Kazakhstan. Il lavoro dei miners e il feticismo delle criptovalute

Benvenuti in Kazakhstan, il primo paese al mondo ad aver svelato, parafrasando Marx, il «feticismo» delle criptovalute. La virtualità dietro cui si nascondono sfruttamento intensivo di risorse naturali ed estrazione di plusvalore da lavoro vivo, «spossessamento» di beni comuni e di diritti collettivi

La crisi del Kazakhstan ha fatto sapere al mondo che questo paese è diventato l’eldorado degli «estrattori» di criptovalute. E’ stimato che nel 2021 si siano trasferite sul suo territorio – dalla Cina soprattutto – ben 90 mila società di «mining» (nei capannoni sparsi nel deserto «lavorano» più di cinquecentomila calcolatori), corrispondenti a circa il 20% del mercato mondiale. Ma che centrano i minatori virtuali con le proteste di piazza di questi giorni? Prima di rispondere a questa domanda bisogna fare un ripasso sul significato di criptovaluta.

Da che mondo è mondo l’idea di poter battere moneta in proprio, aggirando il monopolio statale e facendo a meno di banche ed altri intermediari, ha avuto sempre un suo fascino. Con le criptovalute, alla realizzazione di questo sogno, un pochino ci si è avvicinati. Niente più cliché e stendini per asciugare le banconote fresche di stampa come nel noto film di Totò e Peppino De Filippo, ma solo un potente computer collegato ad altri computer. Così semplice? Non proprio. Il sistema alla base della produzione di questa moneta è molto complesso, richiede mezzi informatici adeguati ed un’enorme potenza di calcolo. E tanta energia elettrica.

La parola «criptovaluta» è composta da due termini: criptografia e valuta. Se ne ricava il concetto che questa moneta giace nascosta da qualche parte e che per portarla alla luce c’è bisogno di determinate attività. Il caso del Bitcoin. Il sistema è basato su una rete paritaria di computer collegati tra di loro, che costituiscono i cosiddetti «nodi». Con cadenza regolare, un algoritmo sforna una serie di scritture cifrate, che si trasformeranno in soldi virtuali solo dopo essere state decrittate.

Si tratta di dati relativi a transazioni in criptovalute contenute in «blocchi» da validare, per l’appunto, mediante complessi calcoli algoritmici. Per ogni blocco validato, nuovi Bitcoin si aggiungono alla base mondiale della criptovaluta. E’ la ricompensa del miner, il moderno cercatore d’oro che, armato di potenti software, riesce ad estrarre da blocchi di informazioni nuova moneta per sé e per il sistema.

Oggi le criptovalute sono diventate l’ultima frontiera degli investimenti ad alto rischio. L’estrema volatilità del loro prezzo può far conseguire rapidamente lauti guadagni ma anche ingenti perdite. Basta ricordare che ancora nel 2015 un Bitcoin valeva poco più di trecento euro e oggi ne vale 40 mila. Tutto molto allettante per scommesse e attività speculative, giocate sul mercato dei derivati e di altri strumenti finanziari complessi. Diversamente dalla moneta fiat, i Bitcoin – ed altre monete virtuali – non sono tuttavia illimitati. In questo, sono più vicini alla moneta coperta da riserve di altri materiali del passato. E non solo per l’allegoria della miniera e dei minatori.

Nel caso del Bitcoin il limite massimo fissato dal sistema è di 21 milioni. Si dice che questo numero avrebbe a che fare ancora una volta con l’oro. 21 metri, infatti, sarebbe la lunghezza del lato di un cubo frutto della fusione di tutto l’oro del mondo. Ma le analogie col passato non si fermano qui. Come per l’oro estratto nelle miniere, l’estrazione virtuale di criptovalute ha bisogno di grandi quantità di energia, a sua volta generata, nelle forme tradizionali, estraendo concretamente materie prime dal sottosuolo. Moneta virtuale, impatti reali. Sull’ambiente e sulla società. Benvenuti in Kazakhstan, il primo paese al mondo ad aver svelato, parafrasando Marx, il «feticismo» delle criptovalute. La virtualità dietro cui si nascondono sfruttamento intensivo di risorse naturali ed estrazione di plusvalore da lavoro vivo, «spossessamento» di beni comuni e di diritti collettivi.

Non è solo il clima freddo del deserto (serve a raffreddare i computer) e l’assenza di tassazione che ha fatto del Kazakhstan il paradiso dei miners. C’entra anche il carbone, da cui dipende il 70% della produzione elettrica nazionale. «Un tempo i kazaki estraevano risorse minerarie per scambiarle con le popolazioni vicine. E anche oggi l’estrazione di risorse ci permette di guadagnare, ce l’abbiamo nel Dna», ha dichiarato recentemente Alan Doriyev, presidente della Bitcoin Miners Association kazaka.

Invero, a guadagnarci sono solo i magnati locali e i minatori virtuali. La maggioranza del popolo e i lavoratori delle miniere di carbone hanno solo da perdere da questo modello di sviluppo. Nuova moneta, vecchi meccanismi di accumulazione capitalistica.

LUIGI PANDOLFI

da il manifesto.it

foto: screenshot

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