Cucchi, la sentenza dello Stato e quella dei sovranisti

La droga fa male. Dipende dai tipi di droga. Perché droghe sono anche gli psicofarmaci, ed allora potrei considerarmi un drogato anche io che assumo quotidianamente uno 0,5 di...
Stefano e Ilaria Cucchi

La droga fa male. Dipende dai tipi di droga. Perché droghe sono anche gli psicofarmaci, ed allora potrei considerarmi un drogato anche io che assumo quotidianamente uno 0,5 di sostanze legalmente prodotte e diffuse in forma di pasticchette di cui, credo, faccia uso – dai dati che ho potuto vedere – circa qualche milionata di italiani in preda ad ansie, fobie, nevrosi di vario genere.

La droga fa male. Ma se si tratta della cannabis, si può rendere questo concetto molto opinabile: pur non avendo mai fatto uso di droghe leggere, tanto meno di quelle pesanti, forse sono sempre stato più drogato io di qualunque ragazza o ragazzo che abbia fumato uno spinello di tanto in tanto per evadere un poco dal carcere di una vita a tratti insostenibile o forse anche solo per la semplice voglia di trasgressione davanti ad un bigotto, cieco e retrogrado proibizionismo a vari livelli.

La cannabis, infatti, è utilizzata in campo medico ed è certamente meno pericolosa della morfina in quanto a dipendenza: la seconda infatti la crea nel malato che la assume ripetutamente, la prima invece esclude questa possibilità.

La droga fa male, ripete il nuovo riempitore di piazze d’Italia mentre la Magistratura condanna alcuni carabinieri che causarono la morte di Stefano Cucchi preterintenzionalmente: 12 anni in secondo da parte della Corte di Assise di Roma che ha finalmente messo una parola definitiva su un caso che si è trascinato per troppi anni, ma a cui la giustizia non ha fatto mancare il suo sguardo cieco, imparziale, anche grazie alla tenacia con cui Ilaria e la sua famiglia hanno seguito ogni singola fase istruttoria.

Sottoposti a vere e proprie ingiurie, calunnie e frasi a metà sul detto e non detto circa le abitudini di Stefano, sul suo consumo di droghe leggere, si pensava che terminato l’iter giudiziario qualcuno avesse la decenza di domandare scusa prima di tutto a Stefano, poi alla famiglia e infine alla giustizia per aver asserito che il ragazzo era morto a causa dell’uso di stupefacenti, magari cadendo dalle scale o, chissà, pure di freddo.

Stefano in tutti questi anni, con la sua immagine, portata da Ilaria Cucchi davanti ai tribunali, in ogni intervista, mostrata come emblema di una ferocia inaudita figlia di un sadismo che subisce oggi la condanna più giusta da parte dello Stato, è stato denigrato, offeso da una serie di personaggi politici e da una larga parte del popolo italiano, additato come se fosse stato un delinquente comune, un “drogato” nella peggiore accezione del termine.

Aveva da scontare davanti a questa società la colpa di essere magrissimo e di rappresentare, nello stereotipo pregiudiziale di tanti ignoranti, di qualche guardia bigotta (le note di De André sono sempre utili a rinfrancare l’animo e a pensare bene) e di taluni esponenti della destra e persino di “buoni” cattolici tutti casa e famiglia, il fenomeno manifesto degli effetti della droga.

Come volete che potesse finire per un ragazzo etichettato come magro perché drogato e morto perché drogato? Quattro calci e un po’ di pugni erano la risposta giusta, secondo molti, per chi si caccia in quei guai e poi pretende pure di essere trattato umanamente una volta che finisce nella mani dello Stato.

Ma la lotta paga, la lotta di Ilaria e della sua famiglia, degli avvocati e di tutta un’altra parte del popolo italiano, quella che è rimasta umana, che ha conservato la pietas verso il debole nelle mani del forte, di chi ha in quel momento il potere di vita e di morte: un potere che non dovrebbe avere, a meno di pensarsi al di fuori dell’ambito costituzionale, di pensarsi come Adolf Hitler nel 1942 allorché venne promulgata da un Reichstag, che stava disperando già da allora per le sorti della guerra, la legge che faceva del Führer una sorta di figura deistica per il popolo tedesco, tanto da avere direttamente, per l’appunto, diritto di vita e di morte su ogni cittadino.

Questa parte, ci si augura, maggioritaria del popolo italiano ha ora tutti gli elementi per sapere ciò che già si sapeva da tempo, che sarebbe stata una delle tante verità non accertate e proclamate giuridicamente, uno dei tanti falsi misteri della storia della Repubblica, ossia che un ragazzo è stato ucciso senza motivo mentre si trovava nella mani di un potere dello Stato.

Lo Stato si è riconosciuto colpevole di questo: lo ha fatto dopo che Stefano era stato letteralmente torturato, ignorato nei suoi dolori fisici che non la marijuana gli aveva causato, ma le botte di due carabinieri che la Corte di Assise di Roma ha giudicato colpevoli del reato loro ascritto. La sentenza riafferma, caso mai ve ne fosse il bisogno, che nessuno di noi è al di sopra della Legge e che la Legge è fallibile se fuorviata; ma, in questo come in tanti altri casi che sembrano destinati a rimanere in un cono d’ombra di incertezze e di sospetti, di illazioni e di dubbi, alla fine emerge la verità processuale che coincide con la verità dei fatti perché questi sono così ben raccontati e circostanziati da diventare inoppugnabili, ininterpretabili.

Non la droga ha ucciso Stefano. Non una droga leggera, tanto meno una droga pesante di cui mai ha fatto uso. Nessuna droga ha messo fine alla vita di Stefano Cucchi.

Chi oggi chiosa i propri commenti sull’esito del processo e lo fa affermando (collegamento al video di Fanpage.it) che: «Se qualcuno ha usato violenza, ha sbagliato e pagherà ma questo dimostra che la droga fa male. Io combatto la droga sempre e comunque», può sembrare che esprima una verità assoluta, scontata, scientificamente provata e che, pertanto, sia il portatore dell’ennesima ovvietà che viene applaudita come grande sapienza politica e sociale… Invece è in modo per non chiedere scusa, per mostrare di essere sempre più bravo degli altri in qualunque lotta. Anche alla droga.

Primo dovere di un rappresentante della nazione, di un politico, dovrebbe essere quello di rispettare i cittadini: soprattutto quelli morti a causa del potere dello Stato esercitato al di fuori delle norme costituzionali, quindi al di fuori del consesso della Repubblica.

Invece ci si erge a paladini della salute dei giovani senza chiedere scusa per le parole dette a suo tempo nei confronti di un giovane assassinato senza alcuna colpa. Ammesso che l’assassinio debba esistere e, per farlo, avere un sempre un giustificato e giustificabile motivo come alibi della propria ignominia.

La droga fa male, ma forse peggio della tanto vituperata cannabis esistono sostanze deleterie che rischiano di creare una dipendenza di massa: quella dal sovranismo, da una edizione di autoritarismo moderno espresso dalla cattiveria, dalla crudeltà e dall’intransigenza, tutte e tre mascherate da giustizia per il popolo, da rinnovamento politico, da grande promessa di evoluzione del Paese.

La droga fa male. Il sovranismo uccide la democrazia. E Stefano Cucchi, ora lo sapete tutti, non è morto di freddo.

MARCO SFERINI

15 novembre 2019

foto: screenshot

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