L’ombra di Berlusconi sulle primarie del PD

Alla fine Orlando colpisce il punto debole del favorito. "Renzi non esclude larghe intese con il Cavaliere, io invece voglio l'alleanza con Pisapia. Chiederò agli iscritti di scegliere con un referendum interno". Non facile da ottenere

Se Renzi si è riservato il colpo di teatro, chiudendo oggi a Bruxelles la sua corsa per le primarie di domenica prossima, è invece Orlando che finisce la campagna elettorale in crescendo. Un po’ per la performance televisiva di mercoledì sera nel confronto con gli altri due candidati – «mi pare che abbia mostrato grande competenza e maggiore forza comunicativa di Renzi», il giudizio di Enrico Mentana – un po’ perché finalmente è riuscito a mettere in difficoltà il super favorito. Argomento: le alleanze.

Renzi glielo ha quasi regalato, quando in diretta su Sky ha aperto al ritorno delle larghe intese con Berlusconi nel prossimo parlamento. «Lavorerò perché non ci sia il proporzionale – ha detto – ma con il proporzionale non posso escluderle». Rafforzando così il sospetto che abbia già un’intesa di massima con il Cavaliere, come ai tempi del patto del Nazareno. Strategia che spiegherebbe anche l’ansia di andare a votare con un sistema in cui il premio di maggioranza è irraggiungibile per il Pd (e per tutti). Orlando ha cominciato ad attaccarlo su questo punto, debole. «Io tra Berlusconi e Pisapia scelgo Pisapia – ha detto ieri – se per questione di rancore personale per Renzi non è così chiederò la convocazione di un referendum, come previsto dallo statuto del Pd. Credo che anche il nostro popolo con una maggioranza schiacciante sceglierà Pisapia».
Orlando fa riferimento all’ipotesi, ormai molto concreta, che l’ex sindaco di Milano alle prossime elezioni guidi una lista che riunisca quanto si muove a sinistra del Pd. La discussione è tutta da fare in quell’area, perché Pisapia ha lanciato la sua idea proponendo con forza l’alleanza al Pd, mentre a sinistra ci sono forze come Sinistra italiana che intorno al «niente accordi con il Pd» hanno costruito il loro (nuovo) profilo. In ogni caso Renzi ha già risposto picche. Fin qui non è riuscito – pur avendoci molto tentato – a sganciare Pisapia da D’Alema e Bersani. E l’ipotesi di un’alleanza con «quelli che hanno insultato migliaia di militanti e simpatizzanti del Pd», cioè i fuoriusciti guidati da Bersani e D’Alema, la esclude categoricamente.

Esclude in realtà ogni ipotesi di coalizione, perché insegue la «vocazione maggioritaria» che ha già dato prova (Veltroni 2008) di poter gonfiare il risultato del partito, grazie alla forza dell’appello al voto utile. Ma di garantire al massimo un’onorevole sconfitta (il 33% allora).
È questa la ragione per la quale Renzi sta tenendo fuori dal tavolo della trattativa per la nuova legge elettorale il premio alla coalizione, invece che alla lista, come pure chiede Berlusconi (che potrebbe essere tranquillizzato dalla garanzia di un accordo in stile larghe intese dopo il voto).

Che Orlando abbia toccato un punto debole lo prova la reazione immediata del giro stretto renziano. Che corre ad allontanare dall’immaginario dell’elettore delle primarie il derby Pisapia-Berlusconi, che inevitabilmente può avere un solo vincitore e dunque arridere a Orlando. Per Matteo Richetti «l’ipotesi di un accordo con Berlusconi è una fake news». Per Andrea Marcucci «se c’è chi ha fatto il governo con Berlusconi quello è proprio Andrea Orlando». Il che è un po’ vero, nel senso che Orlando ha fatto parte come ministro dell’ambiente del governo Letta nel 2013, governo che per qualche mese ha avuto la fiducia dei parlamentari di Forza Italia (poi solo degli scissionisti di Alfano, come quello Renzi). È lo stesso argomento usato direttamente d Renzi in tv. Nascondendo il fatto che all’epoca era proprio il sindaco di Firenze a tifare per una soluzione del genere. Furono i suoi rumorosi interventi da «esterno» a favorire il fallimento del tentativo di Bersani. Era Renzi che nell’aprile 2013 tifava per un «patto costituente» con il Cavaliere e ricordava che «con 10 milioni di elettori è un interlocutore».
D’altra parte anche Orlando quando dà per sicuro un eventuale referendum interno trascura di dire che lo statuto dà al segretario il potere di convocarlo. Oppure alla maggioranza della direzione nazionale. O infine al 30% dell’Assemblea nazionale o al 5% degli iscritti. Molto probabilmente, viste le liste di fedelissimi messe in campo da Renzi, lo sconfitto potrebbe tentare solo l’ultima strada.

DOMENICO CIRILLO

da il manifesto.it

foto tratta da Pixabay

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Politica e società



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