Democrazia e stato-sociale dalla “Guerra fredda” alla guerra in Ucraina

Scrive più volte Hobsbawm nelle sue opere, tra tutte il celebre “Il secolo breve“, che il livello di benessere che andò progressivamente aumentando nell’Occidente europeo (nonché in quello americano)...

Scrive più volte Hobsbawm nelle sue opere, tra tutte il celebre “Il secolo breve“, che il livello di benessere che andò progressivamente aumentando nell’Occidente europeo (nonché in quello americano) fu senza ombra di dubbio l’effetto del connubio tra espansione democratica e consolidamento dello stato-sociale, ma che tutto questo fu oltremodo possibile proprio grazie alla competitività che si cercò nella contesa mondiale tra i due blocchi.

E’ una tesi che viene condivisa da altri studiosi e anche da analisti politici che si sono confrontati per anni e anni con l’analisi hobsbawmiana. Ed è una tesi che, se confrontata con i dati che ancora oggi possiamo chiaramente comparare tra sviluppo occidentale e sviluppo del blocco sovietico (nonché del resto del mondo), rivela la sua caparbietà nel mostrare e dimostrare che più di tutto fu sempre e soltanto il mercato capitalistico e la strutturazione economica dello stesso a far girare l’elica della Storia tanto nazionale quanto globale.

Dopo il 1945, con la ricostruzione di interi Stati e la rimessa in moto di economie che da “territoriali” divennero continentali, aperte agli scambi su tutto il globo, la vita sociale dell’Italia si trasformò radicalmente e fu consentito di rendere massivi quei consumi che fino ad allora erano stati appannaggio di una sola classe: quella dei proprietari, dei possidenti, dei ricchi, dei padroni.

Il consumismo che ne ebbe seguito, fu il prodotto di una stagione lunga di ripresa che andò poggiandosi essenzialmente sulla ricostruzione dell’intero Paese: letteralmente con l’esplosione dell’edilizia, della riedificazione di intere città, di interi quartieri dei grandi centri industriali del Nord, con una urbanizzazione forzata, indotta dalla misera di un mondo agricolo che non poteva reggere il confronto con gli standard mitteleuropei.

Dal “Piano Marshall” fino agli anni ’70, quelli della rivolta, del riflusso e del fracasso, intrisi di tentativi di colpi di Stato e di terrorismo, di tensioni classiste e di un rafforzamento sempre maggiore del ruolo del lavoratore nel contesto produttivo italiano (ed europeo), i governi della Repubblica cercarono – con alterne vicende – compromessi con quella parte del Paese che era erede del partigianato e si riconosceva nelle ragioni della classe operaia, della mezzadria che si organizzava per lottare contro uno sfruttamento medievale del lavoro delle campagne, degli studenti in rivolta e del mondo della cultura che ne sosteneva – con qualche giusta equidistanza da un acriticismo ideologico e un po’ stucchevole – le ragioni e le rivendicazioni sempre più rumorose.

Si trattava di una Italia dinamica, che sapeva di poter contare su una certa parte politica, fondamentalmente sul PCI ma anche sulle sinistre critiche e antistaliniste, libertarie e già con qualche vena ambientalista nella tracciatura dei programmi e delle lotte.

Una Italia proletaria che aveva dalla sua un sindacato in grado di essere davvero quella “cinghia di trasmissione” tra le rivendicazioni dei salariati e la più complessa sosvrastruttura istituzionale che, proprio nella non volutamente semplicistica architettura democratica, elaborava tutti i passaggi necessari a regolare la vita della giovane Repubblica in un contesto dove il capitalismo continentale iniziava a mostrarsi come “necessario” per i singoli Stati, per creare quel “mercato comune” che sarebbe stata la base su cui erigere le malferme fondamenta di un assemblaggio, più che altro, di tante debolezze socio-economiche.

Malgrado i governi della Democrazia cristiana e del Pentapartito fossero atlantisti e filo-occidentali quanto basta per collocare l’Italia nella pienezza dello sviluppo liberista; malgrado abbiano rappresentato per l’Italia un impedimento per la realizzazione di riforme sociali degne di questo nome, obbedendo ad un protocollo politico devoto alle ragioni del libero marcato, del profitto e, via via che ci si avvicinava agli anni ’80 e ’90, dell’alta finanza; nonostante pure siano stati il brodo di coltura di una corruttela esplosa con la fine di una parte di quel mondo apparentemente stabilizzato nella contesa tra i due grandi blocchi contrapposti, ebbene, quei governi sono stati – ormai senza ombra di dubbio – più vicini al dettato costituzionale di tanti altri che li hanno succeduti.

Ogni anno, Confindustria e giovani industriali disegnano uno scenario di disagio sociale entro una cornice di mancato sviluppo economico-industriale. Lo fanno avendo come metro di valutazione il costo del lavoro dovuto alle imposte, alle tasse, a costi di produzione che sembrerebbero quasi dipendere esclusivamente dalle aliquote fiscali che gli tocca pagare per avere così tanti profitti e tante imprese ancora da gestire.

Ed ogni anno, qualunque sia il governo che si avvicenda a Palazzo Chigi ormai da decenni, le promesse sono sempre le stesse: detassazione, defiscalizzazione, scudi e protezioni per l’impresa. E per il lavoro un aumento della flessibilità, dei contratti sempre più discrezionalmente di proprietà del padronato, dove il sindacato fa fatica ad intervenire, dove lo spezzettamento e la parcellizzazione fanno il grosso dell’agenda propriamente politica degli imprenditori.

L’Italia dell’espansione economica post-bellica è oggi veramente solo un ricordo. Quella era l’Italia della DC che, da partito di massa, un’occhiata alle masse la sapeva buttare e ascoltava gli umori e i bisogni della popolazione per non lasciarla tutta alla più radicale, eppure sempre riformista, critica dei comunisti italiani, rischiando così crisi di governo e, addirittura, un ricollocamento internazionale dell’Italia nello scenario globale, se le elezioni le avesse vinte il PCI insieme alle altre forze di sinistra.

Oggi il nostro Paese è privo di qualunque autonomia nella gestione dei conti pubblici: dal Mercato Comune Europeo si è passati ad una Unione Europea che ha la pretesa di essere un grande organismo sovranazionale, di tendenza un po’ federativa o federalista, ma incapace di far prevalere il tono politico e sociale su quello economico e finanziario.

In poche parole, se con il liberalismo democristiano si poteva ancora ipotizzare un dialogo, da sinistra, un confronto parlamentare per cercare di dare una soluzione a problemi di vasta portata sociale, oggi i tanti mutamenti che si sono affastellati nel tempo non permettono più di avere nessun tipo di speranza in merito.

Il quadro internazionale è completamente stravolto rispetto a soli vent’anni fa, quando pure si era già sideralmente lontani dal pentapartitismo e ci si allontanava dal craxismo per finire tre le grinfia dell’imprenditore che si fa Presidente del Consiglio. La geopolitica attuale ha, infine, messo una pesantissima ipoteca sulle possibilità che l’Europa di Maastricht e di Dublino possa, in tempi ragionevolmente brevi, diventare un valore aggiunto per le economie nazionali e un sostegno per le politiche degli assi che si stanno prendendo forma.

Non ha affatto torto chi sostiene che, dati gli attuali rapporti di forza e le attuali condizioni, l’Europa è prepotentemente presente negli ambiti nazionali nei capitoli di spesa pubblici, mettendo al primo punto della propria agenda la distribuzione dei fondi del PNRR essenzialmente alle grandi imprese, e praticamente ininfluente sul piano internazionale: la contesa dei due imperialismi nella guerra di Ucraina lo rende evidentissimo.

Abboccamenti e colloqui tra le parti in guerra (quindi tra Russia, NATO e Stati Uniti) vengono favoriti da singoli presidenti come Macron o da autocrati spietati come Erdogan. Non da Ursula von der Leyen a nome dell’intera comunità dei 27. La totale assenza di un protagonismo politico europeo non prende nemmeno le parvenze di un convitato di pietra nei tentativi di diplomatizzazione della crisi in atto.

Il tutto con il popolo ucraino messo nel mezzo anche dal proprio governo, con la pretesa di spostare il baricentro storico di Kiev da oriente ad occidente per farne trarre vantaggio agli oligarchi che hanno fatto eleggere e che tutt’ora sostengono Volodymyr Zelens’kyj.

In questo complicatissimo scenario internazionale, l’Italia di Mario Draghi è preda delle convulsioni di una maggioranza di unità nazionale priva di unità e priva anche della nazione. Il gradimento nei confronti di un governo fintamente tecnico, che ha perso il controllo della crisi pandemica e che lo sta perdendo di sé stesso, pur investendo fino al 2% del PIL in spese militari, in ossequio alle direttive di Stoltenberg e di Biden, scende precipitosamente nelle valutazioni sondaggistiche.

Così la lotta per la successione draghiana si fa impellente, perché nessuno vuole arrivare secondo: mentre i Cinquestelle litigano sulle telefonate tra Grillo e l’ex presidente della BCE, Salvini inizia a giocare la sua partita sul fronte interno alla maggioranza e su quello esterno del confronto con una opposizione meloniana che teme si accresca del contributo di Conte.

A questo è ridotta la politica italiana: non a grandi strategie, anche a dignitose tattiche di riconsiderazione dello stato sociale del Paese, della sua condizione di subalternità ai dettami di Bruxelles e di Francoforte, con un Parlamento di Strasburgo che ratifica solamente le decisioni della Commissione europea.

Semmai a risolvere faide interne di un potere di rappresentanza istituzionale di bisogni che, chiunque prevalga, saranno sempre e soltanto quelli di chi da troppo tempo viene individuato come l’unico motore dell’economia italiana: il mondo padronale dell’impresa.

I lavoratori vengono citati sono nella scarna e utilitaristica declinazione della “gente” che non arriva a fine mese. Una indistinzione a-classista degna della Lega, dell’intersezione tra gli interessi opposti, tipica di qualunque populismo e ora propria pure di un sovranismo becero, esclusivista che, per dare argomentazione alle proprie pericolose amenità e sostenersi nel galleggiamento maleodorante di un potere stantio e ruffiano, mette in scena il giochetto della contrapposizione dell’attività parlamentare su “Ius scholae” e cannabis con “i veri problemi del Paese“.

Una captatio benevolentiae che è già stata sperimentata da milioni di italiani che hanno creduto alle promesse di Salvini e Meloni e che, se provano a voltarsi dall’altra parte per cercare una alternativa, finiscono col trovare soltanto una brutta copia di un centrosinistra non tanto di primo modello, quello del già citato Pentapartito a trazione democristiana prima e socialista poi, ma persino di quello già raffazzonato della disperazione antiberlusconiana dalle sembianze di un Ulivo prima e di una Unione poi…

Hobsbawm aveva ragione: l’evoluzione democratica (e liberale) di certi Stati in Europa, unitamente alla creazione delle minime condizioni di vivibilità per i lavoratori di allora, per rigenerare quotidianamente quella forza lavoro e aumentare la domanda, era stata possibile solo grazie alla competizione mondiale. Oggi questa contrapposizione riemerge sullo strascico dell’onda pandemica e principalmente con il pretesto della difesa di un popolo russofono da un lato e di quello ucraino dall’altro, quindi nella concretizzazione di una guerra sul campo che è la manifestazione oggettiva di questo nuovo scontro globale.

Ma l’Italia, e soprattutto l’Europa, non hanno e non avranno un ruolo in tutto ciò. La conseguenza più prossima è un logoramento democratico e di ciò che rimane delle garanzie sociali, a tutto vantaggio di due economie che si riverberano nei rispettivi sogni imperiali di espansione e dominio del mondo per rimanere un passo avanti agli altri e poter garantire a sé stessi una sopravvivenza migliore rispetto alle altre.

Democrazia e diritti sociali sono, in questo mondo in guerra, vittime al pari di tutti coloro che già ieri, oggi e domani vedranno le loro vite scarnificate, lasciate alla mercé degli “effetti” del conflitto. Una guerra che non finirà presto e che rischia di farci dimenticare il ruolo della politica, il ruolo dei sindacati e quello delle istituzioni nazionali lasciate in mano a presidenti e ministri allineati come non mai ai valori dell’Occidente e dell’atlantismo.

Forse la DC si sarebbe comportata diversamente… Ma c’era allora una sinistra vera, un partito comunista. Con quella che viene abusivamente chiamata “sinistra” oggi, davvero si va molto poco lontano. Anzi, si va proprio indietro tutta.

MARCO SFERINI

30 giugno 2022

foto: screenshot Pixabay

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