Da Helsinki a Trieste, passando per Madrid: tracolli e speranze a sinistra

Le affinità elettorali tra Friuli Venezia Giulia e Finlandia sono tanto impercettibili quanto l’etereità dell’aere e, tuttavia, la distanza che separa Helsinki da Trieste ed Udine non è poi...
Sanna Marin

Le affinità elettorali tra Friuli Venezia Giulia e Finlandia sono tanto impercettibili quanto l’etereità dell’aere e, tuttavia, la distanza che separa Helsinki da Trieste ed Udine non è poi così molta se si osservano con accuratezza i risultati delle competizioni politiche da un lato e regionali dall’altro.

Cosa le accomuna? Forse soltanto un tratto distintivo che riguarda le vittorie e le sconfitte: delle destre e dei conservatori per le prime, delle formazioni dei sempre più improbabili centrosinistra che si avvicendano su loro stessi nel corso del trascorrere velocissimo degli eventi nazionali ed europei.

Se in Finlandia la non riconfermata premier Sanna Marin subisce una pesante sconfitta, mentre avanzano con una vera e propria ondata impetuosa le forze più reazionarie e le destre nazionaliste peggiori come i “Perussuomalaiset” (“Veri finlandesi“), non di meno in Friuli Venezia Giulia, sulla scorta anche del successo alla politiche del 25 settembre scorso, le destre leghiste e postfasciste, facendo leva sulla riconoscibilità del candidato uscente Fedriga, sono premiate da un voto di un elettorato dimezzato nella partecipazione ma, indubbiamente, plaudente alle posizioni meno progressiste possibili.

Tanto ad Helsinki quanto in Lapponia, tanto a Trieste quanto un po’ nel resto del Friuli, le sinistre marcatamente tali anche nelle simbologie proposte (che comunque escludono gli storici loghi dei partiti comunisti e socialisti di un tempo), sia i socialdemocratici sia gli ecologisti arretrano senza possibilità di appello, senza che sia giustificabile una sorta di interpretazione del dato elettorale.

I problemi appaiono un po’ diversi, anche se di non minore impatto sulla concretezza delle ragioni di un voto a sinistra, per quanto riguarda la Spagna: Yolanda Díaz, già esponente comunista e poi di Podemos, è pronta a correre per la presidenza governativa con la nuova coalizione che ha costruito essenzialmente intorno alla sua figura innovativa, di prima donna che potrebbe diventare capo del governo iberico, guardando più a sinistra che al centro e intessendo rapporti stretti con Izquierda Unida, con altre forze minori ed anche con Podemos stessa.

Come ad Helsinki e nella nostra povera Italia, così a Madrid il tema centrale del rilancio della forze della sinistra tanto moderata quanto più radicale e anticapitalista è la proposta di un riadeguamento dello stato-sociale ad una modernità che, come frontiera di lotta del progressismo, esige una espansione dei diritti a tutto tondo, mettendo al centro dell’agenda di governo un’uguaglianza che interessi il lavoro, le pensioni, i diritti sociali e civili, la scuola, la sanità ed ogni settore apparentemente trasversale e che, invece, coinvolge la stragrande maggioranza della popolazione lasciandone fuori quella porzione privilegiata che le destre intendono preservare.

Risulta sempre più marcato un duplice aspetto che si estrinseca in tutto il Vecchio continente: il consolidamento di posizioni di destre estrema, nazionalista, ma anche argutamente capace di una resilienza neo-atlantista sul terreno dell’oppurtunismo bellico e del campo americano scelto come “naturale” rispetto a quello delle oligarchie dell’Est, favorito – eco il secondo elemento cardine di questa fase di destabilizzazione europea – da una insipienza delle sinistre moderate nel momento in cui devono (o sarebbe meglio dire “dovrebbero“) sposare un neoprogressismo di stampo indiscutibilmente sociale e antiliberista.

Se l’alternativa alle destre fosse una posizione politica e sociale di netta alterità alle proposte della Commissione di Bruxelles e alle direttive della BCE, avremmo, come è avvenuto in Spagna, una aderenza tra sentimento e bisogni popolari e traduzione pratica nelle disposizioni programmatiche di governo. Una aderenza, sì, ma timida e sempre più incerta per via dello schierarsi di Madrid sulla linea della NATO e degli USA sul piano inclinato della guerra in Ucraina.

Invece, in Finlandia e in Italia questa distinzione spagnola nella sinistra e nel “centrosinistra” non la si registra, nonostante Sanna Marin avesse lasciato intendere di essere, un po’ similmente ad Elly Schlein, un punto di caduta tutto nuovo, un segno di marcata separazione da un recente passato di sconfitte proprio a causa della troppa moderata tendenza alla compromissione con i valori esattamente opposti a quelli storici della sinistra tanto di opposizione quanto di governo.

La convintissima adesione alla NATO da parte di Helsinki ha giocato, senza ombra di dubbio, un ruolo nel far precipitare i consensi per le forze di governo, aumentando a dismisura quelli per un ristabilimento di uno status quo interno rivolto al proprio egoisitico interesse nazionale, separando ogni idea di progresso da quello di interazione col resto del mondo.

Non che i conservatori vogliano rinchiudere in una teca la Finlandia, tutt’altro. Ma gli effetti a cui il voto politico trascina il paese nordico non sono, almeno tra i primi, certamente granché esaltanti: la risposta di Vladimir Putin non si è fatta attendere nel promettere uno schieramento ancora maggiore di forze armate lungo i milletrecento chilometri di confine condiviso con la Russia.

Si pone, quindi, un problema continentale che interessa la sinistra moderata e riformista, così come quella più marcatamente alternativa e anticapitalista, comunista e libertaria. Il problema riguarda anzitutto una unità di intenti tra questa pluralità di posizioni tattiche che si riversano su una strategia di più lungo corso che, a ben guardare, oggi è di scarso interesse: la trasformazione rivoluzionaria della società più che i partiti comunisti, la sta facendo la natura con i suoi cambiamenti climatici, indotti dalla disastrosa economia capitalistica.

Senza una unità di intenti chiari, senza un programma condiviso anche minimo che dia ai popoli europei una chiara percezione di cambiamento dentro la prospettiva di una preservazione dei diritti universali e di quelli di ciascuno, non è possibile pensare ad una frenata dell’avanzata delle destre nazionaliste ed eversive che si impossessano dei centri di potere statali nell’Europa che pensa solo al PNRR e alle sue ricadute in termini prettamente affaristico-finanziari.

Senza, del resto, una riconsiderazione proprio del protagonismo sociale, delle masse, di un coinvolgimento pieno e democratico, dal basso e non solo dall’alto, del malcontento e del disagio diffuso, è impossibile prevedere quale ricaduta avranno i mutemanti dei rapporti di forza oggi traballanti tra tenuta democratica degli Stati e preservazione dei diritti dei lavoratori, delle classi meno tutelate, di tutte e tutti coloro che non arrivano letteralmente a fine mese.

Per non permettere alle destre di saldare ulteriormente gli effetti della crisi economica con la disaffezione conseguente per la rappresentanza politica che, come è abbastanza evidente da nord a sud dell’Europa, viene mostrata come un quasi esclusivo effetto (e non senza qualche oggettiva ragione) della distanza abissale tra il progressismo e le ragioni di classe del mondo del lavoro e dello sfruttamento in generale, serve che la sinistra sia e quindi faccia la sinistra senza più compromessi col centro.

Con qualunque centro. Perché ogni coalizione di centrosinistra fa scendere l’asticella delle aspettative di un miglioramento delle condizioni di vita quotidiana dei più deboli proprio da parte delle istituzioni: parlamenti e governi con maggioranze di centrosinistra non hanno fermato le destre con politiche liberiste che, contrariamente alla retorica propagandistica da televisione e da Internet, non sono il fulcro di una ripartenza sociale, bensì il mantenimento dei privilegi di classe dei più ricchi.

La sinsitra francese, da questo punto di vista, sta facendo la sua parte nel contrastare, non senza polemiche interne, il disegno macroniano di compattamento e distruzione dei diritti fondamentali dei pensionati di poter essere tali quanto prima possibile, per potersi godere una parte della vita dopo essere stati sfruttati per altrettanta parte.

Dalle grandi manifestazioni che coinvolgono tutte le città della Francia, il profumo della critica sociale, nettamente rivolta da una classe ad un’altra classe, lo si respira a pieni polmoni. E’ quasi percettibile visivamente nella rabbia che serpeggia durante lo srotolarsi dei cortei dentro e fuori Parigi.

A questa sinistra dovrebbero guardare i socialdemocratici finlandesi e italiani. A questa sinistra dovrebbe guardare anche quella di alternativa che ha il vizio di una autoreferenzialità supponente e che non fa passi avanti, neppure in questi mesi in Italia, per lanciare una campagna di ascolto del mondo del lavoro, di quello della scuola e di quello dei drammi sociali estesissimi, al fine di costruire un percorso fondativo di quella Unione Popolare che, sempre più oggi di ieri, è un binomio necessario.

I segnali del tracollo del centrosinistra come modello di alternativa alle destre, caso mai ve ne fosse stato ancora bisogno, oggi sono evidenti e oltrepassano i confini soliti di una Europa un po’ abituata a trascurare quei paesi “frugali” tra i quali rientra a pieno titolo quella Finlandia che sarà governata da una coalizione che più a destra forse non si può.

Le regionali friuliane, del resto, entrano nel solco delle precedenti votazioni in Lazio e in Lombardia. La marea di destra dilaga e la diga del centrosinistra non la può più contenere, perché il centro snatura la sinistra e questa non è mai stata in grado, visto l’alto tasso di comprossione che ha cercato nella costante ipotesi governista degli ultimi decenni, di egemonizzare almeno una parte del liberismo che avanzava proprio dai vecchi settori ex democristiani ed ex riformisti di un socialismo liberale sempre più sbiadito, indistinguibile, opalescente.

La guerra si inasprisce, le destre aumentano la loro capacità persuasiva sulle masse, la democrazia entra in una spirale di crisi che comprende pienamente una non partecipazione crescente al voto… Sono tutti pessimi segnali a cui non si mette giudizio e freno se non invertendo la rotta. O forse, molto più semplicemente, cambiandola e puntando verso una nuova stagione di lotte sociali e di classe.

MARCO SFERINI

4 aprile 2023

foto: screenshot da You Tube

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