Il “dilemma Draghi” tra neocentrismo e prezzo del gas

Gli applausi sono il chiaro indicatore del termometro politico dell’Italia che dirige quell’altra Italia che invece deve ubbidire: al fragore delle mani che battono si unisce l’oscillazione dei mercati,...
Mario Draghi

Gli applausi sono il chiaro indicatore del termometro politico dell’Italia che dirige quell’altra Italia che invece deve ubbidire: al fragore delle mani che battono si unisce l’oscillazione dei mercati, tutto in un quasi perfetto modulato e armonico duetto servito alla pubblica opinione come immagine ultima dell’esperienza di Mario Draghi al governo del Paese.

I convenuti all’appuntamento del Meeting di Rimini di Comunione e Liberazione ascoltano, annuiscono, e approvano con gli applausi. Ripetutamente, tanti.

Perché stanno sentendo quello che vogliono sentirsi dire gli uomini e le donne di un trasversale classe dirigente che va tanto dai giovani in cerca di prima occupazione, dopo aver frequentato ottime, costose università private, fino ai geniacci delle cosiddette “start up” che qualcuno vorrebbe far pareggiare, in quanto ad importanza produttiva, a consolidate grandi aziende.

Ci sta un po’ tutto in questa modernità produttiva che Draghi interpreta perfettamente nel suo ruolo di Presidente del Consiglio: oggi come ieri. Fu proprio dal palco del celebre Meeting che anticipò quello che sarebbe poi divenuto il “metodo” del suo governo, quello che Letta e Calenda, litigandoselo a più riprese, hanno chiamato forse impropriamente “agenda Draghi“.

Ora, che i ciellini applaudano il fenomeno del banchierismo internazionale, della finanza continentale, rappresentante della “credibilità” che lui stesso si ascrive come virtù inseparabile di e da sé stesso, è assolutamente nella norma. Sarebbe strano il contrario, se quindi Draghi fosse stato contestato, fischiato. Ci saremmo dovuti porre il dubbio se avesse detto qualcosa di sinistra.

Quello che è meno rassicurante è la platea oratoria che ha calcato il palco riminese di CL nei giorni precedenti: tranne Giuseppe Conte, messo in castigo dietro la lavagna per le sue esuberanze progressiste e per essere ufficialmente, per cronaca attuale e storia futura, il solo responsabile della caduta del governissimo di unità nazionale, il resto dell’agorà politica si è differenziata quasi soltanto stilisticamente sui punti di programma in tema di economia, finanza, risposta alla pandemia e alla guerra.

Quelle che potremmo chiamare “le differenze oggettive” tra destra e centro, tra centro e pseudo sinistra di governo, fanno il paio con “le affinità elettive” che hanno, spesso e volentieri, fatto convergere e intrecciare i reciproci destini mentre dovrebbero invece essere l’uno l’antitesi dell’altro.

Se da una parte, quella del PD e dei suoi alleati, si crea una amalgama tra difesa del mercato dai suoi stessi eccessi entro la cornice nord-atlantica in politica estera, quindi si prova a dare vita ad una nuova coalizione dai tratti liberali sul piano dei diritti civili e dai tratti liberisti su quelli invece sociali, dall’altra si ripercorre lo schema di un sincretico assemblaggio di svariate declinazioni di conservatorismo “innovatore“.

La forza di Draghi, adorato misticamente nei primi mesi di governo come l’unico capace di salvare la patria in pericolo, non ha solamente trovato strada libera sul fronte della mancata opposizione di una sinistra vera, riformista e anche radicale, ma non ha conosciuto praticamente ostacolo nemmeno a destra: l’impoverimento strutturale di Forza Italia ha dato luogo ad una rincorsa neocentrista che ha trovato nell’ex banchiere di Francoforte il possibile federatore.

Ma il carattere tecnico del burocrate dell’alta finanza, la sua poca dimestichezza con i compromessi della politique polticienne non gli hanno permesso, in breve tempo, di diventare quel leader proprio politico in cui avrebbe dovuto trasformarsi.

Mario Draghi, per quanto Calenda lo rivoglia a Palazzo Chigi prima di subito, senza in pratica alcuna soluzione di continuità con l’attuale esecutivo, si trova oggi in una condizione molto delicata: assodato che – salvo clamorosi mutamenti dell’elettorato nelle ultime settimane di campagna elettorale – non vi sarà un balzo in avanti di quel “terzo polo” (unitamente all’asse PD-Di Maio-Bonino) che lo riproporrebbe come Presidente del Consiglio, l’esecutivo ondeggia tra il suo attuale ruolo di mera gestione del disbrigo della normale amministrazione statale e l’urgenza di un intervento sul costo del gas.

Una preoccupazione non da poco, perché lo sforamento del tetto dei 300 euro a megawattora (arrivato in queste ore a 321 euro in quel della borsa di Amsterdam) è la linea del Piave di una economia italiana che rischia di essere messa in difficoltà da quelli che vengono proprio definiti “attacchi speculativi“, per via della particolare congiuntura che unisce la crisi internazionale economico-bellica e l’incertezza politica del Bel Paese che deve attendere un mese e mezzo prima di avere un nuovo governo nella pienezza dei suoi poteri.

Che la stella di Draghi possa tornare a risplendere nel firmamento del paradigma dell’ “unità nazionale“, in qualche altra grande ammucchiata, questa volta post-elettorale, è abbastanza improbabile, visti i sondaggi, viste le tendenze che si percepiscono da nord a sud dell’Italia; ma non si può escludere che, complice anche la bislaccheria della legge elettorale, non si verifichino squilibri tali da impedire una solida maggioranza parlamentare in entrambi i rami del Parlamento.

E’ una eventualità, una possibilità. Ma non è una probabilità cui si potrebbe ipotecare il preventivato disastro sociale del prossimo autunno – inverno, salvo che un governo non metta mano ai costi delle materie prime con una calmierizzazione dei prezzi che venga finanziata attraverso la tassazione degli extra-profitti di enormi imprese e multinazionali che quei guadagni li hanno fatti grazie alla speculazione, al vantaggio che hanno tratto da un tratto storico in cui più fattori di crisi si sono intersecati dando vita ad una fase del tutto nuova del liberismo moderno.

La risposta politica del neocentrismo calendian-renziano non esce dai margini ristretti della ormai famosissima agenda dell’ex banchiere internazionale: per cui, si avvisa fin da ora il futuro governo, e si fa naturalmente appello a quello attuale, seppure dimezzato nelle sue prerogative, che i tentativi di limitare l’impatto negativo del costo del gas e dell’energia in Italia devono essere affidati ad una politica di incentivazione alla costruzione di rigassificatori, di sgravi fiscali per le imprese, di considerazione immediata di uno scostamento di bilancio.

Quest’ultima è una ipotesi che proprio Draghi non intende prendere in considerazione, anche se, alla fine, vi sarà costretto, perché i criteri di “emergenzialità” cui viene chiamato a rispondere il governo sono tali da essere compresi nel quadro di tolleranza normativa e sostanziale richiesto persino dalla Presidenza della Repubblica nel momento di passaggio dalle dimissioni al suono della campanella nelle mani del prossimo Presidente del Consiglio.

Diversamente da come era avvenuto il suo ingresso sulla scena della politica italiana, Draghi affronta ora l’imprevisto dell’aggravarsi della crisi dell’energia, in un momento in cui la fragilità del sistema si manifesta in tutta evidenza e tocca le tasche di decine di milioni di famiglie italiane e di centinaia di migliaia di imprese medie e piccole. Nessuno, per la verità, viene risparmiato da questo impatto violento di aumento dei costi di qualcosa che serve quotidianamente per poter vivere e produrre.

Ma, di sicuro, le grandi concentrazioni capitalistiche, i grandi patrimoni e le aziende che in Italia hanno “solamente” una delle loro tante realtà produttive periferiche, e che incassano comunque ingenti profitti, sono molto più al riparo dagli effetti a breve e lungo termine di questa impennata dei costi rispetto al ristorante sotto casa o all’impresa familiare che si occupa di agricoltura biologica a chilometro zero.

La differenziazione tanto degli aiuti quanto delle tassazioni, rispetto al mutamento della stratificazione sociale in atto, è un elemento abbastanza trascurato dai programmi delle destre e anche da quelli del centro (quindi dalla stragrande maggioranza dei partecipanti al voto del 25 settembre): l’ipotesi della “flat tax” ne è un esempio lampante.

Ma non meno devastanti per una ristabilizzazione di un minimo di equità sociale, sono anche le insistenti proposte che riguardano una progressività fiscale imperniata soltanto su poche aliquote, includente categorie sociali così diverse da essere, oggettivamente, quasi aprioristicamente ingiuste.

La complicazione ulteriore che Draghi dovrà aspettarsi, nel momento in cui dovesse ipotizzare uno scostamento di bilancio, sarà far coincidere tutte le esigenze di campagna elettorale delle forze politiche dentro il perimetro dell’unità di una maggioranza completamente saltata ormai, proprio perché ognuno naturalmente comizia per conto proprio e, all’interno delle stesse coalizioni, le schermaglie di certo non mancano.

L’unico comune denominatore, che potrebbe essere trasversalmente utilizzato per attirare consensi un po’ da tutte le parti, è l’appello al senso di responsabilità, ad una utilità collettiva e pubblica della politica in vista dell’attacco speculativo che l’Italia potrebbe subire nei prossimi giorni quando la Russia chiuderà temporaneamente il gasdotto Nord Stream. In quel caso, la stella di Draghi potrebbe tornare a brillare, se figurasse come il federatore – salvatore della patria nel momento di estremo periglio.

La fiumana di applausi ciellini ha benedetto il rigore draghiano nei confronti delle classi meno abbienti. Tutti nel nome di una stabilità di un ceto medio che si aggancia all’interesse della grande impresa, che si salda a quello di uno Stato dove il punto di visa del mercato prevalga su quello del benessere sociale e collettivo. Laddove per collettività, ovviamente, si intende la stragrande maggioranza della popolazione che non vive di rendita e di profitti: quindi quel 95% di persone a cui il salario arriva a singhiozzo come il lavoro.

Un salario che ha perso almeno l’8-10% del potere di acquisto che aveva e per cui Draghi non hanno affatto pensato ad una politica di rivalutazione. Impossibile per un liberista fare politiche sociali, quindi anti-liberiste. Ma almeno contenere le bizzarrie dei neocentristi e il costo del gas e dell’elettricità, forse per Super Mario è ancora possibile…

MARCO SFERINI

26 agosto 2022

foto: screenshot

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