Il Recovery Plan di Draghi: tutto il potere alle imprese

Il 25 aprile è appena passato, ci si avvia verso il Primo Maggio e il Parlamento nel corso della settimana discuterà un Recovery Plan che promette misure di contenimento...
Mario Draghi durante il dibattito alla Camera dei Deputati sul "Recovery Plan"

Il 25 aprile è appena passato, ci si avvia verso il Primo Maggio e il Parlamento nel corso della settimana discuterà un Recovery Plan che promette misure di contenimento del rischio di impresa ma che lascia molto a desiderare in quanto a tutela del lavoro e del gradino più in alto nella scala di classe sociale, quello del cosiddetto “ceto medio“. Draghi rassicura tanto sulla gestione della pandemia quanto sulle risorse da distribuire, ma la situazione pare sfuggita di mano nel primo caso e non completamente gestibile sul piano istituzionale nel secondo.

Le telefonate con Ursula von der Leyen lo confermano: l’agitazione di Bruxelles, Francoforte e Strasburgo è tutta dovuta alle garanzie sull’attuazione di riforme che politicamente dovrebbero garantire una stabilizzazione economica che va ben oltre il pure importante riassetto pubblico dello Stato (peraltro non nei piani di Draghi e del suo governo).

La crisi sanitaria è oggi il centro di una miriade di altre crisi dei settori pubblici che si vorrebbero curare accondiscendendo alle richieste della UE sulla sempre maggiore penetrazione del mercato proprio nei meandri dell’amministrazione statale, nelle sue più capillari e diffuse propaggini dalle istituzioni centrali fino agli enti locali fondamentali della Repubblica, il primo nucleo di riconoscimento dei cittadini nell’ambito della società: i comuni.

La crisi che il mondo imprenditoriale affronta è disomogenea e fa litigare gli stessi confindustriali con altre associazioni di categorie padronali.

Sotto la lampada del terzo grado sociale finiscono tutte le contraddizioni di un capitalismo italiano che da un lato (quello delle grandi aziende) si è giovato nei lustri passati di enormi incentivi di Stato e ha al contempo evaso il fisco abbondantemente senza produrre alcuna innovazione nella produzione, nella tutela del lavoro e nella nuova brevettazione; dall’altro lato (quello delle medie e piccole aziende, dei ristoratori, delle ditte a conduzione familiare ed anche delle nuove “start up” nate dall’associazione di giovani menti brillanti) ha provato a mettere in gioco capitali che hanno dinamicizzato alcuni settori economici, stimolato un connubio tra studio e progettazione, rimanendo però sempre minoranza rispetto al grande padronato.

Il testo del Recovery Plan che approda in Parlamento si pone, testualmente, sei missioni: «digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura; rivoluzione verde e transizione ecologica; infrastrutture per una mobilità sostenibile; istruzione e ricerca; inclusione e coesione; salute». Raggruppa per grandi capitoli di investimento tutto vasto mondo della cultura che dovrebbe abbracciare quello dello sviluppo economico, marcando fin dai titoli la necessità di esaltare la competitività, mettendo su un piedistallo il libero mercato come unico regolatore della distribuzione degli oltre 220 miliardi di euro che l’Europa ci farà pagare cari (checché si facciano o non si facciano le riforme promesse da Draghi).

La descrizione dei capitoli di investimento è però così vaga che, primo a lamentarsene, è stato proprio il Presidente del Consiglio che al Ministero del Tesoro ha chiesto circostanziazioni ulteriori per non lasciare in balia dell’interpretazione tout court che aprirebbe il varco alle illazioni più disparate tanto delle forze politiche dell’amplissima maggioranza che sostiene l’esecutivo, non esente al momento da tensioni non certo di secondo piano.

Stando a quanto scritto al momento nel Recovery Plan, almeno in premessa, l’impietosa analisi economica che introduce le sei missioni di salvezza nazionale non lesina critiche ad un mondo produttivo italiano che ha trascurato oltre ogni immaginazione, con una enorme pigrizia di investimenti, la digitalizzazione delle imprese e dei comparti ad esse legati. Le colpe vengono un po’ malamente distribuite, facendo quasi dipendere dalla lentezza all’adeguamento nei confronti delle nuove tecnologie da parte delle piccole e medie imprese i ritardi della grande industria e del grande capitale.

Si sfrutta l’infausto merito della pandemia di aver imposto una spinta propulsiva in merito, anche per quanto riguarda l’amministrazione dello Stato, tutti i suoi comparti pubblici. Ma per ridare ossigeno ad ogni servizio rivolto ai cittadini, ad ogni sostegno di tipo sociale, il governo, mentre scrive pagina dopo pagina la proposta sul Recovery Plan, non prevede di affiancare alle risorse europee degli interventi strutturali che prendano i soldi dove realmente si trovano, ma opera lo scostamento di bilancio, fa nuovo debito pubblico e riversa sull’intera comunità un costo che dovrebbe essere pagato principalmente da chi tanto si è avvantaggiato nei decenni scorsi in quanto ad immagazzinamento di capitali, portandoli all’estero, scudandoli e mettendoli al sicuro dal fisco italiano.

Invece di tassare i grandi imprenditori, i grandi finanzieri e di redistribuire le risorse nel miglioramento delle infrastrutture, aumentando una spesa per la sanità che anche nel Recovery Plan appare sempre troppo bassa rispetto ad altri capitoli di spesa, Draghi e il suo governo proprio al centro del piano di ripartizione dei fondi europei pone l’impresa come fulcro del Paese e non certo i lavoratori e le lavoratrici.

40 miliardi sono pronti per essere regalati ai padroni e, nonostante le rassicurazioni date ad Ursula von der Leyen, con la formula ormai consumata «Garantisco io!» (con tutta l’autorità (im)morale del superbanchiere calato nel cuore della politica italiana), non vi è alcuna certezza che il magnifico libro dei sogni liberisti di chi legge le cifre di spartizione del piano di rinascita del Paese dal dopo-pandemia (tutto ancora da concretizzarsi e dal poter essere concretamente osservato e vissuto) si possa realizzare nei tempi previsti: tre mesi soltanto per dare nuova forma ad una giustizia impantanata da decenni, per rimettere mano ad una lotta all’evasione fiscale e ad una riforma dell’amministrazione pubblica che dovrebbe prendere il via entro l’anno.

La bacchetta magica di Draghi non si ferma qui nel volteggiare nel cielo delle tante speranze che il Presidente del Consiglio sciorina al Parlamento e al Paese: la sua figura giganteggia sui numeri, ammansisce le opposizioni con l’autorevolezza del tecnico che sa di ciò che sta parlando e con il piglio del politico che sta imparando ad addomesticare le liti entro la sua maggioranza, mandando avanti Letta e Conte in forma di manovra a tenaglia nei confronti di Salvini.

Ma, alla fine, tolta di mezzo l’enfasi del caso, sono tante le affinità e tanta è la continuità con le precedenti stesure del piano fatte dal governo Conte e sono molto poche le differenze, persino nelle sei grandi missioni di cui si è parlato prima: nel Bel Paese di Draghi non c’è posto per nessuna riforma sociale, del lavoro, delle pensioni, della scuola e della sanità che venga declinata sul piano egualitario dei beni comuni, di un rigonfiamento dei diritti compresi in una visione ampia di “stato-sociale“.

L’Italia di Draghi è un Paese in cui per ritornare ai livelli occupazionali di due anni fa serviranno non solo i fondi dell’Europa vincolati alle riforme liberiste accennate, ma anche molto tempo: non si prevede un riscatto della condizione operaia e dei lavoratori salariati tutti entro breve termine (mentre la minaccia dello sblocco dei licenziamenti rimane sempre nell’orizzonte più che visibile ad occhio nudo), ma si pianifica una stabilizzazione delle imprese per renderle competitive, escludendo la variabile occupazionale dal perimetro delle garanzie intangibili.

MARCO SFERINI

27 aprile 2021

foto: screenshot tv

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