Due Meloni, tre destre e l’alternativa di Unione Popolare

E’ pensabile poter separare la doppiezza dei populisti e dei sovranisti, in generale dei leader politici che fanno della demagogia il loro piano di elaborazione costruttiva, dando sostanza anche...

E’ pensabile poter separare la doppiezza dei populisti e dei sovranisti, in generale dei leader politici che fanno della demagogia il loro piano di elaborazione costruttiva, dando sostanza anche alle più elementari e astruse banalità del male? Probabilmente no, perché i toni da comizio, gli occhi fuori dalle orbite e le parole smisurate che si propinano ai cittadini, sono parte integrante, fondante e, si potrebbe dire, veramente sincera di ciò che le destre intendono come loro programma di governo.

Invece, la formale pacatezza che esprimono nei salotti televisivi, negli studi dei canali internettiani di grandi quotidiani nazionali e, in una certa misura, anche alla rassicurante, materna e paterna voce radiofonica, è quella maschera che tocca indossare per accreditarsi ad un elettorato più moderato, meno accondiscendente alle trancianti ed infiammate accuse all’Europa che regala all’impresa-Paese (non al Paese sociale, vero e proprio) la valanga di soldi a fondo perduto del PNRR.

Ai leader della destra tocca questa bipolarità, questa idiosincrasia necessaria tutta da campagna elettorale che, appena un minuto dopo il verdetto delle urne, sarà in parte dismessa. Quando hai la certezza di avere ottenuto la maggioranza (si spera relativa e non assoluta) dei seggi di un Parlamento mortificato nel suo dimezzamento, puoi anche fare a meno del compromesso tra apparenza ed essenza, tra fenomeno ed epifenoneno latente che ti segue come l’ombra di un fantasma.

Ciò che preme rilevare è l’assoluta evidenza di questa doppiezza, tanto che stupisce che ci si stupisca che esista. Una sottolineatura in merito, però, va fatta per l’occasione di questa campagna elettorale: nonostante i toni siano accesi, ed anche molto, vi sono state altre tornate di voto in cui la propaganda era molto più feroce, molto più aggressiva. Non si trattava di un fatto di mera esteriorità linguistica, di un taglio con l’accetta di una cesellatura dei discorsi che avrebbero potuto essere più moderati, intelligenti e approfonditi.

La demagogia fa parte della natura stessa del comiziante, lo voglia lui o meno. Se devi attrarre l’attenzione di un pubblico eterogeneo e devi provare a convincere quasi tutti a votarti, cercherai senza ombra di alcun dubbio di dimenarti tra argomenti anche in contrasto tra loro, provando a scansare le contraddizioni e limitando i danni che fanno i tuoi alleati di coalizione. Per chi viaggia in solitudine il gioco è un po’ più semplice ma, solitamente, non è esclusa la polemica sempre con chi è più limitrofo e ci sta accanto, piuttosto che con il diretto dirimpettaio e avversario vero e proprio.

Stili, costumi, usanze di una politica italiana che, a onor del vero, non è poi così diversa dalle campagne elettorali di altri paesi europei e persino transcontinentali. L’ascesa meloniana verso Palazzo Chigi è stata proclamata dai sondaggisti come inevitabile, tanto quanto la progressiva opacizzazione della stella leghista: brilla addirittura meno di quelle di Conte che le ha lucidate, tutte le sue cinque, con il panno del progressismo scoperto come essenza di sé stessi a ridosso della caduta di Draghi e della campagna elettorale.

Quello che occorrerebbe poter riuscire a comunicare alla stragrande maggioranza degli italiani, in particolare i più deboli, poveri e indigenti che si apprestano ad affidarsi alla retorica della Meloni ed alle sue ricette antisociali (abolizione del reddito di cittadinanza, flat tax, tutela delle imprese ad ogni costo riversato proprio su chi ha meno, europeismo di maniera e atlantismo di convinzione ben radicata con qualche cenno di infervoramento militaristico-nazionalista) è questa doppiezza.

La scissione tra il dire e il fare qui è da contemplare soltanto quando Meloni parla pacatamente nei salotti dei quotidiani, nelle televisioni e laddove chi la ascolta non è soltanto la “gente comune” ma un pubblico assolutamente trasversale. Del resto, a Cernobbio ha avuto modo di dare prova estrema e convincente di questa caricatura di sé stessa. E siccome l’alternativa, per le classi dirigenti, padronali, finanziarie ed imprenditoriali non è nemmeno all’orizzonte, ciò in cui possono sperare gli sfruttatori è in una saldatura tra l’operazione neocentrista di Calenda e Renzi e il centrodestra a trazione neonazi-onalista.

Questo è il vero dramma della composizione e scomposizione del consenso elettorale sulle forze politiche in campo: mentre nel centro (senza sinistra) della coalizione del PD, di Bonino, Di Maio non si registra una possibile sommatoria di voti moderati e di voti popolari e progressisti, che stanno già venendo assorbiti dalla rimonta pentastellata, la destra riesce nella addizione tra interessi letteralmente contrapposti: nel nome della nazione, del benessere di un Paese dove “dio, patria e famiglia” siano il trittico politico preponderante nel programma, a cui si unisce, ovviamente, il dettato liberista della tutela senza se e senza ma dei profitti (e degli extra-profitti).

I rapporti di forza tra le moderne classi sociali sono stati atomizzati, resi incomunicabili reciprocamente e confusi al pari dei livelli salariali di fabbrica di un tempo: la contrattualizzazione precarissima del lavoro, dove il posto fisso ormai è una vera e propria chimera o Araba Fenice che dir si voglia, è la metafora sostanziale, economica e antisociale di una politica che viaggia sullo stesso binario ideale e progettuale. Separare la classe, renderla innocua già dall’espressione del voto nella rappresentanza parlamentare, nella successiva formazione del governo della Repubblica.

Diciamolo chiaramente: se in Italia si fosse potuto saldare un fronte progressista, a cominciare da un patto tra Unione Popolare, Cinquestelle e Sinistra Italiana – Verdi, una contraddizione maggiore nello schema precostituito dai sondaggi e dall’eterogenesi dei fini delle coalizioni pasticciate messe insieme all’ultimo momento si sarebbe aperta e avrebbe costretto persino i sovranisti e i populisti estremi a farvi i conti.

Avrebbe impedito di definire come “terzo polo” l’accrocchio del progetto neocentrista delle forze più convintamente liberiste nel loro esasperato furore monetaristico-europeista; avrebbe marginalizzato pure il richiamo alla sinistra che il centrismo del PD evoca ad ogni elezione per tentare di muoversi su un asse di equilibrio interclassista pur rappresentando soltanto gli interessi del mondo delle imprese.

Questo passaggio, la formazione di un polo progressista, per quanto contraddittorio potesse essere – visto il recente passato e l’impostazione universalistica ed anti-ideologica dei Cinquestelle che li ha condotti a sposare in un primo tempo la destra leghista e, in un secondo momento, il rosaceo mondo del governo democratico-renziano – è consegnato per ora alla memoria storica; il voto rivoluzionerà tante presupposte solidità, tante certezze e ci costringerà a fare i conti con la cruda realtà di un consenso popolare che non è scontato per nessuno.

Forse un po’ più scontato per Meloni e Fratelli d’Italia. A tutti gli altri, compresa Unione Popolare, spetta la prova del fuoco, la prova che un tempo era quella di Dio.

Più laicamente, possiamo dire che fino ad oggi, come sinistra di alternativa e come progetto politico che vuole fare del suo nome qualcosa di veramente concreto nella società (parafrasiamo: unire il popolo del disagio e della povertà, della precarietà e del lavoro instabile, della scuola e delle pensioni al minimo, della salute pubblica e della tutela dei beni comuni), siamo riusciti a schivare le insidie che si nascondevano nella legge elettorale e nella finta par condicio comunicativa.

Una parità di trattamento del tutto apparente, burocraticamente intesa dalla Legge e scavalcata con facilità quando puoi permetterti la propaganda sugli autobus, spazi televisivi a pagamento, campagne social guidati dalle varie “bestie” di turno. Anche in questo Unione Popolare può dire con sincera onestà di essere assolutamente lontana dai toni comizianti di chi, esprimendo la metà della sua doppiezza, promette a tutti tutto quello che è possibile, enfatizzando i toni, esacerbando gli animi, scaldando delle incoscienze che – colpa del progressismo mancato italiano – sono state regalate alla prima “novità” del momento.

Oggi è il turno di Giorgia Meloni. Sinceramente ci auguriamo di poter portare in Parlamento una prima buona presenza di compagne e compagni che siano, in questo modo, il primo tassello di una ricostruzione di una sinistra che non faccia finta di opporsi alle destre, ma che le contrasti in tutto e per tutto. E che non faccia sconti nemmeno a quel centro(sinistra) che, c’è da giurarci, voterà con renziani, calendiani e meloniani più e più volte provvedimenti che saranno definiti “di interesse nazionale“.

L’ombra dell'”agenda Draghi” è lì pronta a varcare la soglia di una messa all’angolo del turno meloniano di governo, per ristabilire come prioritaria la difesa del profitto a tutti i costi. Senza gli eccessi nazionalisti e iper-identitari della leader di Fratelli d’Italia.

Se esiste una certezza in questa assurda campagna elettorale estiva, ebbene questa è proprio l’unicità di Unione Popolare, il suo volto unico, la sua proposta politica che, proprio perché tacciata di utopismo e di romanticheria è quella più genuina, ad un chilometro zero della voglia di far contare le ragioni e i diritti civili e sociali della povera gente, di chi è disprezzato e ghettizzato, messo all’angolo da un liberismo che è l’altra metà del cielo di un progressismo democratico e di un sovranismo melonista che finiscono col somigliarsi, tragicamente, sempre di più ogni ora che ci separa dall’apertura dei seggi.

MARCO SFERINI

16 settembre 2022

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