Germania e Italia: caos pandemico tra vero e finto regionalismo

In un articolo di alcuni giorni fa del “Die Zeit“, rivista settimanale tedesca fondata appena dopo la fine della Seconda guerra mondiale, di tendenza liberale (centrosinistra, si direbbe da...

In un articolo di alcuni giorni fa del “Die Zeit“, rivista settimanale tedesca fondata appena dopo la fine della Seconda guerra mondiale, di tendenza liberale (centrosinistra, si direbbe da noi), si esamina la crescente distanza tra la popolazione e lo Stato, inteso come unità amministrativa nazionale con le sue declinazioni altrettanto “statali” in chiave regionale, essendo i Länder essi stessi degli Stati entro la Repubblica federale.

Il motivo è, come ben si può immaginare, il lungo corso della pandemia, il biennio dell’emergenza sanitaria che percuote anche le scorze istituzionali più dure dei paesi europei e che rimette un poco all’angolo il discorso, veramente molto provincialotto, dell’esclusività tutta italiana dei disservizi organizzativi nel piano di vaccinazione straordinaria che è stato messo in campo.

La pandemia è un fiume in piena che travolge tutto ciò che incontra e non risparmia niente e nessuno: può resisterle per qualche mese in più lo Stato meglio organizzato, grazie alla sua stabilità economica, alla sua tenuta sociale più o meno strutturata nel tempo, alla macchina amministrativa di provata efficienza. Ma, le contraddizioni, spalmate su un periodo che oltrepassa la capacità di assorbimento dei colpi del Covid-19, alla fine vengono a galla. Anche nella Germania, paradigma del perfezionismo, della rigida burocratizzazione che garantisce la perfetta consequenzialità delle disposizioni, si inizia a percepire una deficienza nei rapporti tra Stato centrale e Stati regionali. Questo nonostante si tratti di una repubblica federale, abituata al confronto tra poteri diversamente sovrani su ambiti territoriali ben connotati anche storicamente.

La distanza che il “Die Zeit” evidenzia è misurata in base al consenso che il governo della cancelliera Angela Merkel starebbe perdendo, soprattutto in vista del rinnovo delle cariche di governo: tornata elettorale che dovrà tenersi nel primo autunno e che, al momento, nei sondaggi vede le forze ecologiste e della sinistra recuperare rispetto al logoro patto tra CDU e SPD.

La nuova chiusura totale è, secondo i raffronti fatti dai giornali tedeschi, quella più dura adottata fino ad oggi: un accordo tra Berlino e i Länder che intende mettere al riparo le terapie intensive dalla completa saturazione. Un rischio che appare evidente, nonostante una serie di indicatori che farebbero invece pensare ad un andamento della pandemia tenuto sotto controllo. I fattori di rischio, però, sono tanti e anche l’economia della potenza numero uno in Europa inizia ad affannare, a scricchiolare e la CDU si gioca, proprio in questi mesi, la sua permanenza alla guida del Paese.

Sebbene la Germania sia il modello dei conti in avanzo e mostri agli altri Stati della UE una disoccupazione bassissima (il 3,1% della popolazione), sono ormai alcuni anni che la contrazione della ricchezza interna preoccupa tanto gli economisti quanto i grandi affaristi e capitalisti: lo scorso anno, compreso il settore industriale più grande (quello che ha subito meno perdite dal contraccolpo pandemico), si è registrata la diminuzione più netta dell’ultimo trienni. Dallo 0,2% in meno del 2018 al 3% in meno del 2020. Lo scossone rischia di essere determinante nella stabilità politica e anche nel funzionamento generale dei rapporti tra lo Stato centrale e i Länder. Nessuno può dirsi al sicuro dagli effetti del Covid-19: nemmeno la grande Germania.

Più a sud, la “campagna d’Italia” sulle vaccinazioni è – bisogna necessariamente sottolinearlo – tutt’altra cosa: se in Germania la critica popolare verso le istituzioni di ferro si fa curiosamente largo, a causa di un contesto tutt’altro che rientrante nella classica “normalità” liberale e liberista degli eventi quotidiani, ed è e resta una “eccezione della storia“, nel Bel Paese è una costante, una tradizione, una legge non scritta del costume popolare di attribuire alle istituzioni qualunque maledizione ci capiti. Per l’appunto, si dice: «Piove, governo ladro».

E’ fuor di dubbio che la cosiddetta politica (incresciosamente e pietosamente citata da sola, senza aggettivi) abbia nel corso della storia d’Italia fatto tutto il possibile per accreditarsi come inefficiente, corrotta, dedita al soddisfacimento degli interessi personali e molto poco al bene comune. Ma è altresì vero che siamo innanzi a fenomeni che non originano dall’inizio della pandemia e nemmeno dal passaggio tra Novecento e Duemila, ma vanno ripresi fin dentro la storia più antica del Paese, nella particolarità comunale tra ‘200 e ‘400, dalla fioritura dei localismi fino al consolidamento degli Stati regionali e sovra-regionali strutturatisi nella Penisola per secoli.

Le differenze tra Nord e Sud del Paese però, proprio nel biennio pandemico in corso, sembrano in parte aver lasciato spazio ad un altro attore drammatico (se non tragico…) sulla scena degli eventi: il regionalismo esasperato, che va ben oltre i dettami costituzionali e che tenta di divenire “autonomia differenziata“, partendo dalle riforme del Titolo V della Carta e premendo per avere sempre più poteri locali a scapito della organizzazione dello Stato che è – o almeno dovrebbe essere – garanzia di estensione egualitaria dei diritti dei cittadini su tutto il territorio della Repubblica. Anche, anzi soprattutto – visto il frangente – in materia di garanzia della salute pubblica, del diritto individuale ad essere assistito e curato dalla Vetta d’Italia a Pantelleria senza disparità di trattamenti a seconda del PIL della regione in cui ci si vive.

Se in Germania i contrasti tra Berlino e Länder sono di natura prettamente gestionale della pandemia, in Italia a ciò si aggiunge una vera e propria differenziazione dei trattamenti dei diritti di accesso alle cure. E’ giusto soffermarsi ancora una volta sul tema del regionalismo, perché occorrerà mettere mano non solamente al Titolo V della Costituzione per riconsegnare allo Stato una serie di prerogative che gli consentano di ripristinare il pieno godimento dei diritti sociali di tutta la popolazione, ma pure ripensare a fondo il ruolo degli enti regionali e la struttura stessa delle autonomie locali.

Questo nostro Paese avrebbe bisogno di una riforma non ibrida, mezza centralista e mezza federale; tanto meno di un “autonomia differenziata“, di un regionalismo “rafforzato” che non farebbero altro se non spezzatinizzare l’Italia in egoismi economici sempre più ristretti, a scapito di una concezione unitaria e nazionale del godimento dei diritti tanto civili quanto sociali di ogni persona, di ogni cittadino. La Repubblica deve riprendersi il ruolo che le spetta e farsi spazio nei tecnicismi antipolitici dello Stato che rischia costantemente di cadere nella tentazione di applicare freddamente le leggi, così, come del resto appare più che evidente, il corrispettivo locale: le Regioni.

La Repubblica è la forma dello Stato e informa di sé stessa tanto l’intero Paese quanto le comunità amministrative e sociali più elementari, come i Comuni. La sostanza è, in questo caso, pienamente aderente alla forma. E viceversa. Le grandi disparità da regione a regione nel trattamento della pandemia sono la cartina di tornasole di un sistema amministrativo che deve essere archiviato.

Sarebbe più comprensibile una repubblica dipartimentale, con un ripristino delle amministrazioni provinciali direttamente rispondenti a Roma, piuttosto che uno Stato al tempo stesso centrale e regionale che finisce col mortificare sé stesso nel rispettare le prerogative amministrative e i poteri delle autonomie locali. Il tema della riorganizzazione della Repubblica è un dibattito molto interessante ed appena incominciato.

MARCO SFERINI

24 marzo 2021

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