Il ritorno del primato assoluto dell’economia sulla politica

La ormai proverbiale seraficità di Mario Draghi nel rapportarsi con l’esterno, per comunicare le sue decisioni, le azioni del governo, è una qualità che solo l’ex banchiere internazionale può...
Mario Draghi con Christine Lagarde, attuale presidente della BCE

La ormai proverbiale seraficità di Mario Draghi nel rapportarsi con l’esterno, per comunicare le sue decisioni, le azioni del governo, è una qualità che solo l’ex banchiere internazionale può vantare pienamente nella compagine del suo esecutivo. Perché, dietro all’apparente calma con cui le discussioni avvengono, prettamente improntate ad un vero e proprio stile istituzionale, tracimano dalle piccole maglie della rete di contenimento delle intemperanze tanto sovraniste quanto di altra matrice della composita e ampia maggioranza “europeista e atlantista“, i malumori e i dissapori reciproci.

Se è, pertanto, difficile poter sapere quale sia stata la dialettica politica che ha sotteso alla preparazione del nuovo DPCM sulle restrizioni per la prevenzione di nuove ondate della pandemia, non è altrettanto impossibile accorgersi della rimodulazione delle correnti interne ai due partiti più grandi della ex maggioranza del Conte bis: PD e Cinquestelle, con percorsi paralleli e doverosamente separati (seppure indirettamente influenzabili a vicenda), stanno osservando tanto le mosse di Draghi quanto quelle del centrodestra e delle altre forze che sostengono il governo.

La partita non è doppia, ma tripla: rafforzare sé stessi, creare un asse stabile per un nuovo “centro-sinistra” (mai definizione è stata più tirata per giacchetta, capelli e chissà cos’altro) e, nel mentre tutto questo vorticosamente viene tentato nelle molto poco secrete stanze, circensizzare la politica di confronto con Forza Italia, Lega, centristi moderati e neo-europeisti approdati alla sponde salvifiche della UE dopo averla vituperata per lustri con una qual certa coerenza.

La prima tappa è giocata tutta in casa: PD e Cinquestelle si osservano, si annusano e sanno che se si affidano alla speranza dei calcoli matematici, di mere sommatorie di dati sondaggistici che variano da settimana a settimana di piccole percentuali, potranno anche essere la coalizione alternativa alle destre riunite nel nome dell’assalto a Palazzo Chigi, ma saranno una alleanza della disperazione e non della speranza. Non tanto un progetto politico dai tratti progressisti, nonostante sia composto da forze ormai dichiaratamente liberiste e “liberali” (Luigi Di Maio dixit a proposito dell’approdo finale della trasformazione del M5S), quanto una sperimentazione. Un tentativo.

Del resto, è da molto tempo ormai che non si fanno progetti degni di nota a sinistra, sia in quella moderatamente moderata, sia in quella che vorrebbe ancora poter essere anticapitalista, antiliberista e più sociale di chi lo è a parole e poi punta a gestire da posizioni di governo ogni mediocre riforma spudoratamente anti-sociale. La progettualità richiede analisi, inchiesta, un alveo culturale entro cui crescere tanto idealmente quanto politicamente nel senso più ristretto e compiuto del termine: la gestione della polis, del bene comune con un metro che risponda a misurazioni concrete, fatte di raffronti con una realtà dei fatti contro cui è impossibile non sbattere se si parla di riorganizzazione del mondo del lavoro.

Certo è che, se quando si fa anche solo cenno ad un ambito così complesso come una riconsiderazione dei rapporti di classe, da un punto di vista esclusivamente di una classe (quella degli sfruttati moderni), si devono prendere in considerazione anche le “esigenze” delle imprese, non si fa altro se non inquinare a monte il progetto politico (che deve per forza essere allo stesso tempo progettualità sociale) con una prospettazione di una risoluzione condivisa dei problemi sociali che non potrà mai essere soddisfacente. Per il semplice fatto che ai problemi dei lavoratori sono i lavoratori stessi che devono pensarci e non certo Confindustria, banchieri e speculatori finanziari.

La riconsiderazione dei rapporti interni al PD non fa altro che confermare, purtroppo, un nuovo probabile scivolamento del partito di Zingaretti su posizioni meno concilianti con una visione sociale dei problemi più scottanti e immediati del mondo del lavoro.

Se la attuale segreteria venisse messa in crisi partendo dalla critica – peraltro anche condivisibile – della insufficiente presenza di donne nella delegazione democratica al governo, ampliando le critiche alla cumulazione degli incarichi da parte di Orlando (vicesegretario del partito e ministro del lavoro insieme), aumentando questo carico con la motivazione degli attuali rapporti politici in seno alla giunta regionale del Lazio e al possibile ingresso di esponenti del M5S al suo interno, pare evidente che la eventuale soluzione congressuale non sarà una risposta “di sinistra“, ma semmai un ricorso ad esponenti come Bonaccini, molto mediatici, molto propensi al modello draghiano di intendimento della politica.

Larghe intese, comunque nessuna porta chiusa al dialogo con le destre, clima di unità nazionale che finirebbe col rompere quella che in molti dalle parti del PD vedono come l’ultima spes per non chiudere, non tanto la stagione di un fallace, effimero ritorno all’ipotesi spuria di centro-sinistra, quanto la stagione stessa del PD che rischierebbe l’implosione prima per esplodere e tornare a dare vita ad anime diverse, recuperando da un lato un tratto socialdemocratico e dall’altro uno popolare pronto ad allearsi stabilmente più che con il M5S, con Renzi e le forze neoliberiste di Calenda e Bonino, più – si intende – con una Forza Italia che, a quel punto, sarebbe anche tentata di egemonizzare un nuovo progetto neo-centrista.

Al momento, sia i rapporti numerici parlamentari, sia i sondaggi impediscono di ardire ad un salto di questa natura. Non lo potrebbe fare il PD nella sua interezza, separandosi dal tridente formato con Cinquestelle e LeU, e non lo potrebbe fare, nemmeno nell’ipotesi appena balenata di un rimescolamento tellurico così potente del quadro politico italiano, nessun altro partito, se non frantumando l’alternanza bipolare e dare vita, almeno, a tre poli fra loro concorrenti: sinistra moderata (Leu-PD) e liberal-progressisti (M5S), centro liberal-liberista (Azione, Bonino, Italia Viva, Forza Italia), estrema destra (Lega e Fratelli d’Italia).

L’era di Draghi esclude tutto questo, almeno al momento, fino a che la pandemia sarà l’emergenza delle emergenze. Ma i tempi della politica sono persino più veloci di quelli del virus e ,quindi, è molto complicato poter affermare che tra un anno ci troveremo ancora a discutere di equilibri che oggi diamo per scontati e che sono, ad oggi, progetti immaginati come futuri assi stabili di rinnovamento degli equilibri tanto interni quanto esterni ai partiti e ai movimenti. Il “progetto Conte“, ossia la guida del M5S da parte dell’ex Presidente del Consiglio, il rinnovamento del movimento e il suo incastonamento in un luogo ideale del liberalismo moderato progressista (gli eurodeputati pentastellati in queste ore hanno chiesto l’adesione al gruppo parlamentare dei socialisti europei…) sono presupposizioni tanto concrete quanto aleatorie.

Così come qualunque altra ipotesi di squadernamento del quadro politico italiano. Per il semplice, elementare fatto che alla guida del governo non c’è nessuna forza politica egemone, ma una visione dell’economia egemone rispetto ai particolarismi dei sovranisti da un lato e alla tendenza al compromesso tra impresa e lavoro dall’altro. La chiave di interpretazione della strettissima attualità dei fatti, sta tutta nella capacità di Draghi di mantenere il primato dell’economia sulla politica attraverso la politica istituzionale e governativa stessa.

Finalmente, dopo tanti infingimenti e mezze verità, un governo è davvero il “comitato d’affari della borghesia“, così come lo aveva ben definito Karl Marx. Anzi, è molto di più, perché non protegge solamente i malfermi equilibri del mondo imprenditoriale, ma punta a stabilizzare i rapporti tra l’alta finanza italiana e quella europea, mostrando al Paese, all’Europa e al mondo che il tutto viene fatto nell’esclusivo interesse pubblico: in questo caso sanitario. Nel puntare i piedi sulla distribuzione ineguale dei vaccini, Draghi non fa altro se non serrare le fila con Merkel e Macron e rinforzare quell’idea di Europa “autonoma” dagli USA ma allo stesso tempo fedelmente “atlantica“. Un binomio che ripete spesso: dalla dichiarazione di accettazione alla formazione del governo fino alla riunione con i capi di Stato dell’Unione Europea di pochissime ore fa.

Una inevitabile melanconia si fa preda di chi si era illuso che la politica avesse ancora un ruolo, costituzionalmente dettato, di controllore degli eccessi della struttura economica sulle sovrastrutture statali, sulle vite singole e sull’intero popolo italiano. Pareva che la pandemia avesse scosso gli animi anche più rigidamente avvinghiati alle leggi imperturbabili e amorali dal mercato. Invece, il salto di qualità dell’era Draghi consiste anche (e forse soprattutto) in questo ritorno prepotente del primato del capitale sull’interesse sociale, sulle dinamiche democratiche che dovrebbero provare a tutelarlo con quei rapporti dialettici che sono il sale del confronto tra eguali, seppure da posizioni anche diametralmente opposte.

Il pericolo è la messa in discussione della sostanza di cui dovrebbe essere fatta la Repubblica: la centralità del lavoro nella società, l’interesse pubblico avanti a quello privato, la gestione politica di tutto questo e non quella di un governo che sembra la fotocopia di un consiglio di amministrazione di una banca, con tanti piccoli, medi e grandi azionisti di riferimento.

La nuova stagione è cominciata e le beghe interne al PD e ai Cinquestelle ben poco cambieranno uno scenario eccezionale in cui tutto, nel nome della lotta alla pandemia, sarà giustificato e sempre più giustificabile.

MARCO SFERINI

27 febbraio 2021

foto: screenshot

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