Un neocolonialismo straccione

Le affermazioni su Enrico Mattei, morto in un improbabile “incidente aereo” il 27 ottobre del 1962, del “Department of State, Guidelines for Policy and Operations” maggio 1962 che accusavano...
Giorgia Meloni

Le affermazioni su Enrico Mattei, morto in un improbabile “incidente aereo” il 27 ottobre del 1962, del “Department of State, Guidelines for Policy and Operations” maggio 1962 che accusavano esplicitamente l’industriale italiano “di violazione della solidarietà atlantica e di filocomunismo”, con cui gli Usa bollavano la politica energetica dell’Eni come neutralista, terzomondista e incubatrice di sentimenti anticoloniali e anti occidentali, sono una parte, ahinoi dimenticata della storia nazionale.

Enrico Mattei non è stato un martire anti imperialista, aveva però elaborato, con la creazione dell’Ente Nazionale Idrocarburi (ENI), un progetto di affrancamento, o quanto meno di maggior libertà politica ed economica per un Paese come l’Italia, che doveva restare a sovranità limitata. Per tali ragioni concrete il suo progetto andava contrastato con ogni mezzo, lecito o meno.

Mattei aveva non solo un progetto imprenditoriale ma una visione politica del ruolo, per il futuro, dell’Italia nel Mediterraneo. Gli accordi presi con l’allora Persia, con la Libia, la Tunisia, il Marocco e l’Egitto, miravano ad una cooperazione integrata che aveva come obiettivo non certo la rivoluzione socialista – da partigiano era nelle formazioni democristiane  – ma la salvaguardia degli interessi nazionali in un pianeta che stava cambiando. Soprattutto, in un mondo bipolare, centravano un punto strategico dell’azione politica ed economica, l’approvigionamento energetico

Anche per questo sentire il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, parlare di “Piano Mattei”, per definire nuove forme di cooperazione con il continente africano, lascia a dir poco perplessi.

Se all’epoca del fondatore di ENI, nel mondo arabo e mediorientale, le influenze nasseriane lasciavano presupporre una relazione fra Paesi quantomeno paritaria e improntata su un eguale diritto allo sviluppo – l’Italia, da poco uscita devastata dalla guerra si avviava verso il boom – la riappropriazione meloniana di tale strategia, messa in campo oggi, pare fuori luogo, ammantata di una non nascosta impronta neocoloniale, destinata unicamente a cercare di attrarre consensi elettorali nell’immediato ma priva di una visione di futuro, di una consapevolezza del ruolo degli attori globali e in quanto tale destinata al fallimento. In breve sono a nostro avviso due gli aspetti su cui puntare l’attenzione, uno apparentemente formale, l’altro totalmente sostanziale.

L’incontro che si è tenuto a Roma e che doveva avere portata storica, a detta del governo, si è rivelato una scatola vuota. Molte le assenza, dal presidente della Nigeria, il più importante Stato africano – preso da una vacanza a Parigi – a quella altrettanto significativa dei rappresentanti dei 3 paesi fondamentali per poter propagandare in Italia un progetto di contrasto all’ “immigrazione illegale” (Niger, Mali e Burkina Faso), al fatto che per altri Paesi fondamentali hanno partecipato solo delegazioni di rappresentanza con basso profilo.

L’inizio è poi stato tragicomico: «avremmo auspicato di essere consultati», si è lamentato, parlando nell’emiciclo di Palazzo Madama, Moussa Faki Mahamat, il presidente della Commissione dell’Unione africana. È il Moussa Faki “vero”, ironizzava la premier pochi minuti prima, durante i convenevoli a favore di flash, ricordando la trappola telefonica dei comici russi, che al telefono con Chigi si erano spacciati per il dirigente dell’Ua.

Ma le risate sono terminate presto. Alla promessa del Presidente del Consiglio di una cooperazione non predatoria, da pari a pari, il Capo della Commissione dell’UA ha risposto evidenziando la totale assenza di coinvolgimento dei suddetti Paesi, un modo non proprio paritario per iniziare. «È necessario passare ai fatti — ha detto Moussa Faki – non ci accontentiamo di promesse che poi non sono mantenute. […] Serve amicizia, non barriere securitarie». Evidente il richiamo alla propaganda proibizionista da sempre declamata dal governo che, pur non avendo potuto per evidenti impossibilità pratiche, realizzare il declamato “blocco navale”, continua a finanziare unicamente piani di esternalizzazione delle frontiere.

Il vertice è insomma partito male, nonostante le narrazioni da regime poi lanciate a reti unificate e questo è accaduto alla presenza di  46 delegazioni africane, con 13 capi di Stato e 9 di governo, i massimi rappresentanti di colossi come Enel, Eni e Fincantieri, tutti e tre i vertici delle istituzioni Ue, dalla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, a quello del Consiglio europeo, Charles Michel, alla presidente del Parlamento Europeo Roberta Metsola. Proprio dall’Ue, in Senato, non arrivano impegni finanziari precisi sul piano Mattei. Del resto l’Unione ha già lanciato un progetto suo, da 150 miliardi, “Global Gateway”.

La montagna partorì insomma il topolino, visto che ad oggi il “Piano”, potrà fare affidamento unicamente su 5,5 mld di euro tra crediti, operazioni a dono, garanzie varie e un nuovo strumento finanziario di Cassa depositi e prestiti. Dovrebbero partire progetti pilota come il monitoraggio satellitare dell’attività agricola in Algeria, lo sviluppo dei biocarburanti in Kenya e un centro di formazione sulle energie rinnovabili in Marocco, interventi di riqualificazione nelle scuole in Tunisia, progetti sulla salute in Costa D’Avorio.

Ad aver irritato giustamente i leader africani è stato l’approccio del governo, paternalista, con evidente impronta neocoloniale, uno sguardo rivolto prevalentemente agli interessi delle imprese italiane che si somma ad una vacuità pari a quella di tanti progetti bocciati nel PNRR. Nei giorni che avevano preceduto l’incontro a Roma, il governo aveva illustrato i 5 pilastri su cui si intendeva operare nel continente africano:

Istruzione e formazione: gli interventi si prefiggono di promuovere la formazione e l’aggiornamento dei docenti, l’adeguamento dei curricula, l’avvio di nuovi corsi professionali e di formazione in linea con i fabbisogni del mercato del lavoro e la collaborazione con le imprese, coinvolgendo in particolare gli operatori italiani e sfruttando il ‘modello’ italiano delle piccole e medie imprese.

Agricoltura: gli interventi saranno finalizzati a diminuire i tassi di malnutrizione; favorire lo sviluppo delle filiere agroalimentari; sostenere lo sviluppo dei bio-carburanti non fossili. In questo quadro si ritengono fondamentali lo sviluppo dell’agricoltura familiare, la salvaguardia del patrimonio forestale e il contrasto e l’adattamento ai cambiamenti climatici tramite un’agricoltura integrata.

Salute: gli interventi puntano a rafforzare i sistemi sanitari, migliorando l’accessibilità e la qualità dei servizi primari materno-infantili; a potenziare le capacità locali in termini di gestione, formazione e impiego del personale sanitario, della ricerca e della digitalizzazione; sviluppare strategie e sistemi di prevenzione e contenimento delle minacce alla salute, in particolare pandemie e disastri naturali.

Energia: l’obiettivo strategico è rendere l’Italia un hub energetico, un vero e proprio ponte tra l’Europa e l’Africa. Gli interventi avranno al centro il nesso clima-energia, punteranno a rafforzare l’efficienza energetica e l’impiego di energie rinnovabili, con azioni volte ad accelerare la transizione dei sistemi elettrici, in particolare per la generazione elettrica da fonti rinnovabili e le infrastrutture di trasmissione e distribuzione. Il piano prevede, inoltre, lo sviluppo in loco di tecnologie applicate all’energia anche attraverso l’istituzione di centri di innovazione, dove le aziende italiane potranno selezionare start-up locali e sostenere così l’occupazione e la valorizzazione del capitale umano.

Acqua: gli interventi riguarderanno la perforazione di pozzi, alimentati da sistemi fotovoltaici; la manutenzione dei punti d’acqua preesistenti; gli investimenti sulle reti di distribuzione; e le attività di sensibilizzazione circa l’utilizzo dell’acqua pulita e potabile. Tutti questi pilastri sono interconnessi tra loro con gli interventi sulle infrastrutture, generali e specifiche in ogni ambito”.

Grottesco anche che alla fine dell’incontro si sia tentato di parlare di incomprensioni dovute ad errori di traduzione. L’opposizione parlamentare ha criticato l’incontro in maniera insufficiente. Non basta dire che si tratta di una “bufala” in quanto basato su risorse che vengono spostate da una parte all’altra o di violazione ai vincoli internazionali. Andrebbe lanciata un’accusa più profonda e di merito rispetto all’ennesima trovata colonialista.

Certamente è vero che 2,5 miliardi saranno presi dai fondi della cooperazione allo sviluppo, e 3 dal Fondo italiano per il clima, ma non è questa la ragione strutturale per bocciare un approccio il cui scopo visibile è quello di aprire in bellezza l’anno di presidenza italiana del G7.

Ma, e qui si entra in una critica di merito, il “Piano Mattei” – gli eredi dovrebbero querelare ad avviso di chi scrive l’utilizzo strumentale di tale denominazione – ha come vero obiettivo di rientrare nei giochi geopolitici in un continente su cui l’UE tutta sta perdendo peso e ruolo, con proposte volte unicamente a fermare l’emigrazione e a contrastare l’avanzata strategica di Cina, Russia, Turchia ed Emirati Arabi. Il multipolarismo, cara Presidente è un dato di fatto e pensare oggi di poter raccattare qualche briciola dopo aver commesso errori colossali, usato più risorse militari che iniziative diplomatiche, avallato regimi  – e si continua a farlo – è una scelta dal respiro corto.

La Repubblica Popolare Cinese è ormai da decenni impegnata a prendere il posto delle potenze europee, soprattutto nell’Africa Sub Sahariana. Durante la pandemia, oltre che ad interventi massicci, in un colpo solo azzerò il debito che aveva con i Paesi più poveri ottenendo ovviamente in cambio una corsia preferenziale per i nuovi investimenti e iniziando a tracciare la Nuova Via della Seta, (Bri), pensata in funzione della guerra economica portata avanti da UE e USA.

Atto di bontà? Niente affatto: la Cina e altri Stati dell’Asia Orientale intervengono in Africa considerandola nuovo mercato e attuando una propria politica che coniuga gli interessi nazionali con alcune aspettative dei Paesi beneficiari. Solo nella prima metà del 2023 sono stati investiti 4,03 miliardi di dollari, con un aumento del 130% rispetto allo stesso periodo del 2022.

Lo rivela un rapporto di The Green Finance&Development Center (Gfdc), think tank collegato all’Università cinese di Fudan. Sempre secondo questo rapporto sono aumentati del 69% in valore, i contratti di costruzione di infrastrutture, finanziati da prestiti cinesi. Altri 6,29 mld di dollari sempre nel primo semestre 2023.

Tre Paesi africani sono anche tra i primi cinque che hanno visto la crescita più forte degli impegni complessivi della Cina, sia sotto forma di investimenti che di contratti di costruzione di infrastrutture nell’ambito della Bri nei primi sei dell’anno. Si tratta di Namibia (+457% ), Eritrea (+359%) e Tanzania (+347%). Nello stesso periodo gli impegni cinesi hanno riguardato 102 progetti in 45 dei 148 paesi che hanno aderito all’iniziativa lanciata da Pechino già nell’autunno del 2013. Il valore complessivo di questi impegni di Pechino all’estero ha raggiunto 43,3 miliardi di dollari.

Di tutti questi impegni, 24,1 miliardi di dollari sono sotto forma di investimenti contro 16,3 miliardi sotto forma di contratti di costruzione di infrastrutture. La quota degli investimenti rispetto agli impegni complessivi ha quindi superato per la prima volta il 50%. Il risanamento degli impegni cinesi per regione mostra che l’Africa sub-sahariana è al primo posto in termini di contratti di costruzione con una quota del 38,62%, davanti ai paesi arabi del Nord Africa e del Medio Oriente (31,27%), dell’Asia occidentale (11,22%) ed Europa (2,82%).

Per quanto riguarda gli investimenti, l’Asia orientale detiene il sopravvento con una quota del 43,94%. Seguono il Sud America (22,88%), l’Africa sub-sahariana (16,74%), i paesi arabi del Nord Africa e del Medio Oriente (12,26%), l’Europa (3,07%) e l’Asia occidentale (1,12%). La suddivisione degli impegni per settori mostra che Pechino continua a puntare sulle infrastrutture, in particolare nei settori dell’energia e dei trasporti, anche se altri settori hanno visto incrementi a tripla cifra, come l’agricoltura (+271%), l’immobiliare (+269% ) e minerario (+131%).

La presenza cinese, soprattutto in alcuni Paesi africani, non si basa infatti sul nostrano e rozzo “aiutiamoli a casa loro”, ma, semmai, “investiamo anche per i nostri affari”. Inutile dire che si tratta di attuare altra forma di dominazione, che laddove gli investimenti hanno riguardato l’agricoltura, si sono prodotti danni enormi attraverso le monoculture intensive. Ma i trasporti e le infrastrutture immobiliari sono fondamentali per far divenire molti Paesi africani in grado di stabilire poi proprie reti, di cui beneficia indirettamente anche la Cina ma che modificano anche per il futuro la qualità della vita.

La Russia per ora ha scelto di intervenire in Africa solo in alcune aree e soprattutto per determinare stravolgimenti in campo militare. Il caso del Niger è quello più evidente ma non bisogna dimenticare che, se Giorgia Meloni ha incontrato il Primo Ministro del Governo di Unità Nazionale Libico, Mohamed Dabaiba, prosegue l’iniziativa politico militare attraverso cui Mosca intende realizzare una base militare nel Mediterraneo in accordo con l’altra metà della Libia, quella retta dal generale Haftar.

Intanto di elezioni in Libia si è persa la traccia. Intensa poi l’attività nel continente africano della Turchia di Erdogan, improntata soprattutto all’apertura di relazioni diplomatiche anche con Paesi considerati ai margini come la Somalia. Nel 2016, quindi con largo anticipo, si è tenuto ad Istanbul il primo forum che ha visto la partecipazione di delegazioni di 42 Paesi africani e di migliaia di uomini di affari. Uno simile si è tenuto nel 2019 dal titolo evocativo, “Investire insieme per un futuro sostenibile”, uno successivo nel 2021.

Nel frattempo si sono stretti accordi con i Paesi dell’Africa Occidentale, Consiglio per le relazioni economiche estere della Turchia ha 45 consigli aziendali nei Paesi africani al fine di promuovere il commercio bilaterale e gli investimenti reciproci. Il volume totale degli scambi commerciali della Turchia con l’Africa è passato da tre miliardi di dollari nel 2003 a 26 miliardi di dollari nel 2021. Gli investimenti diretti esteri della Turchia in Africa sono vicini ai 10 miliardi di dollari. Anche le società private turche stanno monitorando l’Africa per investimenti e opportunità commerciali.

Anche la cooperazione Turchia-Africa, secondo quanto riportato da un’analisi dell’emittente qatarina al-Jazeera, nel campo dell’energia mostra segni di crescita. La Turchia importa petrolio e gas dai mercati africani. L’Algeria è diventata il quarto maggiore esportatore di gas verso la Turchia e il commercio bilaterale Nigeria-Turchia costituisce il 90% delle importazioni di gas della Turchia dalla Nigeria. Ricordiamo che la Nigeria è stato il grande assente all’incontro per il “Piano Mattei”.

Anche gli aiuti allo sviluppo e gli affari umanitari sono un pilastro essenziale della presenza della Turchia nel continente, perché esiste un grande divario di sviluppo tra l’Africa e il resto del mondo. Ad esempio, l’accesso all’acqua pulita e all’elettricità è ancora un grosso problema per milioni di africani. A questo proposito, la Turchia presta particolare attenzione ai progetti di sviluppo nel continente.

Tika, l’agenzia di cooperazione di Ankara, ha uffici di coordinamento in 22 Paesi africani e le organizzazioni non governative della società civile (Ong) turche sono molto attive come fornitori di aiuti allo sviluppo e umanitari in Africa. Queste istituzioni finanziano scuole, madrasse, ospedali e cliniche di diverse dimensioni. Si potrebbe andare avanti a lungo parlando di quanto stanno facendo i Paesi del Golfo e persino alcuni dell’America Latina per avvicinarsi a quello che è il mercato del futuro e non il continente da cui difendersi per non rischiare la “sostituzione etnica”.

Interventi tutti di profondo stampo liberista, sia ben chiaro, con la differenza che questi si hanno le ambizioni di Enrico Mattei, non le gaffes della nostra misera compagine governativa.

STEFANO GALIENI

da Transform Italia

foto: screenshot

categorie
Analisi e tesi

altri articoli