Se un quindicenne su due non capisce quello che legge…

Il “Corriere della Sera” aveva già dato notizia, come del resto altri quotidiani, di un dramma che non va in scena come l’orrore della guerra in Ucraina. Ogni tanto...

Il “Corriere della Sera” aveva già dato notizia, come del resto altri quotidiani, di un dramma che non va in scena come l’orrore della guerra in Ucraina. Ogni tanto occupa qualche pagina, crea un po’ di scalpore e poi tutto si tace, si normalizza e si mimetizza nell’insensatezza di un sistema democratico che dovrebbe privilegiare il sostegno a tutto ciò che fa evolvere l’individuo e la collettività, mentre pensa si più conveniente oggi aumentare la spesa militare del 2% sul totale del Prodotto Interno Lordo.

Si tratta di questo: un ragazzo, una ragazza di quindici anni su due non capiscono quello che leggono, non riescono quindi a disarticolare i concetti, a farli propri, ad introitarne tutte le straordinarie potenzialità culturali in quanto ricchezze singole che si compenetrano e formano, alla fine, quella coscienza intellettuale che è il sapere di ognuno, il bagaglio di fonemi, di parole, di frasi, di periodi e di articolati concetti su cui facciamo poggiare ogni giorno la nostra capacità di interazione sociale.

Ciò che gli adolescenti sono intellettivamente lo devono agli sforzi che, ormai fin troppo spesso, sono ascrivibili quasi esclusivamente a loro stessi. E’ giusto che l’impegno sia la parte preponderante dell’apprendimento personale: ma è altrettanto importante che le fonti siano chiare, che l’insegnamento sia adeguato e che gli studenti possano quindi avere accesso alle basi fondamentali della conoscenza dell’italiano in quanto lingua parlata e in quanto lingua scritta.

Linguaggio e scrittura divergono e coincidono: il contesto in cui qualunque forma di comunicazione parlata si svolge sarà sempre differente dal prodotto della scrittura, che è prima di tutto mediazione tra il pensato e la traduzione manuale praticata da una volontà che obbedisce essenzialmente al ragionamento ma anche all’intuizione, all’immediatezza tanto della banalità quanto del colpo di genio.

Il fatto che un ragazzo su due non comprenda gli articoli dei giornali, ad iniziare dagli editoriali, e che faccia fatica persino a capire ciò che è scritto nei testi scolastici, è un dato veramente inquietante.

Un dato non nuovo, si diceva all’inizio: è vero, già altre volte abbiamo appurato che, dalle prove Invalsi ma anche da ricerche ISTAT, emergono fotografie di una Italia in cui l’analfabetismo avanza prepotentemente, la povertà culturale altrettanto e le difficoltà di apprendimento sono maggiormente localizzate nelle regioni più povere, meno sviluppate economicamente e più depresse socialmente.

Mi permetto di chiosare nel merito con una considerazione forse un po’ cinica, ma credo abbastanza tristemente veritiera: magari fossero soltanto i quindicenni a dover rispondere di questa grande lacuna linguistica, concettuale e culturale.

L’analfabetismo funzionale dei giovani è dissimile solo anagraficamente da quello “di ritorno” di larga parte della popolazione un po’ di tutte le età. Dove più profondi sono i solchi delle differenze antisociali create da decenni di politiche classiste, votate al liberismo più spietato, lì sono penetrate tutte le più vuote banalità e i ragazzi e le ragazze sono rimasti soli contro il mondo.

Contro la marginalizzazione che colpisce i poveri, i più deboli, facendone dei cittadini di serie B e impedendo loro di poter vedersi garantito quel diritto all’istruzione, alla conoscenza e alla crescita civile e morale che si dovrebbe completare col diritto al lavoro come crescita materiale, indipendenza economica, autonomia di vita e non solo mera sopravvivenza. La Repubblica dovrebbe assicurare a tutti, ed in particolar modo alle giovani generazioni, quella formazione individuale che permetta all’eguaglianza formale (scritta nella Carta del 1948) di esprimersi compiutamente, concretizzandosi nella quotidianità dei rapporti a tutti i livelli.

Non possiamo e non dobbiamo puntare il dito soltanto sulla quasi mitologica non voglia di studiare dei giovani, sulla loro atavica fannulloneria giamburraschesca. La colpa è prima di tutto di chi avrebbe dovuto curare le potenzialità della scuola pubblica, non affidandola al managerialismo di presidi diventati degli amministratori delegati più che dei coordinatori scolastici, ma rendendola aperta alle nuova esperienze sociali, alle tante interazioni con culture anche molto diverse dalla nostra.

La logica e la pratica del privato, ad iniziare dalla formazione scuola-lavoro, avrebbero dovuto non trovare alcuna cittadinanza nella trasmissione del sapere che, in questo modo, è stato vincolato alle regole di un pragmatismo merceologico e aziendalista, scindendo la voglia della conoscenza dall’utilità della medesima.

E’ stato insegnato ai giovani che si studia quasi esclusivamente per trovare un lavoro e per partecipare al processo produttivo. Chi non è in grado di assolvere questo compito, e pretende di studiare fondamentalmente per conoscere, per arricchirsi prima di tutto culturalmente, finisce con l’essere etichettato come un idealista utopico, un romantico sognatore.

Invece la vera radice dell’apprendimento sta proprio in questa passione viscerale, ancestrale e indomita che pulsa dentro quello studente che, a dispetto della sua condizione economica, deve poter avere tutto il diritto di nutrire tanto la mente quanto il suo corpo. Alle “legioni di imbecilli” di echiana memoria, possiamo aggiungere delle modernissime “legioni di analfabeti funzionali” che portano il tasso di arretramento culturale a livelli mai visti dal dopoguerra ad oggi.

Ed a proposito di guerre: cosa sanno, cosa capiscono i giovani (e anche i meno giovani) del conflitto in corso in Ucraina? Quali sono le fonti di informazione che arrivano ai loro occhi e alle loro orecchie? I social? La televisione? Essenzialmente, sì. Nessuno di questi due strumenti di comunicazione di massa permette un vero approfondimento dei temi che riguardano i motivi per cui una guerra scoppia, ma, prima ancora, non sono palestre di insegnamento della lettura e della scrittura che hanno bisogno di quell’insieme di regole chiamate “grammatica” per poter funzionare adeguatamente.

Leggere paginate di commenti su Facebook o Twitter e rispondere a spron battuto senza badare ad elisioni, accenti, troncamenti, doppie, virgole e punti, adoperando un quantitativo di inglesismi che è sempre più imbarazzante, non può essere considerato un metodo di apprendimento.

Molto meglio, allora, affidarsi a “La Gazzetta dello Sport“, a “La Settimana enigmistica” o anche a racconti fantastici: sono molto più corroboranti per la mente. Ciò che importa, per comprendere appieno un testo, è la familiarità con le parole, con i loro sinonimi, e la regolarità delle pause, la straordinaria efficacia della punteggiatura che, nel parlato, si riverbera nei momenti in cui ci fermiamo mezzo secondo per far capire ciò che vogliamo dire sottolineandolo di più con una interruzione, con uno stacco.

Accade così anche al cinema: il regista decide di inserire tra due fotogrammi una breve scena, una immagine straniante, come se fosse un inciso letterario, una parentesi non scritta ma messa lì per integrare un concetto, allungare un discorso e costringere lo spettatore a soffermarsi maggiormente su un dato elemento, su preciso punto di sviluppo del racconto.

Quanti ragazzi e quanti adulti hanno perso la familiarità con la grammatica, con la punteggiatura, con i periodi fatti di frasi principali e di subordinate? Quanti si limitano a scrivere temi dove sono messi in riga soggetto, verbo e complemento oggetto, per rispettare almeno la forma della frase semplice? Quanto la frase semplice prevale oggi su quella complessa?

Non si tratta di domande fini a sé stesse, un po’ pedantescamente accademiche: da un esame di questo tipo saremmo in grado di sapere a quale disastro è stata portata la scuola della Repubblica e a quel povertà anche morale e intellettuale sono state trascinate più generazioni di giovani quasi adulti.

Non esiste soltanto il disastro della guerra visibile, quella dei corpi inanimati, resi cadaveri dallo scontro ostinato di due imperialismi e dei loro interessi economici spietati. Esiste anche un’altra guerra, forse meno appariscente, meno cruenta, un po’ invisibile, occultata in un carsismo voluto, per sottacere tutte le mancanze di una politica antisociale, incivile, amorale e priva di scrupoli nei confronti dei più deboli e delittuosa per quanto concerne il riguardo che dovrebbe avere nei confronti dell’esercizio culturale costante.

Diritto repubblicano, diritto quindi fondante la collegialità sociale e che, in quanto tale, confligge con il privilegio delle classi agiate, di quelle che finanziariamente detengono un potere che sovrasta quello sovrastrutturale politico. Nessuno pensi, però, di dare alibi ai governi che si sono avvicendati negli ultimi decenni: più o meno tutti sono correi di questo arretramento intellettivo, morale e conoscitivo.

Un vecchio slogan del movimento operaio sintetizzava benissimo questa pratica di depensamento ricercato e buttato addosso ai meno tutelati come croce di un nuovo millennio di analfabetismo funzionale per il mercato e il liberismo: le masse si controllano meglio se sono ignoranti. La conoscenza è possibilità, quindi è potere in potenza, è capacità di esercitare i propri diritti avendo gli stessi strumenti dell’imprenditore (ché se scriviamo “padrone” qualcuno si offende e ci dice che siamo anacronistici!).

E non sta bene se anche l’operaio vuole il figlio dottore! Meglio lagnarsi delle ingiustizie come fattore endemico di questa società che deve essere mostrata come il migliore dei mondi possibili, mentre ne è l’esatto opposto. Meglio lagnarsene e dare la colpa al fannullonismo giovanile, prendendosela con chi è vittima di questo sistema in prima, assoluta, malemerita istanza.

MARCO SFERINI

20 maggio 2022

foto: screenshot

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