione che si è verificata con limpidezza in occasione del referendum ma che già si era segnalata durante i ballottaggi per le elezioni amministrative: un PD isolato e arroccato sulle sue posizioni ed espressioni assolutamente lontane dalla difficile realtà del Paese (la storytelling dell’ottimismo) riesce a formare inevitabilmente una coalizione “contro” che nel caso di voto diretto si riunisce immediatamente nelle urne.

In questo senso l’opinione pubblica è ormai spaccata: i sondaggi ci dicono che il 65% dell’elettorato è assolutamente negativo circa la formazione del governo Gentiloni ( poco di più della percentuale del “NO” al referendum). Se analizziamo questo giudizio per appartenenza politica notiamo che l’elettorato PD è, invece, per il 70% (in calo rispetto alla quota di SI nel referendum) favorevole al nuovo governo.

Transitato questo 70% sul piano elettorale e preso atto davvero del fatto che esiste la possibilità di tre blocchi presenti alle elezioni costatiamo la misura della probabile impraticabilità del Mattarellum.

Il PDR dovrebbe tentare la carta di un sistema di alleanze, ma anche in questo caso emerge una difficoltà all’apparenza insormontabile: l’NCD (che potrebbe voler dire qualche collegio siciliano) quindi il “Partito della Nazione (magari con scelta Civica e parte dell’UDC) oppure Sinistra Italiana (che pare indisponibile comunque) e/o il “Campo progressista” (se mai si farà) di Pisapia e Zedda per rinnovare la nostalgia dell’Ulivo?

Una scelta difficile che potrebbe avere anche effetti sulla tenuta interna del PD: tenuta mai a rischio come in questa fase.

“Mattarellum” di problematica proponibilità in questa fase piena d’incognite.

La proporzionale appare davvero l’unica possibilità per far ripartire il sistema e ricostruire una, sia pur larvata, identità per le forze politiche (al riguardo delle quali si fa grazia, in quest’occasione, di esaminare la condizione di vita interna).

FRANCO ASTENGO

21 dicembre 2016

foto tratta da Pixabay

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