La democrazia della Merkel non può essere la nostra

Chi lo sa qual’è il miglior involucro politico-statale in cui può trovare sviluppo una democrazia. Non fosse altro che per conclamata e palese antitesi, una dittatura esclude qualunque forma...
La cancelliera tedesca Angela Merkel

Chi lo sa qual’è il miglior involucro politico-statale in cui può trovare sviluppo una democrazia. Non fosse altro che per conclamata e palese antitesi, una dittatura esclude qualunque forma di tutela dei princìpi democratici. Paradossalmente, però, Angela Merkel, in una intervista rilasciata a “La Stampa in data odierna, riaffermando la sua fede nel liberalismo, ammette che – se non altro dal punto di vista economico (il che non è poco) – persino una dittatura come quella cinese, a partito unico, priva di contraddittorio politico interno, può avere in nuce qualche caratteristica che determini l’espansione sociale attraverso la costruzione meticolosa di un apparato produttivo forte e capace di tenere testa al dogma capitalistico e liberista.

La domanda però, per usare una frase retoricamente fatta, sorge spontanea: ma non dovrebbe essere la democrazia stessa a regolare i ritmi sociali e a determinare la sua autorigenerazione, magari evolvendosi progressivamente e creando i presupposti per un sempre maggiore coinvolgimento popolare nelle decisioni pubbliche, quindi di pertinenza dello Stato?

Dovrebbe. Almeno su base teorica: leggendo studi differenti di diritto costituzionale si può, in sostanza, convenire che – seppure da differenti angolazioni, punti di vista storici e anche visioni su un futuro non ben precisabile – la democrazia è “sostanziale” quando per l’appunto produce effetti concreti, che costringono, mediante il rispetto delle regole datesi dalla comunità che la vive, il riottoso a rientrare nei ranghi, ad obbedire alla legge del rispetto del primato del pubblico sul privato, per fare un esempio.

Ma la democrazia, come tutte le sovrastrutture, obbedisce allo schema marxiano dell’influenza subita dalla struttura economica, per cui non può mai veramente essere un elemento dirimente per lo sviluppo della vita tanto dell’individuo quanto della collettività nel suo insieme. Può garantire le libertà civili ma, come nel corso del ‘900 è risultato evidente, sovente non riesce nemmeno ad essere una barriera nei confronti delle tante intolleranze che nascono sulla base di crisi economiche che portano i poveri autoctoni – ad esempio – a scontrarsi con i poveri immigrati.

La lotta di classe potrà anche essere vissuta come un concetto retrodatato, anacronistico e che vilipende la meravigliosa moderna visione dello sviluppo del liberalismo adorato dalla cancelliera tedesca, ma esiste in quanto esiste un sistema economico e (anti)sociale che produce straordinarie ricchezze per pochi e altrettanto straordinarie e negative povertà per miliardi di persone.

Dunque, tanto i sistemi liberali quanto quelli del socialismo reale nel corso del ‘900 non sono riusciti a coniugare i princìpi e i valori della democrazia così come emersi dal capovolgimento moderno realizzato con il secolo dei lumi e con la Rivoluzione francese. Nessuno Stato, nessuna forma di Stato, sia essa repubblicana e tanto meno monarchica, può dire di aver interpretato compiutamente la sostanzialità democratica. Ma, giustappunto… di che “sostanza” della democrazia parliamo? A cosa ci riferiamo quando cerchiamo l’origine della democrazia?

Se proprio un’origine deve essere ricercata, almeno la si vada a rimestare nell’etimologia della parola stessa: “δῆμος (demos)” e κράτος (kratos)“, popolo e potere.

“Potere popolare”, dunque. Purtroppo ciò cui di cui la cancelliera Merkel si lagna, parlando dell’insufficiente concorrenza liberale nei confronti dei regimi totalitari di varia natura, sembra essere un problema di difficile soluzione: il “potere popolare” è irrealizzabile sulla base dell’iniziativa privata in economia, perché presuppone una classe antisociale dominante (la borghesia otto-novecentesca, gli imprenditori dei nostri tempi e tanta parte del ceto medio) che sovrasti la gran massa dei lavoratori, i veri produttori della ricchezza a cui la ricchezza stessa non appartiene.

Del resto, la democrazia, figlia della cultura ellenica, è molto lontana anche dall’essere realizzata come regime realmente egualitario sul piano economico, sociale, politico e civile, tale tanto nella Sparta dei efori quanto nell’Atene di Pericle. Per democrazia si è sempre inteso un regime, nel più accettabile dei casi, oligarchico, dove la delega popolare era esercitata mediante il voto e dove non era un “τύραννος (tùrannos)” a regolare la vita della città o dello Stato principescamente inteso.

Le stigmatizzazioni poste dalla cancelliera tedesca Merkel, circa la reattività del regime democratico continentale europeo davanti all’avanzata dell’onda nera dei sovranismi e degli autocrati, potrebbero apparire frutto di ingenuità se a parlare non fosse l’esponente di maggiore rilievo tanto della Germania risorta dalla riunificazione di Khol quanto di una Europa a – cosiddetta – “trazione tedesca“.

Angela Merkel è pienamente consapevole del fatto che il suo liberalismo, pur anche chiamato “democratico” (per distinguerlo da quello “assoluto” rappresentato dal liberismo sfrenato), non può risolvere le contraddizioni sociali e non può appianare nessun dislivello economico: del resto, se in Europa vi sono due convinti assertori della giustezza dell’economia di mercato, questi sono Merkel e Macròn. Le variabili sovraniste alla Orbàn in Ungheria e alla Johnson nel Regno Unito cambiano soltanto le modalità di gestione di un modello antisociale che, per essere chiari, compensa in concessioni civili ciò che la Cina recupera in qualche modo sul piano invece prettamente sociale.

Tanto è antica l’idea democratica, declinata in tante differenti e sovente opposte forme di Stato, quanto è antico anche il modo di produzione capitalistico.

Lo rileva Giuseppe Savioli in uno studio che può apparire datato, perché scritto ad inizio del secolo scorso, citato anche da Luciano Canfora in alcune sue opere. Lo si reputi pregiudizialmente più o meno datato, il testo, che merita una attenzione particolare non fosse altro per la sua unicità nel panorama di indagine sociologico-storico-economica che propone, ha per titolo “Il capitalismo antico” (ed. Laterza, 1984) e sprofonda la sua analisi proprio fino in quella Grecia antica, patria di quella democrazia che con troppa facilità viene confusa con una sorta di proto-socialismo.

Savioli individua tanti piccoli “imprenditori” nella culla della civiltà europea: facile riprendere l’esempio del padre di Demostene, citato anche da Canfora in “Intervista sul potere” (ed. Laterza, 2013, pag. 190), che commerciava in armi e letti, che aveva degli schiavi che lavoravano “come operai specializzati nelle sue manifatture, ma anche dipendenti di altro tipo“.

Se ne conviene che tanto le epoche storiche quanto i fenomeni che le attraversano non sono lineari, ma è tutto un susseguirsi di chiaroscuri, di ombre e mezze ombre, di zone intermedie e di passaggio attraverso cui gli esseri umani transitano – come scrive Corrado Augias nel suo “Breviario per un confuso presente” – e in cui rischiano di perdere gran parte della loro cultura se non stanno attenti, al pari di Petrarca, a rivolgere sempre uno sguardo avanti ed uno indietro per rimanere in giusto equilibrio nel vivere costantemente il presente.

Angela Merkel non lo dice perché non può dirlo, in quanto liberale (e democratica…), ma forse la pienezza democratica, se proprio la si vuole ritrovare nella storia, se proprio si vuole associare al “potere popolare” un necessario e imprescindibile concetto di sviluppo concreto dell’eguaglianza sociale, civile, quindi economica e morale, va ricercata in quei fallimenti che sono state le rivoluzioni proletarie tanto antiche quanto moderne: dalla rivolta degli schiavi di Spartaco alla Comune di Parigi; dalla congiura degli Eguali di Babeuf all’incipit leninista della Rivoluzione d’Ottobre; dalle guerre anticoloniali africane alle vittoriose esperienze cubane e vietnamite.

Ogni altro riferimento ad una crasi politico-sociale tra potere e popolo è fuorviante perché propone sempre e soltanto lo schema liberale, quindi una disposizione inevitabilmente diseguale come struttura di una presuntuosa volontà di ergersi a paladini di una giustizia sociale non realizzabile se non nella mitigazione dei fenomeni oppressivi totalitari che uniscono alla repressione “naturale” del mercato quella spietata dell’ideologia politica legata a specifiche caratteristiche antropologiche, razziste, xenofobe, comunque esclusiviste.

Il liberalismo non preserva da nessun pericolo imperialista, da nessuna tentazione totalitaria: può frenarne gli impulsi per meglio gestire gli interessi imprenditoriali, ma non potrà mai essere all’origine di regime dell’uguaglianza in senso lato del termine. Del resto, nemmeno gli esperimenti socialisti del Novecento non sono riusciti a risolvere il problema della coniugazione delle libertà sociali con le libertà civili, circondati come erano (e come sono) dalla globalizzazione capitalistica.

Pertanto, l’Europa di Angela Merkel non potrà mai essere un’Europa che aspira a mitigare le sofferenze di decine di milioni di lavoratori ma che, semmai, cerca la strada, nel bel mezzo della crisi sanitaria dettata dalla pandemia del Covid-19, per stabilizzare il traballante edificio continentale davanti alla concorrenza dei poli asiatici e americani.

Tutto ciò ha ben poco a che fare con la democrazia. Sicuramente molto meno di quanto abbiano tentato, nel corso dei decenni e dei secoli, quelle forme di socialismo irrealizzato che però avevano ben chiaro che nessuno sviluppo umano era possibile se non si davano le leve della propria vita in mano alla grande massa degli sfruttati.

In Europa, tra mille contraddizioni, fu soltanto uno il leader di un paese che provò un’altra via democratica al socialismo: Tito. La sua idea di “autogestione” delle fabbriche, dell’economia jugoslava, avrebbe potuto essere vincente se non si fosse trattato di una esclusività del tutto nazionale, compressa tra il blocco sovietico da un lato e da tra quello occidentale e capitalista dall’altro. Seppure a capo dei “paesi non allineati“, la Jugoslavia del dopoguerra (e del dopo stalinismo) non riuscì ad uscire da un impoverimento di massa che non la aiutò nel ruolo di guida e di esempio per gli altri paesi che le si affiancavano nel distanziarsi da Mosca e da Washington.

Al contempo, la morte di Tito non fece che accelerare le spinte centrifughe soprattutto delle repubbliche mitteleuropee, innescando quel grande conflitto balcanico che, per la prima volta dopo il 1945, faceva ripiombare l’Europa nell’incubo della guerra.

Raggiungere la pienezza della democrazia vuol dire oltrepassarla proprio con un comunismo rimodellato per i tempi in cui viviamo. Un movimento politico e sociale, sindacale e studentesco che sia tanto distante dalle incrostazioni ideologiche dello stalinismo, dai feticismi legati ai volti, alle bandiere, al posizionamento su “vecchie glorie” che non fanno altro se non perpetuare le divisioni che ci impediscono di elaborare una moderna analisi dei rapporti di forza in cui viviamo, di cui vediamo l’oggettivizzazione attraverso l’aggressione liberista al mondo del lavoro.

Lontani dal liberismo di Angela Merkel ed Emannuel Macròn e lontanissimi dal sovranismo dei tanti neofascisti rigurgitanti odio e disprezzo a buon mercato (è proprio il caso di dirlo), una terza via va nuovamente ricercata: questa via non può che essere una proposta di democrazia egualitaria senza se e senza ma. E proprio per questo deve essere autonoma dalle tentazioni dello sposare il “meno peggio“. E’ sempre un cattivo matrimonio, fatto per interesse. Mai per amore.

MARCO SFERINI

27 giugno 2020

foto tratta da Flickr su Licenza Creative Commons

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