Un 2 giugno particolare e la ricostruzione sociale

Il bilancio della giornata del 2 giugno, festa della Repubblica, può essere considerato quasi come un punto fermo per la complicata fase politica, economica, sociale che si sta aprendo,...
I selfisti delle destre

Il bilancio della giornata del 2 giugno, festa della Repubblica, può essere considerato quasi come un punto fermo per la complicata fase politica, economica, sociale che si sta aprendo, sempre che potrà essere possibile considerare il lockdown come un passato senza ritorno.

Due punti di prima sintesi:

1) la destra sta tentando di occupare lo spazio della protesta sociale e cercherà di farlo nella maniera più rumorosa possibile.

2) quel che rimane della Sinistra fuori dal PD appare priva di iniziativa politica ma non può e non deve permettersi di rimanere acquattata nelle spire di un governo debole, minato all’interno dall’antipolitica e dalle nostalgie destrorse del M5S. Un Governo per di più che rimane il frutto di una non obliabile operazione trasformistica di grandi proporzioni. Un fatto che incide anche sul piano del giudizio possibile sulla “qualità morale” di un già pallido gruppo dirigente.

Proprio nella manifestazione romana di ieri la destra ha mostrato tutta una preoccupante potenzialità eversiva, ben orchestrata da quella parte politica che nell’estate del 2019 chiedeva “pieni poteri”.

Sono evidenti le possibilità, per chi intende muoversi in quella direzione, di sfruttare quanto il disagio economico lascerà sul terreno dello sfrangiamento sociale e del non riconoscimento reciproco tra soggetti e categorie in un Paese da sempre malato di corporativismo, di contrapposizione geografica, di assistenzialismo.

Non ci si potrà rifugiare nella solidarietà nazionale e nei paragoni con l’unità del dopoguerra, che fu vicenda affatto diversa da quella di oggi e comunque “guidata” da fortissimi partiti provvisti di chiara identità e strutturati nel modello dell’integrazione di massa rappresentativi di precisi ceti sociali oppure interclassisti provvisti di un forte collante ideologico.

Sulla protesta della destra si innesterà, probabilmente, anche una forte reazione di stampo padronale tendente a determinare un’ulteriore squilibrio nelle condizioni di lavoro riaffermando il primato dello sfruttamento e della precarietà del lavoro (fenomeni cui il centro – sinistra ha concesso ampio spazio nel recente).

Ricordiamo che, nel quadro internazionale, il nostro rimane un Paese finanziariamente e tecnologicamente molto debole.

Sotto questo aspetto il tema degli aiuti europei, dopo gli entusiasmi iniziali, presenterà il conto non soltanto delle difficoltà d’accesso ma anche delle incertezze di tipo “progettuale” e delle modalità di controllo da parte di organismi europei che rimangono comunque fondati su di una non certo abbandonata logica monetarista.

Su questo piano, delle vicende europee, non deve essere sottovalutato il rischio del ripresentarsi di un vero e proprio “boomerang” sul cui un possibile “effetto di ritorno” offrirebbe ulteriori spunti per far crescere fenomeni di protesta indiscriminata.

E’ necessario ed urgente presentare un’alternativa a questo stato di cose.

Il quadro è quello del pericolo di uno scivolamento in una dimensione da “democrazia vigilata” e dell’ emergere di tendenze all’autoritarismo che sono già ben presenti a livello di opinione pubblica. La sinistra deve aprire una propria nuova stagione “costituente”.

Una fase costituente che dovrà essere agita nel segno della costruzione di una alternativa politica e sociale fondata sull’identità repubblicana, sull’applicazione della Costituzione, su una visione “aperta” della democrazia, su di una progettualità fondata su alcuni punti ben precisi di cui rappresentino l’asse portate la riduzione delle diseguaglianze, la capacità del pubblico di intervenire nell’economia (partendo da una seria analisi di ciò che ha rappresentato la privatizzazione dell’industria di stato e la dismissione dell’IRI), il riequilibrio territoriale, generazionale, di genere, la vocazione ambientalista.

Sul “Corriere della Sera” Paolo Franchi ha ricordato i grandi momenti di confronto di merito svolti, all’interno delle principali aree politiche del paese al momento dell’avvio del centro – sinistra e dei prodromi del “miracolo economico”: il convegno democristiano di San Pellegrino (relatori Pasquale Saraceno e Achille Ardigò), quello liberal socialista delle “sei riviste d’area” svolto al Teatro Eliseo di Roma, quello dell’Istituto Gramsci sulle tendenze del capitalismo italiano con gli interventi di Trentin, Magri, Foa da una parte e Amendola dall’altra nel corso del quale si delinearono ancora presente Togliatti diverse “sensibilità” all’interno del PCI.

Ecco: il livello della nostra discussione deve collocarsi a quell’altezza isolando la destra e ponendosi l’intento di fornire un’impronta decisiva alla prospettiva futura del sistema politico italiano.

Il tema da mettere in campo per primo riguarda però la “forma politica”, il superamento di divisioni ormai del tutto sorpassate dalla storia, l’avvio di un processo non semplicemente unitario ma di vera e propria ricostruzione di cui il nostro progetto di “Dialogo Gramsci – Matteotti” intende rappresentare soltanto un esempio sul quale intendiamo comunque insistere rivolgendoci a tutti i soggetti, singoli o organizzati, che intendano misurarsi con la prospettiva del futuro.

Una ricostruzione della sinistra che non può che principiare alzando il tiro sul livello culturale dell’analisi politica:

1) chiamando a raccolta quanto c’è (e di non secondario) di una intellettualità riflessivamente e propositivamente non genericamente progressista;

2) prendendo atto della radicalità richiesta dal momento;

3) lavorando per presentare una proposta politica unitaria e alternativa alla confusione e ai pericoli insiti in questo difficile momento storico.

FRANCO ASTENGO

4 giugno 2020

foto: screenshot

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