Dietro il dito puntato contro un capostazione

Tutta la solitudine di un uomo, di un lavoratore. La se sente nelle parole della moglie del capostazione che accomuna la disperazione del marito a quella delle vittime dello...

Tutta la solitudine di un uomo, di un lavoratore. La se sente nelle parole della moglie del capostazione che accomuna la disperazione del marito a quella delle vittime dello scontro tra i due treni di Andria.
Per oltre vent’anni quest’uomo ha alzato la sua paletta ora sul verde, ora sul rosso per dirigere il traffico ferroviario. Il binario è sempre stato unico, niente, nessuno ha pensato di ammodernare quel tratto di strada ferrata, di installare congegni tecnologici che impedissero l’unico imputato dell’oggi: l’ “errore umano”.
Le indagini verranno fatte a trecentosessanta gradi, ma per l’opinione pubblica il dito puntato è tutto su un uomo che “nella confusione del momento”, così narrano le cronache, ha dato il via libera ad un treno che non doveva partire.
Quel giorno avevano deciso che non ci sarebbe stato sempre il solito treno A dopo il treno B. Ma ci sarebbe stato anche un treno A2, quindi di qui l’errore probabile: pensare che non vi fossero più convogli che venivano incontro e che la strada fosse libera. Così non era.
Ma la solitudine di un uomo, di un lavoratore la si continua a percepire. Ventitré vittime che esistono, che sono la tragica conseguenza di tante, troppe sottovalutazioni della capacità umana di supplire all’insufficienza degli investimenti, al mantenimento di una pochezza di mezzi per ottenere sempre il massimo del profitto.
Il rimorso non si addice ai privati. Forse nemmeno al pubblico. Ormai le differenze sono sempre più labili, indistinguibili tra gestione statale e gestione invece personale, privata appunto.
Tutto si basa su una economia che spinge ad una concorrenza sfrenata, a far circolare sulle tratte ferroviarie italiane treni privati, ad affittare quindi le strade ferrate perché passino treni non più targati “FS” come quelli che si vedevano un tempo, ancora prima degli scandali delle lenzuola d’oro, quando lo Stato aveva il pieno controllo dei trasporti.
La logica voleva, e vorrebbe, che ciò che è pubblico sia meglio curato e gestito proprio perché rivolto a tutti, perché universale e perché la finalità non dovrebbe essere il profitto ma il miglioramento della vita dei cittadini in ogni campo.
Invece ha prevalso la logica del “più efficiente”, “più ricco”, “più veloce”… Tante maggiorazioni che non hanno portato una qualità della vita superiore a quella d’un tempo se non per quella parte di popolazione che si è potuta permettere servizi ottimali pagando quanto richiesto. Una selezione di classe, dunque.
Molti scuoteranno la testa: eccoli lì i soliti comunisti che ne fanno un problema classista. Sì, perché lo è: da capo a piedi, da stazione a stazione.
E la solitudine di un uomo, di un lavoratore, di un capostazione non può essere l’alibi per dimenticare il degrado in cui ci hanno portato le politiche delle privatizzazioni tutte dedite ad accumulare aumenti di dividendi e a tralasciare qualunque minimo riferimento al bene comune. Del resto, non è nella natura del privato pensare “in modo pubblico”. Dovrebbe esserlo dello Stato, ed anche quest’ultimo ha parecchio obliato la sua stessa vocazione.
Per questo un capostazione non può essere messo sotto accusa da solo. Può aver commesso un errore, anche grave, ma non è solo da quell’errore che dipende la morte di ventitré persone.

MARCO SFERINI

14 luglio 2016

foto tratta da Pixabay

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