Non c’è voluto molto perché i dubbi emersi alla prima lettura si trasformassero in certezze. Il tempo di studiare il testo del decreto che sancisce la stretta sui rave, atto primo del governo di centrodestra, e le prime voci critiche dell’opposizione si sono fatte sentire: «Le nuove norme suonano come un limite alla libertà di cittadini e minaccia preventiva contro il dissenso», scrive su Twitter il segretario del Pd Enrico Letta, che chiede anche all’esecutivo di fare marcia indietro e ritirare il provvedimento.

Mentre il verde Angelo Bonelli sintetizza così il malumore che serpeggia nel centrosinistra: «I rave non c’entrano niente. Verranno colpite le manifestazioni di protesta».

Eccolo il punto. Varato lunedì, il decreto è stato pubblicato ieri a tempi di record sulla Gazzetta ufficiale e adesso la paura è che provvedimenti pensati ufficialmente per fermare sul nascere le maratone musicali vengano utilizzati per arginare, o peggio ancora reprimere, eventuali manifestazioni di protesta.

E questo alla vigilia di un autunno che, temperature estive a parte, si annuncia più che mai caldo. Lavoratori in sciopero, manifestazioni di studenti, cittadini esasperati che bruciano le bollette, atenei e scuole occupate, ma anche cortei sindacali: da ieri tutto può essere letto come una violazione della nuove norme consentendo l’intervento della polizia. E questo mentre raduni come quello visto a Predappio con duemila nostalgici del fascismo che celebrano il centenario della Marcia su Roma vengono liquidati dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi come manifestazioni «che si tengono ogni anno».

Proprio dal Viminale, vista la valanga di reazioni contrarie al nuovo decreto, si prova a gettare acqua sul fuoco: «La nuova norma – fanno sapere fonti del ministero – non lede in alcun modo il diritto d espressione e la libertà di manifestazione sanciti dalla Costituzione e difesi dalle istituzioni». Parole che sanno di difesa d’ufficio, e in quanto tali deboli al punto da risultare inutili.

Nel mirino delle opposizioni, per una volta tanto unite, c’è la scelta del governo di inserire una nuova fattispecie di reato, l’invasione di terreni o edifici altrui – sia pubblici che privati – per raduni pericolosi per l’ordine pubblico o l’incolumità pubblica o la salute pubblica. Reato per il quale i trasgressori rischiano fino a sei anni di carcere e multe comprese tra i 1.000 e i 10.000 euro, oltre al sequestro di eventuali mezzi o attrezzature impiegati.

Proprio la definizione di terreni o edifici altrui, sia pubblici che privati, è uno dei punti che suscita maggiori perplessità: «Si tratta di una norma talmente generica e a maglie così larghe che potrà trovare applicazione nei casi più disparati e con grande discrezionalità. «Una legge dal sapore putiniano», dice il deputato di +Europa Riccardo Magi.

Una norma «da Stato di polizia», rincara Giuseppe Conte, che pure ammette di non essere contrario per principio ad azioni «mirate» per contrastare i rave. «Ma il modo in cui si è intervenuti è raccapricciante» conclude il leader dei 5 Stelle. Per il Pd Andrea Orlando il nuovo reato rischia di entrare in collisione con l’articolo 17 della Costituzione che sancisce il diritto dei cittadini di riunirsi pacificamente e senza armi. «È quindi una norma pericolosa – spiega l’ex ministro – non solo per gli amanti dei rave (che comunque non sono di per sé criminali) ma per tutti, per l’indeterminatezza della sua applicabilità al caso concreto.

Ad aggravare la situazione c’è anche il fatto che non è esclusa la possibilità di intercettare i possibili sospetti visto che, come ha ricordato ieri il presidente delle Camere penali Domenico Caiazza, le pene massime sono fissate in più di cinque anni.

La dem Debora Serracchiani se la prende con il nei titolare della Giustizia: «Ma il ministro Nordio non voleva depenalizzare (e abbiamo un reato nuovo di larga applicazione) e no voleva ridurre le intercettazioni (e ne consentiremo di più)? E’ chiaro il messaggio che la destra al governo dà al Paese: non tollereremo il dissenso».

Dubbi condivisi anche da Amnesty international mentre la rete degli studenti parla di decreto «liberticida» «Inaccettabile dare il via a repressione in scuole, atenei e piazze», dicono gli studenti, che si appellano a «governo e parlamento perché evitino la limitazione delle libertà di manifestare e dissentire».

CARLO LANIA

da il manifesto.it

Foto di Brett Sayles