Francia e Colombia, così lontane, così vicine

Anche lo si volesse trovare, non esiste un collegamento diretto tra l’ottima affermazione della sinistra di alternativa francese di Mélenchon e la vittoria dell’ex guerrigliero Petro alle presidenziali colombiane....
Gustavo Petro e la vicepresidente Francia Marquez

Anche lo si volesse trovare, non esiste un collegamento diretto tra l’ottima affermazione della sinistra di alternativa francese di Mélenchon e la vittoria dell’ex guerrigliero Petro alle presidenziali colombiane.

Le storie di Parigi e di Bogotà non le separa soltanto il mare Oceano ma, molto di più, proprio la caratterizzazione sociale dei due diversi continenti, la strutturazione progressiva (ma molto poco progressista, almeno negli ultimi trent’anni) di rapporti di classe che hanno tratti in comune solo se li si riferisce ad un contesto globale e si analizza, per questo, ogni singolo fenomeno come inscindibile dall’ormai inseparabile contenitore mondiale.

Tuttavia, benché le esperienze politiche di Francia e Colombia non si somiglino nemmeno lontanamente, se ne può comunque trarre una lezione da una analisi comparativa che parta, ovviamente, dall’impatto del liberismo sull’Europa da un lato e sull’America Latina dall’altro.

Quasi senza soluzione di continuità, la marcia della teorizzazione del pubblico al servizio del privato e del dominio di quest’ultimo su ogni aspetto economico-sociale (nonché politico) ha necessitato di sfruttare ogni movimento di avanguardia che si poneva sulla scena e prometteva la conservazione dell’ordine esistente unitamente ad un capovolgimento delle vecchie sovrastrutture di potere.

Praticamente, da una parte dell’Atlantico il macronismo e dall’altra il periodo della presidenza di Santos hanno saldato le speranze popolari di cambiamento sociale con le esigenze capitalistiche sovranazionali, mantenendo le rispettive nazioni in un rapporto di profondo legame con le organizzazioni del commercio e della finanza.

Il contesto dell’Unione europea è una gabbia preventiva, che mette al riparo il liberismo del Vecchio continente dal subire contraccolpi non preventivabili: anche nel caso della Brexit, le annose e complesse procedure di fuoriuscita di un paese dalla UE consentono a banche nazionali, e soprattutto alla BCE, di rivedere tutta una serie di parametri per conservare un equilibrio anzitutto monetario e finanziario che altrimenti andrebbe in pasto alla continua concorrenza interna tra i 27 Stati membri.

Non si tratta di “effetti collaterali“, ma di ben precise caratteristiche di un imperfetto, improprio e antisociale sistema di relazioni tra economie ancora molto differenti fra loro.

Sul fronte colombiano, così come avvenuto in Francia con la creazione del pigliattutto “La République en marche“, è stato il centrodestra del Partito Sociale di Unità Nazionale a fare la parte del rinnovatore politico: Juan Manuel Santos, sostenuto con fondi illegali da imprese estere, ha creato le condizioni populiste tipiche perché si potesse avere un qualche sostegno popolare alla lotta contro le FARC. Una lotta spietata, una vera e propria repressione bellica che ha rischiato di incendiare la regione, creando non pochi problemi nelle relazioni internazionali di Bogotà.

Come Macron, Santos, che si è sempre dichiarato “liberale” e sostenitore della Terza via di Tony Blair, ha fatto concessioni sul piano dei diritti civili ma ha consolidato l’adesione colombiana ad una visione e ad una pratica liberista fondata sullo sfruttamento delle risorse petrolifere e sulla coltivazione delle droghe.

Non è un caso che, tra i primi punti del programma politico dell’appena proclamato Presidente della Colombia Gustavo Petro, vi sia proprio la fine delle esplorazioni estrattive per il petrolio, una riforma agraria che rimetta al centro dell’economia il rapporto tra terra e popolazione ed una lotta ad un narco-traffico che è, prima i tutto, narco-latifondismo.

E, se in Francia è la riforma delle pensioni di Macron a generare proteste che, nel perfetto stile transalpino, si protraggono ciclicamente per decine di settimane e mettono a ferro e fuoco vie e piazze di Parigi e delle principali città della République, in Colombia è la riforma fiscale del successore di Santos a scatenare rivolte popolari.

Una grande differenza tra le due nazioni sta negli apparati governativi destinati alla repressione e al tipo di repressione che gli esecutivi e i presidenti intendono mettere in atto. Il liberismo europeo non tollererebbe metodi da macelleria messicana e nemmeno quelli di veri e propri massacri operati dall’esercito colombiano sotto la presidenza Santos (entrati nel linguaggio giornalistico come “Escandalo de los falsos positivos“) che descrivono la differenza che passa tra una democrazia liberal-liberista europea e una dell’America Latina.

Qui le storie dei continenti e le evoluzioni strutturali delle rispettive società determinano differenze storiche si riverberano necessariamente nell’oggi: la tentazione autoritaria, sia chiaro, non è poi così lontana nemmeno così aliena dal perimetro dell’Unione europea (basti pensare ad Ungheria e Polonia), ma nel peggiore dei casi che ci sono vicini si tratta di tentativi presidenzialisti portati all’eccesso, di concentrazione di poteri di controllo del governo sull’indipendenza della magistratura.

Fatti gravissimi ma, in confronto, nulla rispetto all’assassinio sistematico e di massa di oltre 6.000 persone in Colombia per risollevare l’onore dell’esercito nella lotta contro le FARC e ottenerne anche, con la protezione presidenziale, prebende e promozioni sostanziose.

Le declinazioni del potere sono molto diverse fra loro e, tuttavia, ciò di cui siamo alla ricerca sono le somiglianze tra le politiche liberiste francesi e quelle colombiane, perché oggi la domanda popolare di sinistra chiede un cambiamento essenzialmente sociale, che rimetta al centro il lavoro e la dignità della persona in un ambito nazionale che, è bene sempre ricordarlo, non è separabile dalla continua interazione che promuove e che subisce nel contesto globale.

Il macronismo al di qua dell’oceano e gli scandali, le corruttele e le riforme antisociali, le iniquità fiscali e i trattamenti disumani al di là della grande distesa d’acqua, sono fenomeni politici non equiparabili ma sono entrambi figli di un regime economico e finanziario che mostra la sua adattabilità in ogni contesto e che, proprio per questo, è molto difficile poter fronteggiare senza un coordinamento delle forze della sinistra a livello altrettanto globale quanto lo sono le modificazioni capitaliste e liberiste.

Mélenchon e le sinistre francesi hanno saputo, dopo un lungo lavoro preparatorio e con una certa dose anche di improvvisazione (ma mai disperata quanto quella del progressismo alternativo italiano), scardinare il pericoloso meccanismo di una alternanza che pareva consolidata e candidata ad essere la costante della politica transalpina almeno nella sua espressione finale sul terreno istituzionale: l’elezione presidenziale. Proprio le politiche amiche dei privilegi imprenditoriali e della grande finanza hanno reso ininfluenti le grandi forze che avevano traghettato la Quinta Repubblica verso il nuovo millennio.

Neogollisti e socialisti si sono lentamente consunti con l’avanzare di pretese sempre maggiori da parte di una economia che non lascia spazio a nessuna rivendicazione sociale, nemmeno ad un timidissimo riformismo di facciata. Confindustrie e clientele varie hanno preteso un cambiamento al timone del governo.

Macron ha interpretato questa richiesta saldandole un pezzo di consenso popolare che ha scelto di scommettere sul nuovo corso e che, dopo molti anni, ha compreso di aver puntato ancora una volta sul numero sbagliato, visto che le riforme del presidente si sono rivelate per quello che erano: un effetto placebo, un palliativo che non ha risolto nessuna problematica sociale vera e che lasciato gioco libero a tutti gli interventi governativi che andassero nella direzione voluta dalla Banca Centrale Europea e dal Fondo Monetario Internazionale.

Dunque, se è vero che non esiste un legame diretto tra le politiche di Francia e Colombia, è altrettanto vero che l’insofferenza dei cittadini e dei popoli torna a manifestarsi con risposte di sinistra che paiono quelle più adatte a mettere un freno agli appetiti del mercato e alla devastazione antisociale che produce.

E tuttavia non va niente affatto sottovalutata la prepotenza delle argomentazioni sovraniste e di destra che tallonano le opzioni politiche liberiste sempre meno capaci di mascherare il loro vero volto, le loro concrete intenzioni al di là della propaganda elettorale: per quanto la rottura dello schema di alternanza tra centro pigliatutto e lepenismo francese si sia verificata grazie al successo della NUPES, preponderanti rimangono in seno all’Assemblea nazionale i numeri per i macronisti cui si possono aggiungere (anche se non direttamente sommare algebricamente) quelli dei neogollisti.

Diverso il discorso per Marine Le Pen: la sua opposizione neonazi-onalista l’ha fatta balzare da una pattuglia di deputati ad un gruppo parlamentare enorme rispetto alla tradizionale presenza del FN prima e del RN poi nelle massime istituzioni repubblicane.

E’ per questo che guardare ai successi della sinistra è fondamentale per capire le dinamiche attuali interne ed esterne ai singoli Stati. Ma non va affatto dimenticato che forze palesemente reazionarie sono sempre pronte a rimontare la china, sapendo bene che nessun ambito del potere è disposto a concedere nulla alle sinistre vere, a quelle che intendono trasformare la società iniziando da un rapporto rigenerato e ricostituito con il moderno mondo del disagio e della sopravvivenza sociale.

Non diverso è il discorso per la Colombia. Petro vince, ottiene un successo veramente storico, ma è tallonato da populismi e filoamericanismi pronti a rimontare la china, a riaffermare i privilegi di pochi rispetto all’interesse di molti, a fare del dogma liberista il nucleo fondante della politica e dell’economia per rientrare a pieno titolo nella sfera di influenza statunitense.

Forse oggi, più che festeggiare, possiamo essere pienamente soddisfatti che esista ancora la possibilità di intercettare il malcontento popolare con risposte progressiste e di alternativa per una società radicalmente opposta a quella in cui viviamo. Come poterlo fare anche in Italia rimane il dilemma dei nostri tempi: perché si tratta di sostanza e di forma, di una serie di fattori che determinano o meno il prevalere di questo o quel movimento, di questa o quella aggregazione di forze politiche.

Le imitazioni non sono mai buone di per sé. Possiamo ispirarci alle esperienze di sinistra degli altri paesi ma non possiamo pensare di esportarle nel nostro. Qui e ora serve una sinistra tutta italiana che aderisca perfettamente ai bisogni dei lavoratori, dei precari e di tutti coloro che vivono nell’indigenza crescente e che si confronti col resto del  mondo politico che muta velocemente.

A cominciare dalle contraddizioni in seno alla maggioranza draghiana…

MARCO SFERINI

21 giugno 2022

foto: screenshot tv

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