Fenomenologia dei santini elettorali

Puntualmente, in coincidenza con le scadenze elettorali locali, i quartieri, le strade, i portoni, le caselle postali e, da pochi anni, la rete internet, vengono invasi da “santini” di...

Puntualmente, in coincidenza con le scadenze elettorali locali, i quartieri, le strade, i portoni, le caselle postali e, da pochi anni, la rete internet, vengono invasi da “santini” di ogni tipo, ritraenti personaggi i quali, presi dal desiderio di quel quarto d’ora di celebrità che la società dello spettacolo non nega a nessuno, immancabilmente pongono al disopra o al disotto del loro volto, ritoccato e trasfigurato in ammiccante icona, una serie di sintagmi, ossia di parole giustapposte,non classificabili come frasi, in quanto prive di verbi, la cui natura stessa di non frase evidenzia la non azione, la sospensione dei modi dei tempi, l’extraterritorialità esistenziale degli assunti enunciati.

Nei rari casi in cui il verbo è invece espresso, esso appare quasi sempre all’infinito (“costruire”, “cambiare”, “crescere” ecc..), a significare la natura aleatoria e non specificata nel tempo e nello spazio di un’azione posta al massimo come lontana “idea regolativa” di un presente la cui concretezza è l’esatto opposto di quanto enunciato.

Se per un attimo ci soffermassimo a prendere sul serio quella messe di carta che solo l’aumento delle commesse ai tipografi rende sensata, potremmo ricostruire un interessante spaccato del presente, un bestiario dal quale emerge in negativo l’impronta dello sfacelo culturale e politico determinato da trent’anni di distruzione dei corpi intermedi e di ogni forma di tessuto connettivo della democrazia: piccoli narcisismi esibiti, impegno politico visto come mera carriera personale o, nel caso di candidati molto giovani, come “parcheggio” e metodo per avviare un percorso lavorativo, il tutto entro una non conoscenza delle problematiche politiche globali ed una pedissequa ripetizione di mantra preconfezionati in una sorta di supermercato delle soluzioni facili da vendere al miglior offerente.

Emerge, dunque, da ciò una politica senza idee e senza ideali, nella quale l’unico orizzonte è quello del presente, eterno ed immutabile, della naturalizzazione delle diseguaglianze, della non problematizzazione della realtà, dell’assenza di spirito critico, sostituiti da un neocorporativismo di piccole camarille perennemente in guerra per strappare qualche briciola ad una globalizzazione che le candida, al massimo, a porsi come gestrici per conto terzi dell’esistente.

Questa pletora di yes men piccoli, medi e grandi, che va dal consigliere di zona al “premier rampante” di turno, sia esso, nella versione “rispettabile”, il Renzi, il Trudeau o il Macron o il candidato che “lavora per la città” (pur con le ovvie differenze di spessore cultuale fra i vari livelli), oppure nella versione “dura”, da spauracchio sovraesposto mediaticamente per favorire il “voto utile”, il Salvini, la Le Pen e il leaderino dei comitati xenofobi e securitari di quartiere, agisce sostanzialmente come gli uomini politici dell’Italia postrisorgimentale e giolittiana, quando gli eletti nei vari collegi non erano altro che i terminali politici di una filiera corporativa di interessi economici locali dai quali le grandi masse erano espulse, tanto al tempo del suffragio legato all’alfabetizzazione, quanto a quello del suffragio universale, ovviamente rigorosamente maschile.

Questi grandi, medi e piccoli notabili, dal “deputato di collegio” al consigliere comuale, esattamente come i candidati “generalisti” dei santini di oggi, incentravano la loro campagna elettorale sugli incontri con le “professioni”, le “categorie produttive”, le lobbies, i gruppi economici influenti, a ciascun incontro ragionando solo ed esclusivamente sul “particulare” del caso, mentre intorno il mondo mutava senza che essi volessero o potessero accorgersene. Al contrario di oggi, però, a quel tempo un grande movimento operaio e socialista mondiale stava organizzando enormi masse di quello che, sino a pochi anni prima, era stato il “volgo disperso che nome non ha” di manzoniana memoria, e che, nel volgere di un secolo, avrebbe portato a rivolgimenti storici inediti, dalla nascita della Prima internazionale nel 1864, alla Comune parigina del 1871, sino alla grande Rivoluzione russa, figlia della tragedia della Prima guerra mondiale, e all’avvento delle democrazie di massa come prefigurazione di più avanzate forme di democrazia sociale, a seguito della vittoria contro il nazifascismo.

Oggi quel lungo ciclo storico che ha portato allo sviluppo delle società di massa, figlio tanto delle lotte sociali, quanto delle necessità espansive dell’economia capitalistica, si è esaurito a seguito dei processi di globalizzazione e di finanziarizzazione dell’economia, oltre che per la sconfitta storica del socialismo sovietico, visto (a prescindere dal giudizio che se ne dà) come una minaccia da un Occidente che, di fronte ad esso, era pronto a larghe concessioni economiche e politiche alle classi subalterne; al suo posto, la frammentazione della classe lavoratrice novecentesca, distrutta culturalmente ed economicamente e sciolta in mille rivoli di precariato o scoscientizzato, ha creato una melassa di qualunquismo, individualismo e disperazione di massa, facile preda dei peggiori fascismi che sempre di più si riproducono replicandosi infinite volte attraverso le reti sociali, unico strumento dal quale le grandi masse, e soprattutto i giovani, si (dis)informano.

L’era della postverità, dunque, viene qui a coincidere con l’era della postpolitica, entrambe costituenti un gigantesco regresso sociale e civile che, in assenza di un nuovo soggetto plurale, transnazionale, aperto e partecipato, porterà inevitabilmente ad una dissoluzione della Repubblica e della democrazia, sostituite da un sistema neocorporativo ed oligarchico in cui il Partito del denaro, diversamente declinato dalle grandi imprese, ai fondi d’investimento, sino alle medie imprese nazionali ed i gruppi di pressione locali (la vicenda tav – terzo valico, per il livello di compenetrazione ideologica con la politica in questo senso, è emblematica), la faranno da padroni, entro un quadro in cui l’incubo fascista, nella sua inedita e devastante versione telematica, potrà sempre fuggire di mano agli apprendisti stregoni di un capitale che sta devastando ambiente, vite e coscienze.

Naturalmente, la storia è fatta dagli umani, e dunque starà ad essi far sì che tutto ciò non accada.

ENNIO CIRNIGLIARO

30 maggio 2017

foto tratta da Pixabay

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