All’origine del neo-atlantismo dell’improbabile riformismo italiano

C’è un dualismo (e magari ce ne fosse soltanto uno…) nella storia del riformismo di centrosinistra italiano. E’ una storia tanto antica quanto lo è la fine dei grandi...
Enrico Letta, segretario nazionale del Partito democratico

C’è un dualismo (e magari ce ne fosse soltanto uno…) nella storia del riformismo di centrosinistra italiano. E’ una storia tanto antica quanto lo è la fine dei grandi partiti di massa, quelli che sapevano coinvolgere i cittadini non solo nei momenti elettorali, chiamandoli a grandi comizi nelle piazze, ma principalmente nei periodi tra un voto e l’altro: quando la politica la si faceva giornalmente, non su Facebook o Instagram, ma con la partecipazione attiva.

Il dualismo del centrosinistra del post rivoluzione tangentopolizia è un eterno ritorno, una commedia degli equivoci che ha i tratti del dramma giallognolo dei dieci piccoli indiani e, per altri versi pare tanto somigliare ad una farsa mal riuscita in cui prendono forma i fantasmi, se non peggiori, certamente non benevoli per la storicamente traballante democrazia repubblicana,

Fin dalla nascita del Partito Democratico della Sinistra le correnti del riformismo progressista, piuttosto che reinventarsi, hanno mutuato vecchi sentieri sdrucciolevoli che tentavano di tenere insieme la coerenza di un ideale di compromesso tra socialismo e liberalismo con la spinta propulsiva alla teorizzazione (ed alla, ovvio, messa in pratica) del governismo come forma e sostanza fondamentale per la ragione d’essere di una azione politica concreta.

In altre parole, il peggio della destra del PCI si è confrontato ed anche scontrato col (ci si passi il termine…) meglio del craxismo di ultima stagione, quello che aveva annaspato nei suoi stessi sovvertimenti della morale, della politica e dell’incontro tra queste due nella Milano da bere e nella Roma da mangiare. La parte peggiore di quella stagione ultima della grande storia del Partito Socialista Italiano andò a fondersi con le nuove tendenze centriste e di destra, potendosi così esprimere senza infingimenti ulteriori e disillusioni altrettanto tali in merito al tasso di sinistrosità tanto del vecchio partito di Turati quanto dei suoi ultimi indegni figli.

Per capire tutta la successiva storia della politica estera delle forze riformiste del progressismo italico, occorre partire proprio da questo dualismo ancestrale, endemico di quella sinistra moderata che ha dismesso un architrave di valori e di presupposti anche ideologici che erano a fondamento della prosecuzione dell’eredità resistenziale, dell’antifascismo e dell’impianto pacifico della nostra stessa Costituzione.

Proprio l’alternarsi delle spinte dualistiche tra ruolo di opposizione e ruolo di governo ha fatto sì che si consolidassero sempre di più non tanto gli estremi, quanto i rapporti di convergenza tra le aree ancora esistenti nell’eco della fine del PCI e del PSI. Chi come Pietro Ingrao ha provato a “rimanere nel gorgo” e tentare un condizionamento veramente da sinistra del PDS, si è reso conto tempo dopo che non vi era spazio per un socialismo di nuova ispirazione, per una politica fortemente ancorata alle pregiudiziali anticapitaliste, seppure in un contesto di dialogo con altre forze riformiste.

La strada era tracciata già ben prima della fine del Partito Comunista Italiano; mentre quella del PSI è stata una valanga inaspettata per gran parte del gruppo dirigente di allora che si reputava inossidabile, immarcescibile e capace di superare anche la crisi del 1989 riposizionandosi al governo, stando sempre nel perimetro del Pentapartito e confidando in una posizione di rendita che gli proveniva dalla storia quasi secolare tanto del partito quanto del movimento operaio. Già, i lavoratori. Non c’è troppo da stupirsi se gli effetti di quella grande crisi ideale, morale, politica e sociale si sono sentiti a decenni di distanza e se, ancora ora, ne vediamo gli effetti.

La disaffezione antipolitica, anticivile e perfino antidemocratica che ne derivò, sparpagliò ai quattro venti un patrimonio plurigenerazionale che aveva evitato alla Repubblica di scivolare nella rete nera del golpismo di destra e di cedere completamente alla subalternità nord-atlantica della NATO e, quindi, degli Stati Unidi d’America: di questo va dato atto ai più discussi statisti dell’epoca, Andreotti e Craxi, di aver mantenuto almeno in politica estera una certa autonomia italiana nel contesto della Guerra fredda e durante i decenni in cui il mondo arabo da un lato, con la lotta palestinese, e quello europeo dall’altro, sempre in mezzo tra Est e Ovest, costruivano per sé stessi una fisionomia tutta nuova.

Il riformismo italiano di sinistra, divenuto poi di centrosinistra (con o senza il trattino in mezzo ai due termini geopolitici), quando si è trovato ad affrontare il problema delle guerre, lo ha fatto avendo alle spalle tutto il peso della Seconda guerra mondiale e davanti a sé una Costituzione ancora in larga parte da concretizzare nella vita del Paese.

Ma, siccome il fantasma del dualismo è un convitato di pietra da cui non si può pensare di prescindere, nel passaggio dal vecchio centrosinistra a quello nuovo cambia lo schema interpretativo: perché cambia il mondo, si dirà. Certamente è così.

Ma è anche vero che, spesso e volentieri, PDS, DS e poi il PD, l’anomalo bicefalo caratteristico esclusivamente della politica italiana, non si sono limitati ad adeguarsi ai tempi, a gestire – per così dire – ciò che a loro si presentava innanzi in quanto a rapporti tra l’Italia e le altre nazioni. Hanno fatto, purtroppo, molto di più: hanno inserito nella teoria governista un capitolo corposo di politica estera in cui non vi era spazio per una autonomia italiana rispetto alla NATO e a quel “nuovo ordine mondiale” che si andava creando dopo il 1989.

L’unipolarismo, di cui abbiamo potuto in qualche modo parlare con la fine della Guerra fredda e il crollo dei regimi del socialismo irreale dell’Est, ha escluso le scelte possibili e ha facilitato il compito per il centrosinistra di posizionarsi a metà tra i vecchi poli imperialisti, tra le vecchie superpotenze. Crollata l’URSS, la Repubblica stellata è rimasta, almeno fino a pochi lustri fa, la padrona quanto meno della scena mondiale. La storia delle guerre che si sono succedute dal 1989 al 2001 è, per il riformismo progressista italiano, anche (e soprattutto) la storia di un ispessimento di posizioni filo-atlantiste che permettono soltanto formalmente di rimanere pacifici ma, di sicuro, non pacifisti.

Il rifiuto senza se e senza ma delle guerre, dal 1989 in avanti, resta una posizione quasi esclusiva della sinistra comunista, definita spregiativamente (e impropriamente) “radicale“, per significare una sua irresponsabilità antinazionale, antipatriottica, aggrappata ancora ostinatamente ad una idea di pace che finirebbe per non tenere conto dei rapporti di forza nel mondo, di quello che realisticamente avviene. E’ sempre nel nome di questo presunto pragmatismo da modernissima realpolitik che i riformisti di sinistra (e di centrosinistra) accusano principalmente Rifondazione Comunista di sostenere così, indirettamente, il nemico.

E non si limitano alle grandi questioni internazionali, alle guerre del Golfo, a quelle in Africa, ai Balcani e, per scavalcare il Novecento, a quelle contro il terrorismo jihadista e alle recrudescenze teocratiche dell’ISIS: gestire il potere, governare i processi politici vuol dire per i riformisti italiani, che pretendono ancora oggi di attribuirsi una etichettatura progressista e di sinistra (e che volentieri i grandi quotidiani e le televisioni gli concedono, chissà perché…), non separarsi mai dal rapporto con un istituzionalismo che non è concepito come mezzo per trasformare la società, ma per interpretare i bisogni delle classi imprenditoriali (quelle “dirigenti“) e mantenere un equilibrio sulla base delle esigenze di quella che un tempo si sarebbe disinvoltamente potuta appellare ancora come la “borghesia italiana“.

In questo ritrattino pseudo-storico-politico dell’invereconda esistenza del riformismo (fanta)progressista del Bel Paese, si può collocare la continuità del sostegno del PD all’attuale linea nord-atlantica sulla guerra in Ucraina. Uno con i soldi da buttar via o uno completamente digiuno di politica politicanteggiata avrebbe scommesso su una posizione pacifista da parte dei democratici. Perché, pilastro della cultura governista dell’ieri e dell’oggi è proprio la declinazione del concetto di “democrazia” nella coniugazione tutta americana di difesa degli interessi dell’economia. Qui leggasi: interessi del mercato, quindi delle imprese che, nella narrazione politicista sono una pietra angolare (sic!) della democrazia…

La distorsione del concetto di economia e di interessi pubblici qui entra in campo con una violenza inaudita: favorisce il privato e lo fa penetrare nei gangli dello Stato, spersonalizzandolo, facendone una variabile dipendente dalle oscillazioni delle borse e dalla ripartizione dei dividendi aziendali.

Nessuno scommettitore, nemmeno inglese, accetterebbe puntate su una presa di distanza dalla NATO, dalla politica estera americana e dalla guerra in generale da parte del PD: in questa sintesi maldestra di un socialismo democratico post-PSDI (e post-PDS) con un popolarismo di base che ha provato a scansare molte tentazioni doroteiste, c’è l’eredità di una trasformazione progressiva (ma non progressista) di una cultura riformista in una, nemmeno tanto moderatamente, liberale. Ma non del liberalismo di vecchio stampo, bensì di quello che oggi fa il paio con il liberismo politico ed economico: meno Stato e più privato, meno diritti e più doveri in una rappresentazione della democrazia che si abbandona l’ontologica concretezza dell’essere e ci costringe ad accontentarci di esserci.

Spettatori che si illudono di attorizzare questa visione, di contribuire a processi decisionali che, altolà!, non vanno criticati. Se si mette in discussione questo impianto da Truman Show, purtroppo però vero, se si contesta la buona, cara pubblica opinione che si forma sui valori dell’occidentalità, si sta inevitabilmente, automaticamente, senza possibilità di smentita, col nemico. Ieri era l’URSS, poi è stato Bin Laden e ora è Putin.

Non è consolante vedere confermate le ragioni di venti, trent’anni fa, quelle in cui criticavamo la deriva riformista del PCI e l’incapacità della sinistra di alternativa, comunista e libertaria, di farsi largo in questo solipsismo multipolare, proprio un po’ di tutti gli eredi delle grandi ideologie. Non è consolante perché ognuno di noi è stato travolto dai suoi stessi intenti: i governisti dal governismo e le opposizioni, le alternative di sinistra e gli anticapitalismi vari dalla presunzione e dall’eccesso di criticismo reciproco.

La pagina della storia che si è aperta il 24 febbraio scorso potrà, forse, dare adito ad una fase ricostituente (un po’ in tutti i sensi) sia per il riformismo degenerato e il rivoluzionarismo autoreferenziale e goffamente tronfio che ci portiamo appresso…

MARCO SFERINI

2 aprile 2022

foto: screenshot

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