La lunga estate calda contro la democrazia

E’ difficile dire che risvolti possa avere sul terreno prettamente politico, ma di sicuro qualunque comportamento dettato dall’emotività influisce anche sulle decisioni che vengono prese, sui discorsi che si...
Giorgia Meloni

E’ difficile dire che risvolti possa avere sul terreno prettamente politico, ma di sicuro qualunque comportamento dettato dall’emotività influisce anche sulle decisioni che vengono prese, sui discorsi che si fanno dentro e fuori le Camere: siamo esseri umani. Almeno dovremmo provare ad esserlo.

Laddove per “esserlo” si legga il tentativo di cambiare la natura umana sempre in meglio, quindi portandola a gestire le problematiche di vita con soluzioni che non penalizzino Tizio a favore di Caio, ma che semmai permettano ad entrambi di poter vivere più agevolmente, ricavando da nuovi comportamenti sociali quel tanto di empatia maggiore che consenta di isolare sempre più il singolarismo egoistico, la tendenza e la tentazione di prevalere piuttosto che di condividere.

Invece, ad ascoltare i discorsi parlamentari riguardanti tanto il dibattito sull’estensione del periodo di “stato di emergenza” quanto quello sull’autorizzazione a procedere nei confronti del senatore Salvini per il processo sulla vicenda riguardante la nave Open Arms, si ritrova davvero ben poca costruzione sociale nell’esposizione tanto dei fatti quanto nelle soluzioni che si vengono via via raccomandando.

La tensione emotiva gioca brutti scherzi, indubbiamente. Ma la prevenzione, la pregiudizialità e la precostituzione di argomentazioni alterate da una fede tutt’altro che buona, altro non fanno se non dimostrare quanto la finezza dell’arte dialettica possa scemare fino a diventare contrapposizione sterile, dialogo fra sordi, tentativo di manipolazione dell’opinione pubblica ben oltre i livelli di sopportabilità che vengono accettati durante le campagne elettorali.

Rivedendo e riascoltando il discorso di Giuseppe Conte di un anno fa al Senato della Repubblica, quando Matteo Salvini fece cadere il suo primo governo, quando in quell’estate, forse un poco meno calda di quella che viviamo in questi giorni, la partita delle percentuali elettorali si basava tutta sullo scontro di posizioni in merito al fenomeno migratorio, si può almeno apprezzare un indubbio tentativo di riportare i toni del confronto a quelli classici delle dinamiche istituzionali: ad un formalismo che diventa però anche sostanziale quando esprime col suo tono tutta la forza delle argomentazioni e le nobilita, piuttosto che svilirle con deboli battutine e calembour propri invece di queste afose giornate parlamentari.

I toni dei sovranisti si sono alzati, tanto alla Camera dei Deputati quanto al Senato della Repubblica: il malcelato, e compassato tono di chi considera i migranti esseri da soccorrere soltanto se approdano sulle nostre coste cenciosi, straccioni, pieni di sofferenza in viso, quasi in fin di vita, e non certo “con le sigarette, il telefonino, i barboncini“, fa il paio con il livore di chi, tirando alla fine il fiato, si lancia contro l’esecutivo accusandolo di voler togliere al popolo italiano qualunque margine di libertà con lo “stato di emergenza“.

Che il prolungamento dell’emergenza sia un fatto poco piacevole, anche istituzionalmente e democraticamente parlando, è poco opinabile, se non altro perché, in quanto “emergenza“, già di per sé ci dice essere un insieme di provvedimenti che costringono l’intero Paese a limitare quella che tante, troppe volte, è stata definita la “normalità“.

Certamente intesa come norma dei comportamenti quotidiani e senza attribuirle un significato sociale, di tolleranza delle grandi differenze economiche, dello sfruttamento del lavoro, delle sperequazioni sistemiche che vengono fatte passare, per l’appunto, come naturalmente incluse nella meravigliosa vita capitalistica occidentale.

Il livore sovranista si è manifestato in un momento in cui le forze politiche che rappresentano posizioni ipernazionaliste e identitarie si trovano a fronteggiare una serie di vicende che vengono vittimizzate e trasformate in “attacchi” da parte di altri poteri dello Stato, mentre si è innanzi a contraddizioni tutte interne a sistemi amministrativi la cui trasparenza – chiedono i magistrati – deve essere dimostrata visto che sono venute a galla delle problematiche non risolvibili semplicemente con la battuta secondo cui si viene inquisiti se si fa una donazione piuttosto che se si ruba.

Sarebbe facile potersi cavare d’impiccio con una freddura. Invece tocca, soprattutto se si amministra la cosa pubblica, renderne conto alla giustizia della Repubblica, che poi è quella – è bene sempre tenerlo a mente – amministrata in nome del popolo.

Ma ciò che più apre uno squarcio di riflessione su tutti questi avvenimenti è la controversia, il cambiare letteralmente verso alle parole, mutandole nell’opposto e costruire concettualmente verità che si pretendono basate su atti documentati, depositati negli archivi istituzionali di Palazzo Chigi e anche delle due Camere, che quindi, solo per questo fatto, non dovrebbero contrastare con le ricostruzioni probatorie dei magistrati.

Non lo si dice, ma lo si fa intuire. In queste settimane la contrapposizione delle presunte evidenze si è alzata, lo scontro si è fatto verace, anche intendendo il termine in quanto espressione di una concreta e reale fonte di verità, perché – almeno per chi intende pazientemente approfondire – dalla messa a confronto delle posizioni diametralmente opposte tanto sullo “stato di emergenza“, quanto sull’autorizzazione a procedere nei confronti del senatore Salvini, ci si potrà formare una opinione. Se non altro ascoltando le obiezioni dei costituzionalisti su un fronte e dei magistrati inquirenti sull’altro fronte.

La domanda che ne deriva è, alla fine questa: può questa radicalizzazione dei toni, questo inveire tra le parti (e soprattutto da una parte, quella delle minoranze parlamentari, delle destre) essere un sostegno alla dialettica democratica sia in chiave di sostegno al dialogo e al confronto, sia in termini di interazione tra le diverse componenti delle istituzioni repubblicane?

E’ pur vero che sceneggiate e livelli inestimabili di parossismo se ne sono visti a bizzeffe dalla caduta del pentapartito ad oggi: basti portare lo sguardo con la propria mente all’altro ventennio, quello moderno, quello berlusconiano per ricordarsi dell’aggressione a Mauro Paissan, del cappio, della mortadella mangiata tra i banchi della Camera Alta alla caduta del governo Prodi. Nessuno è stato risparmiato: né a destra, né a sinistra e tanto meno al centro.

Ma oggi il salto di squalificazione ulteriore lo si eccepisce per l’incontro di diversi fattori che rischiano di minare la stabilità della democrazia: primo fra tutti il fattore di emergenza sanitaria che ci pone in una condizione di emergenza condivisa ma pur sempre aggiunta alle già tante instabili certezze sul futuro di ciascuno; in secondo luogo i livelli istituzionali che si affrontano: regioni contro Stato, comuni contro Regioni, tanto su questioni che riguardano la sanità, quanto su ciò che a cascata ne viene ogni volta che si mette in mezzo la distribuzione di risorse ingenti: la criticità che si può (e si deve) avere nei confronti di questo governo, non può nascondere l’evidenza di un elemento che riguarda la mal sopportazione da parte dei sovranisti del risultato ottenuto da Conte a Bruxelles.

Qui non si tratta di operare una critica sociale al liberismo evidente di un governo che cerca di mostrarsi riformatore su determinati aspetti dell’amministrazione delle risorse pubbliche: qui occorre avere presente quanto sia determinante nella dinamica di confronto e scontro tra opposizioni sovraniste e maggioranza giallo-rosa il contorno – tutt’altro che tale – del contesto europeo.

Se in questo quadro si inserisce poi la rovinosa gestione da parte della Lombardia della fase emergenziale dovuta al Covid-19, i successivi problemi di carattere giudiziario, allora diventa ancora più manifesta l’insofferenza dei sovranisti e il “cattivo umore” tra le onde del Papeete, scambiato per adombramento dopo il voto del Senato sull’autorizzazione a procedere.

Mandare a processo il senatore Salvini è un atto dovuto ma può anche rivelarsi, di contro, un favore sul piano della propaganda politica. Soprattutto se il governo continuerà a gestire il fenomeno migratorio con rifinanziamenti della guardia costiera libica (che spara e uccide i migranti…), senza un piano di riconversione dei centri di “accoglienza” (le virgolette in questi casi sono d’obbligo) e di smistamento, senza un supporto europeo che riconosca nell’Italia un grande, immenso porto di sbarco per tutti coloro che provengono dalle coste del Nord Africa.

Non rassicura, in tutto questo esacerbato clima, la modificazione del ruolo del Parlamento pretesa da una maggioranza governativa cangiante a seconda del modificarsi dei confini parlamentari della medesima. Il referendum sul taglio delle Camere è, se non molto, altrettanto pericoloso per la democrazia quanto la vittoria delle destre nelle singole regioni.

Ma, altro punto di instabilità emotiva, qui del tutto personale, è dato dal fatto che nessuna garanzia di ristabilimento di un minimo di giustizia sociale viene da chi siede al governo e non abolisce i decreti sicurezza, non mette una patrimoniale per superare le difficoltà economiche del Paese, non si esprime chiaramente contro l’autonomia differenziata proprio delle stesse Regioni e fa un po’ spallucce alle pretese di Confindustria, salvo poi disciplinarsi e accoglierne la maggior parte.

Preoccupante è il rapporto tra queste istituzioni e il Paese, considerando tutti i moderni mezzi di comunicazione, di informazione e di, conseguente, disinformazione che si hanno e si possono utilizzare per eterodirigere le opinioni e farne strati di consenso su cui edificare, nel nome della libertà, della democrazia, l’esatto opposto.

MARCO SFERINI

31 luglio 2020

foto: screenshot

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