Dalle “tifoserie” alla lotta contro la disperazione sociale

Le tifoserie sono inevitabili quando si parla di eventi divisivi: dallo sport, più precisamente a discipline come il calcio, il baseball, il basket o la pallavolo, fino alla pandemia,...

Le tifoserie sono inevitabili quando si parla di eventi divisivi: dallo sport, più precisamente a discipline come il calcio, il baseball, il basket o la pallavolo, fino alla pandemia, ad un grande evento epocale che fa del 2020 un anno di confine tra il prima e il dopo, un doloroso tramite temporale in cui siamo drammaticamente immersi.

Tifo è termine che proviene dal greco “τϕος“, traducibile in vari modi a seconda dei contesti della frase in cui è inserito: può comodamente significare “torpore” quanto “fumo“; oppure anche “vapore“, “fantasia“. Ce lo dice la Treccani cui non s’ha da obiettare praticamente nulla quando si tratta di etimologie, derivazioni linguistiche e cura dell’origine delle espressioni di ogni lingua tanto estinta quanto parlata tutt’oggi.

Comunemente ci si riferisce al “tifo” nel significato medico per eccellenza, forse quello per cui il termine è più conosciuto e utilizzato: una “febbre“, un eccitamento eccessivo del corpo e anche della mente. Uno stato quindi fisico e psicologico in cui si entra quando le normali funzioni dell’organismo si alterano e ci portano ad uno stato di eccitazione, di alterazione dei parametri consueti.

Per questo quando si va allo stadio “si fa il tifo” e si diventa “tifosi“. Le tifoserie, per l’appunto, sono inevitabili perché la passione per la propria squadra è infervoramento, voglia di raggrupparsi per sostenerla e, dunque, creare un luogo fisico e dello spirito dove radunarsi e organizzarsi per seguire tutte le partite, per diventare parte attiva della vita stessa dei giocatori e dei loro club.

Fin qui il tifo calcistico e sportivo, nel senso più lato del termine. I grandi eventi della storia, mentre li si vive in prima persona oppure quando li si studia da posteri sui libri di scuola, sono divisivi allorché incarnano posizioni di potere, politiche, culturali e sociali diametralmente opposte o fortemente alternative. La pandemia da Covid-19 che ci attraversa tutte e tutti è uno di questi grandi eventi e, infatti, lo si vede almeno dal marzo scorso, e lo si torna a vedere con virulenza proprio in questi giorni, crea contrasti tali da porre da un lato coloro che sono per il “fronte della fermezza” per contrastare l’espandersi del contagio e coloro che invece tendono a minimizzare, ridurre e perfino negare il coronavirus nella sua capacità dinamica di adattamento agli organismi più diversi.

Le tifoserie sono una caratteristica ormai endemica presente nel mondo dei “social“: vi nascono, crescono e si autoalimentano a furia di polemiche spesso legate a personalismi curiosi che si creano in botte e risposte infiniti, paradossali per il semplice fatto che magari i litiganti nemmeno si sono mai visti un minuto di persona, non si conoscono affatto.

Eppure le tifoserie sono molto più numerose nel mondo virtuale di Internet rispetto alla realtà concreta del quotidiano, degli scambi personali di idee tra gente che si incontra nelle vie e nelle piazze di ogni città d’Italia. I “gruppi” sono i nuovi club dove si radunano i tifosi e incitano al sostegno a questa o quella causa, inventata lì per lì, di cui ognuno si attribuisce la genitura e che propone all’universo mondo mediante l’invito dei propri contatti: un tam tam incredibile che, al pari della diffusione odierna del virus, se venisse disegnato su due assi cartesiani, seguirebbe altro che curva esponenziale. Esponenzialissima!

Le reti social sono diventate dunque un mezzo per condizionare l’opinione pubblica, con una efficacia molto più incisiva e convincente della televisione o della radio. Ciò accade anche tramite strumenti di condivisione delle idee o degli interessi che non propriamente fanno parte della galassia internettiana: Whatsapp, Telegram, Instagram, nati con finalità differenti da Facebook e Twitter, sono divenuti convogli di interazioni virtuali dove il fraintendimento è nell’ordine delle cose: e non sempre la colpa è del correttore autografico che sbaglia parola. L’italiano scritto è differente da quello parlato: tanto più se la scrittura su queste app avviene con tutta una serie di troncature di parole, di abbreviazioni che impediscono di esprimere al meglio ciò che si vuole dire.

Quando si scrive si dovrebbe tenere conto che non la fretta e la velocità sono amiche della comprensione del testo da parte di terzi, ma che invece lo sono calma, lentezza e rilettura delle frasi e dei periodi.

Le tifoserie moderne al tempo del coronavirus sono approssimazioni di sé stesse: non nascono per approfondire un determinato problema e provare a risolverlo con l’incontro anche virtuale, ma per lo più hanno le sembianze di adunate di popolo da parte di tribuni della plebe che hanno tutto l’interesse ad esacerbare gli animi, ad alimentare la più vuota banalità di concetti triti e ritriti, fornendo alla disperazione, come unico nutrimento, la collera al posto della capacità di capire e di discernere.

La rabbia popolare dopo mesi di restrizioni, di sacrifici e di chiusure forzate di attività economiche grandi, medie e piccole, esplode e si fa sentire. Ma più ancora, al di là degli schematismi da tifoserie, la consapevolezza dei lavoratori diventa protagonista della seconda giornata di mobilitazioni sindacali di base davanti alla sede della Confindustria campana. Non ci sono provocatori o estremisti di destra dietro le bandiere rosse e il grande striscione del Si Cobas.

La crisi dei padroni, quella generata da un sistema economico che, pure in disgrazia ed in emergenza sanitaria, tenta di proteggere in propri cumuli di profitto accresciutisi nel tempo grazia anche a sovvenzioni ed aiuti pubblici, questa crisi non la devono pagare i lavoratori, i precari, i disoccupati e la grande massa di indigenti che è costretta a vendersi in nero per poter portare a casa qualche euro e mettere un piatto in tavola.

Questa è la tifoseria giusta, quella che parteggia per la squadra degli sfruttati, fatta da chi il peso della crisi lo sente tutto quanto e non ha possibilità di attingere a capitali, a risparmi bancari, ma magari deve pagare mensilmente un mutuo e non ha nemmeno poche centinaia di euro per permettersi un collegamento Internet, un tablet per il figlio che deve fare la didattica a distanza.

Ed allora, davanti alla disperazione sociale gli atti di violenza e di devastazione creati ad arte nella prima notte di coprifuoco romano dalla teppaglia neofascista non rappresentano alcuna forma di disagio delle classi proletarie moderne, ma soltanto inqualificabili gesti e azioni ampiamente preventivate che si scagliano contro il popolo stesso, contro le sue sofferenze.

La lotta di classe dei lavoratori italiani ha sempre per nemici gli imprenditori, i grandi cumulatori di ricchezze grazie allo sfruttamento della mano d’opera e dell’intelligenza altrui ed anche tutta una galassia di destra estrema che non sostiene apertamente i facinorosi che spaccavano bottiglie, rovesciavano motorini e incendiavano cassoni della spazzatura per le vie di Roma, ma che si insinuano nelle istituzioni mostrandosi equidistanti da tutti i tipi di estremismo e di violenze. Salvo poi insegnare alla gente ad odiare e disprezzare qualunque diversità, differenza e particolarità nei comizi elettorali, nelle dirette Facebook e nelle tante comparsate televisive.

I neofascisti che si piccano di essere patrioti in quanto nazionalisti, dimostrano ancora una volta di avere a cuore l’interesse sociale solo strumentalmente, piegandolo al loro marcescibile cumulo di pregiudizi, odio e voglia di superiorità che è la putrefazione delle idee e ne è il contrario. Sono soltanto dei criminali, altro che patrioti.

Quelle decine di esagitati che inneggiano a Mussolini o a Hitler, che si nascondono dietro sigle e loghi che sottintendono una continuità col ventennio fascista, sono delle povere marionette nelle mani di chi ha fatto affari sporchi per finanziare non una lotta politica ma un continuo esercizio di alimentazione delle paure per sovvertire l’ordine democratico e la Repubblica. Un piano ambizioso che gli riuscirà difficile mettere in atto.

Le tifoserie vanno lasciate come categorie interpretative del disagio sociale ai giornali e alle televisioni o alla grande macinatrice di sfoghi ancestrali privi di qualunque dedizione al ragionamento che è la rete. Vanno affiancate quelle lotte di piazza che si mostrano apertamente come tali e non spontaneismi anonimi che rischiano di essere fraintesi e strumentalizzati nonostante nascano con buone intenzioni, per la difesa di interessi pubblici, collettivi, di massa.

Bisogna riconoscersi per farsi riconoscere. Le parole sono importanti: “La crisi è vostra, non la pagheremo” era scritto su uno striscione a Napoli. Meglio sarebbe stato aggiungere il pronome “noi” (comunque sottinteso) e maiuscolo. Marcare con forza un senso collettivo del disagio e della precarietà della non-vita che decine di milioni di lavoratori e disoccupati sono costretti a sopportare.

Così pure dobbiamo tornare a parlare un linguaggio che sia concreto, reale e legato alla crudezza della realtà del mondo del lavoro. Marcare le differenze, diventare visibili è fondamentale in tempi in cui si tende – a causa dell’emergenza sanitaria – a mettere in secondo piano qualunque altro diritto, qualunque altra esigenza primaria.

La sinistra anticapitalista e di classe deve riflettere anche su questo, perché senza chiare rivendicazioni sociali e politiche si lascia soltanto alla cruda realtà dei numeri la dimensione del pauperismo che avanza e non lo si traduce in quella contezza che invece è il seme della presa d’atto del dove e del come ci si trova a sopravvivere. Soprattutto a causa di chi tutto questo è dovuto.

I numeri della recessione che vivremo saranno enormi. Confindustria ha già mostrato unghie e denti nel suo rapporto per la crescita che è una dichiarazione di guerra alle lavoratrici e ai lavoratori, ai pensionati e agli studenti: il modello della tifoseria padronale verte su poche, essenziali, fortezze da difendere per proteggere il barcollante capitalismo ai tempi della pandemia.

Nonostante i profitti dei più grandi gruppi industriali siano aumentati del 30% in questi mesi di chiusure e riaperture e, ora, di semi-chiusure, i grandi imprenditori associati sotto il simbolo del rapace aggrappato alla ruota dentata vogliono licenziamenti sempre più facili, il diritto di adeguare i loro settori alle dinamiche del mercato svincolandosi da qualunque clausola sociale e mettere, inoltre, le mani sul comparto sanitario che oggi – come ben si vede – frutta miliardi di quattrini nelle tasche di chi produce mascherine, ventilatori e qualunque altro dispositivo che serve alla tutela della salute universale.

Questa è una tifoseria ben compatta, anche se il nuovo corso (nuovo?) di Bonomi ha incontrato nelle ultime settimane qualche difficoltà ad affermarsi unanimemente nelle sue richieste: la potremmo chiamare “concorrenza interna” piuttosto che “dissenso“. Un vasto settore della ristorazione era pronto ad accettare le disposizioni governative sulla distribuzione delle risorse provenienti dalla UE.

Chi mette in contrapposizione salute ed economia sono le pretese confindustriali e padronali che escludono di poter sostenere – parzialmente – il peso della crisi; che si rifiutano di fare dei sacrifici che sono sostenibili perdendo indubbiamente una bella fetta di profitti ma mantenendo le strutture produttive attingendo dai loro conti bancari, così come è stato chiesto per tanto tempo ai lavoratori mediante tasse che non potevano essere eluse, poiché trattenute direttamente sui salari.

Il Covid-19 è una brutta faccenda ma è anche una opportunità per mettere tutto sul tappeto e chiarire finalmente, dopo decenni di incantamento privatizzatore e di magnificazione della forza del liberismo, che è irrimandabile un ritorno allo stato-sociale, alla centralizzazione dei servizi fondamentali, a partire dalla sanità, dai trasporti, dalla scuola.

La squadra della riconversione pubblica dell’economia può scendere in campo: chi fa il tifo per lei?

MARCO SFERINI

25 ottobre 2020

foto: screenshot

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