Sulle ceneri del draghismo la corsa delle destre al governo

Di certo, nessuna fiducia è mai stata per un governo più squisitamente “tecnica” di quella ricevuta dal governo Draghi in Senato nella giornata di ieri. Il 20 luglio, d’ora...
Luigi Di Maio e Mario Draghi durante il dibattito sulla fiducia al governo in Senato

Di certo, nessuna fiducia è mai stata per un governo più squisitamente “tecnica” di quella ricevuta dal governo Draghi in Senato nella giornata di ieri. Il 20 luglio, d’ora in avanti, oltre a ricordarci i fatti di piazza Alimonda a Genova, che furono una profonda ferita per la democrazia repubblicana, ci porterà alla memoria anche la fine di una legislatura dove tutte le maggioranze possibili sono state tentate per cercare di dare una guida antisociale ad Paese provato dal Covid-19 e dall’aumento esponenziale della povertà.

Il governo populista-sovranista di Conte e Salvini prima, quello populista-democratico-liberista di Conte, PD e Renzi poi, ed infine quello voluto dall’asse dei mercati e della finanza, nel nome della risoluzione dei grandi problemi del nostro tempo: la crisi pandemica, quella economica e, infine, il grande problema della guerra in Ucraina e del riassetto europeo sulla scia del programma nord-atlantico.

Altre maggioranze non se potevano e non se ne possono immaginare: tutte le formule e gli incastri sono stati sperimentati e tutti quanti hanno fallito. Per primi i grillini che, della loro virtù camaleontica e della riattualizzazione di un vecchio vizio trasformistico del tutto italico hanno fatto strame, logorati da una continua compromissione con il potere che li ha indotti a capovolgere praticamente ogni punto del programma originario, quello, per intendersi, dell'”apertura del Parlamento come una scatoletta di tonno“.

Ogni presupposto rivoluzionario anti-casta del M5S è scemato progressivamente, scivolando dietro le quinte di un attendismo del cambiamento sacrificato sull’altare dalla pragmaticissima responsabilizzazione delle proprie intenzioni, del proprio gruppo dirigente che stava nascendo proprio in seno alla torsione istituzionalista di una forza politica che è dovuta discendere dalla torre d’avorio della prosopopea primitiva tutta innervata sulla speciale alterità rispetto al resto del mondo politico italiano.

I teoremi visionari di Casaleggio, la comicità di Grillo e la pseudo-democrazia telematica delle consultazioni sul web non sono bastati a salvare il Movimento dal tradimento di sé stesso, dalla sua conversione spontanea, ma non ingenua, al rigorismo di una politica sempre più filtrata dalle esigenze del conformismo istituzionale e sempre più lontana, di conseguenza, dalla spinta propulsiva di piazza che i vaffanculo del comico avevano dato alle decine di migliaia di attivisti che stavano facendo di quella forza un partito di massa.

Balzare velocemente oltre il 30% fa girare la testa a tutti. Anche Salvini e la sua nuova Lega sovranista e neonazi-onalista hanno conosciuto la stessa sorte: perché la scontentezza popolare fa cambiare velocemente il voto agli italiani. Almeno a quella parte che non è ideologizzata, che non ha una cultura sociale e politica che le proviene magari da un lungo vissuto familiare in merito o, magari, da esperienze giovanili. Il ventre molle dell’elettorato è quello dove sedimenta il disagio sociale più calcificato e difficile da scrostare, anche con un governo delle larghissime intese, altrimenti detto “di unità nazionale”.

La poca funzionalità del sistema democratico non è colpa dello stesso, nonostante i partiti della destra più estrema mettano sempre sotto accusa i fondamenti costituzionali che proteggono la Repubblica proprio da involuzioni autocratiche o autoritarie. Le regole, per quanto viziate possano essere da singole opportunità, contraddicendo così le basi dell’egualitarismo elettorale tanto attivo quanto passivo, della rappresentanza tanto dei grandi quanto dei piccoli partiti, restano appunto strumenti da utilizzare. E solo chi ne fa uso ha la responsabilità degli effetti che si producono.

I leghisti che accusano Draghi di volere i “pieni poteri” sono forse lo spettacolo più tragicamente farsesco dell’intera giornata di ieri vissuta in un Senato ennesimamente protagonista dello scatafascio di una maggioranza che avrebbe dovuto essere quella della salvezza della Nazione. La miseria della piccola politica, del vero calcolo opportunistico di bottega, è riuscita persino a sconfiggere il gigante tecnocratico della moneta unica, del salvataggio dell’Euro dagli attacchi teutonici, da chi voleva anzitempo prendere la guida del mercato comune e intestarsi tutti i vantaggi del capitalismo continentale.

Non c’è nessun “Wheatever it takes” possibile contro gli speculatori della politica italiana. Nemmeno l’autorevole durezza di un Presidente del Consiglio che rischia di perdere le staffe e il suo proverbiale controllo riescono a mettere un freno alla maionese impazzita dei Cinquestelle che aprono la crisi e del centrodestra ricompattato che la chiude con una pietra tombale sull’esperienza di Draghi al governo.

La democrazia ne esce ancora una volta provata, esausta, frastornata come un pugile lungamente suonato dall’avversario. Draghi, che era, è e rimane un avversario di classe, un sostenitore delle politiche liberiste più conformi ai dettami di Bruxelles e, oltre oceano, del Fondo Monetario Internazionale, davanti a questo impietoso spettacolo del vuoto cosmico di partiti dediti alla mera conquista del potere piuttosto che alla ricerca delle soluzioni programmatico-politiche per i problemi di una Italia piena di acute problematicità, è sconfitto ma grande.

Una grandezza tutta negativa, proprio perché si rivolge contro l’interesse sociale, contro i lavoratori, contro tutti quei ceti deboli, fragili e la massa dell’indigenza che aumenta e a cui il governo non ha cercato di dare una soluzione anche minimale, contingente, immediata all’enormità dei temi critici che si presentano ogni giorno nella vita di ogni persona. La destinazione della prima tranche dei fondi del PNRR è la chiarissima cartina di tornasole che mostra come l’esecutivo abbia posto il baricentro delle proprie riforme sul fulcro imprenditoriale e non su quello del mondo del lavoro. La proprietà privata prima dei beni comuni, l’interesse del singolo avanti a quello della comunità.

Che il governo dell’ex Presidente della BCE fosse ispirato in questo senso avrebbe dovuto essere un po’ noto a tutte e tutti. Che l’ostilità nei confronti degli interessi più marcatamente sociali abbia acuito la diffidenza e abbia costruito nuovo scetticismo (per usare degli eufemismi…) dei cittadini nei confronti delle istituzioni e della politica latamente intesa, è un dato oggettivo e inconfutabile.

Che tutto questo abbia, quindi, causato uno spostamento ancora più a destra dei consensi probabili dati alle forze politiche, facendo balzare Fratelli d’Italia ben oltre il 23%, ridimensionando la Lega, ma assicurando alla parte più retriva della politica italiana sostanzialmente i numeri per governare con una amplissima maggioranza parlamentare, è nell’ordine delle cose, è responsabilità anche di Draghi.

La crisi di governo che si è aperta con il puntar di piedi dei Cinquestelle sui famosi “nove punti”, a dire il vero non è ascrivibile soltanto alle rivendicazioni dai tratti marcatamente sociali del Movimento di Conte.

Proprio nella giornata di ieri al Senato si è iniziato a capire quello che forse era risultato un po’ opaco fino anche alla mattina della giornata campale per Draghi. Berlusconi e Salvini hanno approfittato della mossa dei grillini per dare un ultimatum al governo, cogliere l’occasione per riunificare un centrodestra atomizzato e, saldandosi forse in una federazione tutta elettoralistica, provare a giganteggiare con Giorgia Meloni che, al momento, purtroppo rimane l’unica in predicato di avere i numeri per succedere a Draghi a Palazzo Chigi.

I fatti ci dicono che la vittoria dei sovranisti sui populisti e sui liberisti di centro e di pseudo-sinistra è la casella finale di un gioco della legislatura arrivato al termine. Non è una vittoria netta, ma lo è per le tante sconfitte che le altre forze politiche si sono causate vicendevolmente, facendosi sgambetti che hanno finito con il lasciare in piedi solo coloro che hanno sempre votato contro i governi di questa legislatura e chiesto il voto, fatto appello al popolo per la risoluzione della crisi della politica del Bel Paese.

Per una volta, la causa della probabile nuova ascesa delle destre al governo dell’Italia non è il capriccio di qualche partito di estrema sinistra che pretendeva troppo per gli altri e nulla per sé. Non esistono pretesti o alibi del genere oggi. E’ tutta una politica di sacrifici e di attacco alle ragioni del lavoro e della precarietà, dello stato-sociale sempre più inesistente, dalla sanità alla scuola, dalle pensioni alla tutela dell’ambiente in cui viviamo, a stendere il tappeto nero a chi proverà con la peggiore demagogia possibile, veicolata da capacità dialettiche notevoli, a sostituirsi all’asse trasversale draghiano.

Draghi non ha capito la dialettica politica, ha sottovalutato le forze di una maggioranza che pensava di poter controllare con quella autorevolezza che gli era stata attribuita come fosse una onorificenza internazionale, prodotto di un carisma accumulato negli anni di guida alla BCE.

I tassi di interesse obbediscono a leggi definite dall’economia, e così le fluttuazioni borsistiche, l’altalena dei mercati. Non tutto è sempre prevedibile quando si guida una banca, ma certamente è gestibile con misure e contromisure collaudate e, a meno di non trovarsi nelle condizioni di dover affrontare crisi come quella del 2008-2009, dove va in cortocircuito un intero sistema finanziario, le previsioni si possono fare e le programmazioni sono abbastanza certe.

La politica italiana, invece, è profondamente “anarchica” in questo senso, perché non obbedisce ai canoni della pianificazione di lungo corso e, ormai, nemmeno a quella di breve corso. Non ci sono più grandi disegni, intenti da tradurre in programmi da attuare in intere legislature.

La frammentazione dei grandi blocchi, la personalizzazione della politica, il leaderismo esasperato, la falsa illusione dell’alternanza, l’opportunismo dilagante, la fine della stagione delle grandi idee su cui si costruivano paesi nel Paese, e in cui si riconoscevano intere comunità con corpi intermedi che erano, tra l’altro, l’architrave culturale di una Italia alla ricerca di maggiore giustizia sociale, hanno, nel corso di questi decenni, costruito i presupposti per una pericolosa deriva presidenzialista della Repubblica.

Lo stesso Draghi si mise in gioco in questo senso, nel gennaio scorso, per salire al Quirinale. Ma da Presidente e non da capo del governo. Oltre tutto con una fumosa formula dai tratti però nettamente riconoscibili: una reciprocità simbiotica tra Palazzo Chigi e il Colle più alto delle istituzioni repubblicane, mettendo di lato un Parlamento sempre più scomodo per chi intende fare politica nell’immediatezza decisionale, dando risposte pronte alle politiche interne che si uniformano a quelle internazionali e, così facendo, riducono la specificità del Legislatore ad una mera rappresentanza popolare priva di effetti concreti sulle decisioni prese.

Non c’è dubbio che l’idea di presidenzialismo di Mario Draghi è molto diversa da quella di Giorgia Meloni, ma entrambe non garantiscono alla Repubblica la preservazione di quella equipollenza dei poteri che deve invece essere preservata come elemento fondante della democrazia, come sostanziale rispetto della Costituzione e della società che vi si uniforma.

Draghi è corresponsabile della crisi che lo divora, non fosse altro per quella ingenuità e sprovvedutezza che lo riguarda quando afferma, con piglio deciso e anche un po’ veemente, che lui si trova davanti al Parlamento a chiedere la fiducia «perché lo vogliono gli italiani». Sottolineando l’importanza degli appelli sottoscritti dai sindaci, l’ex Presidente della BCE istilla il dubbio che non abbia davvero capito come quelle petizioni vengono concepite e portate avanti. Il consenso popolare che si attribuisce, semplicemente non esiste, nonostante il timore di una maggioranza di italiani che è indotta a pensare che dopo di lui, il diluvio, la catastrofe, l’apocalisse.

Non sarà così, ma se a vincere le prossime elezioni fosse il centrodestra a guida Meloni, allora potrebbe anche essere…

MARCO SFERINI

21 luglio 2022

foto: screenshot

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