Bolivia, arrestata Jeanine Áñez l’autoproclamata golpista

Di fronte a un parlamento deserto si era nominata presidente. L’accusa, nel quadro del processo per il colpo di stato contro Evo Morales nel 2019, è quella di terrorismo, sedizione e cospirazione, la stessa che, sotto il suo governo, era stata rivolta a tanti esponenti del Movimiento al Socialismo
La golpista boliviana Jeanine Áñez

È finita come era giusto che finisse l’avventura della Guaidó boliviana Jeanine Áñez, l’ex autoproclamata presidente golpista della Bolivia, arrestata la notte di venerdì in un’operazione alla periferia della città di Trinidad, capoluogo del dipartimento del Beni.

L’accusa, nel quadro del processo per il colpo di stato contro Evo Morales nel 2019, è quella di terrorismo, sedizione e cospirazione, la stessa che, sotto il suo governo, era stata rivolta a tanti esponenti del Movimiento al Socialismo, a cominciare proprio dall’ex presidente Morales.

«Denuncio di fronte alla Bolivia e al mondo che, in un atto di abuso e di persecuzione politica, il governo del Mas ha ordinato di arrestarmi. Mi accusa di aver partecipato a un colpo di stato che non è mai avvenuto. Le mie preghiere vanno alla Bolivia e a tutti i boliviani», ha scritto in un tweet. Eppure era stata proprio lei, all’epoca seconda vicepresidente del Senato, ad approfittare delle dimissioni a raffica di quanti la precedevano nella linea di successione presidenziale per precipitarsi a rivendicare per sé la presidenza a interim e ad assumerla dinanzi a un Parlamento semideserto, dunque in aperta violazione del testo costituzionale, impegnandosi «ad adottare tutte le misure necessarie per pacificare il paese».

Cosa poi intendesse esattamente per pacificazione era risultato chiaro addirittura dal giorno precedente al suo illegittimo insediamento, quando aveva quasi intimato al comandante generale delle Forze armate Williams Kaliman, lo stesso che poco prima aveva «suggerito» a Morales di dimettersi – e che poche ore prima di lei è stato raggiunto da un ordine di arresto – di schierare l’esercito a fianco della polizia nazionale per fermare «le orde delinquenziali» del Mas. Né sembrava molto diretto alla pacificazione lo show a cui l’appena autoproclamata presidente aveva dato vita entrando trionfalmente nel palazzo del governo con una monumentale bibbia in mano, trasformata in un vessillo di potere anti-aymara, e ripetendo le parole rese celebri dal leader del Comitato civico di Santa Cruz Luis Fernando Camacho, oggi fresco vincitore delle elezioni nel dipartimento di Santa Cruz: «la Bibbia tornerà al palazzo di governo».

Ed è con grande impegno che il governo de facto aveva approfondito la sua personale interpretazione della pace sociale: stroncando qualsiasi forma di dissenso – attraverso la persecuzione dei giornalisti e la chiusura delle radio comunitarie -, tentando a più riprese, ma invano, di proscrivere il Mas o di escludere dalle elezioni, con le accuse più varie, il suo candidato presidenziale Luis Arce e soprattutto applicando misure coercitive e repressione militare.

Fino a rivalere il suo volto omicida a Sacaba, vicino a Cochabamba, dove polizia e soldati avevano sparato colpi di arma da fuoco contro una moltitudine di cocaleros, uccidendo 11 civili e ferendone 120; e a Senkata, a El Alto, dove agenti di polizia e militari impegnati a rimuovere un blocco stradale avevano provocato la morte di altri 11 manifestanti e il ferimento di 78 persone.

Due massacri per i quali le vittime attendono ancora giustizia, non esitando a contestare, per i ritardi nelle indagini, gli stessi ministri dell’attuale governo Arce: quello dell’Interno Eduardo del Castillo e quello della Giustizia Iván Lima.

Nulla tuttavia aveva fermato la corsa di Áñez, che, per restare al governo, aveva giocato persino la carta della sua candidatura presidenziale, malgrado la sua ripetuta assicurazione di non voler restare al potere. Perché il suo, aveva detto e ridetto, sarebbe stato «un governo strettamente transitorio», finalizzato esclusivamente a garantire la realizzazione di nuove elezioni, libere e democratiche, a cui lei non avrebbe partecipato.

Salvo poi dover ritirare la sua candidatura di fronte all’inarrestabile caduta di consensi, dovuta alla cattiva gestione della pandemia da un lato, agli scandali di corruzione dall’altro e ai ripetuti rinvii delle elezioni, insieme al crescente autoritarismo, dall’altro ancora.

Ma prima del meritato arresto ha fatto ancora in tempo a subire una nuova sconfitta, giungendo solo terza nel suo dipartimento di Beni con un misero 13,3%.

CLAUDIA FANTI

da il manifesto.it

foto: screenshot

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America Latina

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