Trabocchetti e imprevisti dell’avventura draghiana nel 2022

Le maggioranze di governo iniziano ad assomigliare molto poco ai loro governi quando si creano tante piccole discrepanze, a cominciare dai voti sul decreto “milleproroghe“, sugli agguati che si...
Il Presidente del Consiglio Mario Draghi

Le maggioranze di governo iniziano ad assomigliare molto poco ai loro governi quando si creano tante piccole discrepanze, a cominciare dai voti sul decreto “milleproroghe“, sugli agguati che si susseguono in Parlamento nonostante in Consiglio dei Ministri tutto sia stato approvato sotto l’ombrello rassicurante dell’unanimità.

Ma le maggioranze di governo, a volte, sembrano anche riscattarsi, riadeguarsi e rientrare nei binari della perfetta identità di vedute con chi le rappresenta a Palazzo Chigi, ricostituendo una unità di intenti che diventa necessaria quando la minaccia della deflagrazione governativa diventa molto più che evidente.

Il broncio di Draghi e le sue perentorie lamentele per le bocciature di misure condivise da tutto l’esecutivo, sono serviti in parte a ricompattare la maggioranza di unità nazionale: soprattutto davanti all’approvazione di una misura che riguarda le forniture di gas e, quindi, il suo prezzo, in un momento in cui, oltre alla pandemia, è soprattutto la minaccia di guerra tra Russia ed Ucraina che fa lievitare i costi (e i profitti).

La transizione ecologica tanto sbandierata dai Cinquestelle sembra messa in abbondante secondo piano, mentre prevale una impostazione chiara e netta: più trivellazioni, più gasdotti, più autonomia italiana nella produzione stessa del gas. Se ne ingrasseranno le tasche di aziende private che da tempo non aspettano altro se non mettere le mani su contratti dalle esorbitanti cifre, su una nuova violenza fatta all’ambiente, soprattutto marino, e su una politica accondiscendente all’espansione di fette di mercato inesplorate ma ben studiate dai flussi e dai diagrammi degli esperti.

Tuttavia, i primi segnali di uno scricchiolio strutturale della maggioranza draghiana non promettono agli scommettitori sulla fine naturale (si fa per dire…) della legislatura di vincere le loro giocate sul piatto del destino. Gli echi e gli strascichi lasciti dalle Quirinarie sono ancora dietro l’angolo e, a tutto questo, si aggiungono le recenti decisioni della Consulta su referendum che contentano alcuni e scontentano altri.

Il passaggio delle elezioni amministrative della prossima primavera sarà indubbiamente un nuovo passaggio obbligato della maggioranza per verificarsi in quanto tale, per capire se potrà o meno superare il periodo estivo e inoltrarsi nell’autunno verso nuove controriforme sociali, attacchi agli interessi pubblici, andando avanti con politiche di privatizzazione dei beni essenziali (qui ritorna anche la questione gas, luce, mercato libero…) e con restrizioni sempre maggiori sulle tutele sociali.

Questo governo brilla, purtroppo, molto di più in politica interna per massima fedeltà ai princìpi liberisti della BCE e del FMI rispetto al suo impegno in politica estera: la questione ucraina, nonostante i viaggi di Di Maio, sfugge, oltretutto, ad una Unione europea sempre più divisa e articolata, incapace di parlare con una voce sola, sintesi delle differenti posizioni dei 27 Stati membri.

Questo governo è completamente sordo alle esigenze più elementari delle classi meno abbienti, di chi vive un quotidiano disagio sociale e reprime le proteste degli studenti a suon di manganellate, dimostrando una avversione naturale per il dissenso, per la critica, per l’opposizione democratica e popolare.

Nemmeno troppo sorprendentemente, la maggioranza di unità nazionale si ricompatta nella difesa dei privilegi di classe, nella protezione del principio primo del carattere imprenditoriale dell’economia italiana a cui, in subordine, si affianca una contraddittoria idea del ruolo pubblico dello Stato nei settori chiave dello sviluppo.

Il PD e le forze del così impropriamente detto “fronte progressista” vivono nel dualismo costante dello scollamento tra proposte e interessi politici: questi ultimi ben determinati a proseguire nel solco, ormai ventennale, di una alternativa moderata alla rappresentazione del liberismo nelle sedi istituzionali.

Il governo rischia, proprio sull’interpretazione politica del ruolo di classe da dare alle istituzioni da parte delle singole macro-aree della maggioranza, di conoscere le maggiori scosse telluriche per l’anno in corso. La partita che si sta giocando, in particolar modo al centro, nel ventre molle che congiunge un po’ tutti dalla presunta sinistra alla certa destra in Parlamento, è proprio la gara ad arrivare primi, alle soglie delle elezioni del 2023, nella corsa per l’assegnazione del titolo di punto di contatto tra politica ed economia, tra classe politica e classe imprenditoriale.

Quel «…tanti mi candidano, ma un lavoro lo trovo da solo…» è una straordinaria sintesi andreottiana di un pensiero molto più articolato, un messaggio niente affatto subliminale ma diretto come una freccia al cuore proprio delle forze politiche oggi sostengono il Presidente del Consiglio.

Draghi non intende essere il salvatore di nessuna area politica che gli prometta un nuovo accesso a Palazzo Chigi. Il suo programma liberista lo può declinare da solo, raccogliendo attorno ad un suo progetto proprio quelli che oggi pretenderebbero di esserne il puntello, la forza e persino la dialettica dinamica dell’azione di governo.

Trabocchetti, insidie e sgambetti istituzionali, ma non è escluso anche sotto la pressione di qualche movimento popolare e sociale che incalzi l’esecutivo su importanti questioni economiche, sia riguardanti il lavoro sia le pensioni, oppure la scuola e la sanità pubbliche, sono sempre più probabili e quindi possibili. Il movimento degli studenti, proprio in questi giorni, sta dando prova di coesione, di costanza nella riproposizione delle dimostrazioni di piazza che non mollano la presa davanti alla recrudescenza dei ragazzi morti durante gli stage di alternanza scuola-lavoro.

Non è possibile dire che cosa muoverebbe, in termini di riorganizzazione di un vasto sentimento popolare in favore della pace, contro qualunque aggressione militare: ma di sicuro non si tratterebbe di un semplice ritorno delle bandiere arcobaleno sui balconi.

Le lotte si potrebbero saldare, visto che economia, lavoro, scuola e pace vanno a braccetto e sono legate da interessi pubblici che nettamente contrastano con quelli degli imprenditori, di un padronato che è pronto a riconvertirsi, in caso di guerra, per sostenere lo sforzo bellico dell’Alleanza atlantica nel nome – senza ombra di dubbio – dell’interesse anche nazionale.

Ma le lotte potrebbero, invece, anche rimanere disarticolate, scollegate fra loro, in particolare se lavoratori, studenti, pensionati si lasciassero irretire dalla doppiezza di un centrosinistra che a parole sostiene i più indigenti mentre a Palazzo Chigi e nelle Camere si adopera per impegnare la maggior parte dei fondi del PNRR non in opere pubbliche ma in sostegni alle imprese e al capitale privato.

Tocca alla sinistra di alternativa sostenere lo sforzo dei movimenti popolari e sociali, entrare a farne parte senza alcune presunzione egemonica, che la renderebbe ridicola visti gli attuali rapporti di forza, ma con la pretesa di poter esprimere le proprie proposte e farle avanzare in un contesto il più concretamente unitario: ad iniziare da una ricomposizione di classe di una politica atomizzata e dispersiva, ripetitiva e inutilmente molteplice.

Le occasioni per far ballare sul vulcano il governo Draghi non mancheranno: bisogna saperle però coglierle…

MARCO SFERINI

19 febbraio 2022

foto: screenshot You Tube

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